Ananya Roy: «Convertire gli hotel dismessi in alloggi sociali contro l’emergenza casa»

da L’Espresso
25 NOVEMBRE 2021

Ananya Roy:

«Convertire gli hotel dismessi in alloggi sociali

contro l’emergenza casa»

di Erika Antonelli
Docente all’università della California, Roy studia la correlazione tra segregazione metropolitana, precarietà degli alloggi e criminalizzazione della povertà. «Il Covid-19 ha mostrato che esiste una soluzione: convertire questi alberghi in sistemazioni permanenti per persone che percepiscono un reddito basso»
Ananya Roy insegna Pianificazione urbana, social welfare e geografia all’Università della California ed è direttrice dell’Istituto sulla Disuguaglianza e la Democrazia alla Ucla Luskin. Studia la correlazione tra segregazione metropolitana, precarietà degli alloggi e criminalizzazione della povertà, concentrandosi sulle forme di resistenza messe in atto dalle comunità più svantaggiate. Persone che sfidano l’esclusione abitativa e lo sfratto con atti di ribellione, dando vita all’ “emergency urbanism”, l’urbanistica dell’emergenza. Come a maggio 2020, in pieno lockdown, quando alcuni attivisti hanno occupato una suite in un hotel di Los Angeles. Chiedono di recuperare il patrimonio pubblico e privato dismesso per fronteggiare la mancanza di alloggi. L’obiettivo è dar vita a un’edilizia sociale a canone sostenibile, come affermato da Roy durante il suo intervento a “European Feltrinelli Camp”.
L’esclusione abitativa, dice, è un fenomeno sociale e razziale. E finché non si raggiungerà la giustizia sociale, la possibilità di avere casa per tutti resterà un’utopia. La segregazione a cui sono costretti i meno abbienti, sostiene la studiosa, è visibile anche nella preclusione degli spazi pubblici. A Los Angeles per esempio, dove le ordinanze degli ultimi mesi vietano ai senzatetto di accedere o sedersi in alcune aree. Spesso costretti a vivere in alloggi di fortuna, i poveri vengono sfrattati con la promessa di una sistemazione definitiva. Che non arriva mai.
Crede che la pandemia abbia acuito l’emergenza abitativa?
«Assolutamente sì. La pandemia è stata un momento difficile, ma secondo alcuni studi la situazione continuerà a peggiorare. Una spia di ciò è la perdita della casa, in particolar modo per le comunità rimaste senza lavoro e non in grado di pagare l’affitto. Penso ai dipendenti dei negozi, a chi era nei ristoranti, attività che negli Stati Uniti sono svolte soprattutto da comunità di colore. Negli Usa, infatti, mancanza di alloggi e questione razziale sono strettamente legate. E le comunità nere o indigene sono le più colpite. Dall’altra parte invece ci sono professioni come la mia, sono un’insegnante e odio Zoom, ma posso fare lezione anche da casa. Per noi è bastato adattarsi, aggiustare il tiro».
In che modo la pandemia ha mostrato le disuguaglianze della società?
«Per prima cosa attraverso il lavoro. Abbiamo celebrato i “lavoratori essenziali”, ma poi ci siamo resi conto che non potevano neppure permettersi una casa in città. C’erano più famiglie di dipendenti a basso reddito ammassate in spazi angusti in cui era impossibile evitare il contagio, isolarsi, fare la quarantena. Eppure il Covid-19 ha anche attivato una catena della solidarietà tra le persone. Per quanto bella però, la rete tra i singoli è un meccanismo fragile. E andrebbe protetto da investimenti pubblici. Certo, la pandemia ha segnato anche un momento di rottura. A Los Angeles per esempio migliaia di persone senza alloggio hanno trovato riparo negli alberghi, occupando strutture dismesse o abbandonate. L’emergenza sanitaria dunque ha mostrato che esiste una soluzione, convertire questi hotel in sistemazioni permanenti per persone che percepiscono un reddito basso».
Nel Sud del mondo, dove è stato pressoché impossibile proteggersi dal virus, cosa dovrebbe cambiare per garantire maggiore sicurezza alle persone?
«Una delle prime cose sarebbe permettere a tutti di accedere al vaccino. Nel Sud del mondo credo si intrecciano squilibri nella distribuzione del potere, scelte delle case farmaceutiche, governi che hanno abbandonato le persone. In India per esempio c’è stata una buona risposta all’emergenza a livello locale e comunale, con gruppi di abitanti che hanno distribuito cibo e altri beni a chi ne aveva bisogno. Però non basta, se le pratiche non vengono applicate a livello nazionale. E persistono disuguaglianze strutturali che i sistemi internazionali non sono in grado di affrontare».
Si dice le crisi siano opportunità per migliorare. Pensa l’epidemia ci abbia davvero resi migliori, come credevamo all’inizio?
«Guardando agli atti di ribellione dell’urbanistica dell’emergenza, spero di sì. Sono un’opportunità per dare potere a pratiche e progetti che mettano al centro la tutela dell’esistenza umana. Anche se temo la compassione e la solidarietà si affievoliscano con la diminuzione del rischio. Lasciando in eredità disuguaglianze ancora più profonde».
Si fa un gran parlare di smart city. Cosa serve per rendere una città non solo intelligente ma anche a misura di essere umano?
«Le città sono luoghi concepiti per favorire l’interazione sociale, per questo ci ha così colpito il silenzio del lockdown, ma per renderle davvero “smart” la cura dell’essere umano deve tornare importante. Attraverso maggiori investimenti per tutelare la salute, l’istruzione, la casa».

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