Omelie 2015 di don Giorgio: SAN GIOVANNI evangelista

27 dicembre 2015: San Giovanni apostolo ed evangelista
1Gv 1,1-10; Rm 10,8c-15; Gv 21,19c-24
Nel periodo natalizio, sembra che nel campo liturgico tutto sia lecito, anche festeggiare un santo di domenica. E pensare che, se festività come l’Assunta o l’Immacolata dovessero cadere di domenica, a prevalere resta in ogni caso la liturgia domenicale.
Oggi, dunque, festeggiamo Giovanni l’evangelista, l’autore del quarto Vangelo e di tre lettere: la tradizione vuole che sia anche l’autore dell’Apocalisse, anche se gli studiosi moderni nutrono forti riserve.
Dietro ai quattro Vangeli quattro comunità diverse
Ad ogni modo, più che l’evangelista è il quarto Vangelo che deve meritare la nostra attenzione, tanto più che i quattro Vangeli hanno sì un autore, ma dietro a Matteo, Marco, Luca e Giovanni, ci sono quattro comunità cristiane con caratteristiche diverse, ecco perché i Vangeli sono quattro angolature differenti, ma complementari dell’unico Vangelo, che è la Buona Novella di Cristo. Non vale dunque il detto: uno vale l’altro. Per avere una fisionomia completa di Cristo, bisogna leggere tutti e quattro i Vangeli.
L’unico Vangelo di Cristo, la Buona Novella, è stato agli inizi predicato solo oralmente. Nel frattempo, nascevano le comunità cristiane, le quali si distinguevano per la loro differente provenienza: c’erano credenti provenienti da ambienti rigidamente giudaici, altri da ambienti sì giudaici ma più aperti al mondo pagano, altri provenivano dal mondo pagano. Ed era più che logico che la predicazione del Vangelo assumesse differenti angolature: i primi missionari non potevano dimenticare che un conto era evangelizzare una comunità ex ebraica, un conto evangelizzare una comunità ex pagana. Era inutile ad esempio citare le profezie a ex pagani, che non le conoscevano. Lo stesso miracolo veniva raccontato con sfumature diverse.
Il quarto Vangelo si distingue “significativamente” dagli altri tre 
C’è di più. Mentre Matteo, Marco e Luca riportano più o meno gli stessi episodi, pur con sfumature differenti (è per questo motivo che si chiamano “sinottici”), e lo fanno narrando semplicemente i fatti e le parole, il quarto Vangelo prende un’altra strada, ed è quella più teologica. Sì, Giovanni racconta i fatti, ma ci riflette sopra, portando il lettore a meditarli. Non per nulla, fin dall’antichità il simbolo di Giovanni è l’aquila, l’uccello che sfida il cielo.
A parte l’introduzione, che è un sublime inno che tocca il Mistero di Dio prima del tempo, con un linguaggio non strettamente biblico (pensate alla parola Verbo, Logos, proveniente dal mondo filosofico pagano), ci sono pagine nel quarto Vangelo che sono vere meditazioni su fatti, che erano sfuggiti all’attenzione degli altri tre evangelisti: pensate alle nozze di Cana, all’incontro di Gesù con la samaritana, all’incontro notturno di Gesù con Nicodemo, al miracolo del cieco nato, al discorso sul pane della vita, alla risurrezione di Lazzaro. Questo ci fa capire a quale maturità di fede fosse giunta la comunità di Giovanni. Non dimentichiamo, comunque, che Giovanni ha messo per iscritto il quarto Vangelo verso la fine del primo secolo, quindi parecchi anni dopo la stesura fatta da Matteo, Marco e Luca. La comunità di Giovanni ha avuto più possibilità di crescere nella fede, di maturare.
Una comunità profetica in contrapposizione ad una comunità gerarchica
Ma c’è di più. La comunità di Giovanni si distingue non solo per una maggiore maturità di fede, ma anche per una visuale più profetica, a differenza delle altre comunità cristiane, che erano più in linea con la crescente gerarchia, alla guida di Pietro, primo papa.
Dunque, fin dalle origini del cristianesimo, ci sono stati degli screzi, non da poco, tanto da richiedere il primo Concilio, tenutosi a Gerusalemme: ma gli screzi, le incomprensioni, le difficoltà andranno oltre questioni puramente formali (mangiare sì o no le carni offerte agli dei), e assumeranno vere e proprie contrapposizioni tra una chiesa gerarchica, quella di Pietro, che si stava man mano espandendo anche come struttura organizzativa, e una chiesa carismatica, quella di Giovanni, che puntava a mantenere ad ogni costo lo spirito profetico. Man mano la Chiesa si strutturava, essa metteva a dura prova la profezia, cadendo addirittura nel rischio, che diventerà man mano reale, di diventare una religione, senz’altro diversa dalle altre, ma pur sempre una religione, tradendo così il pensiero originario di Cristo, che, dopo aver distrutto i due pilastri, Tempio e Legge, della religione ebraica, non ha voluto inventarne un’altra. Forse ancora oggi siamo qui a chiederci che cosa intendesse Gesù per cristianesimo. Qui sta il vero problema che la Chiesa deve porsi.
Ecco perché Giovanni dovrebbe esserci più simpatico o, meglio, più che Giovanni come persona, la sua comunità con il quarto Vangelo. So che mi contraddirei dicendo che forse potremmo fare a meno di uno dei tre Vangeli sinottici, ma non possiamo assolutamente fare a meno del quarto Vangelo.
Oggi più che mai, in una società del fare, dove anche i cristiani hanno perso il dono della profezia, dove i profeti stessi sembrano scomparsi tra la nebbia di una Chiesa pseudo-profetica, ci sarebbe bisogno di aggrapparci al quarto Vangelo, se vogliamo riscoprire la bellezza mistica della Buona Novella del Cristo della fede. Riflettere non è il forte dell’uomo moderno: l’uomo tecnologico, l’uomo del consumo, dell’utile e del superfluo, l’uomo del calcolo, l’uomo pragmatico, l’uomo del successo. Il pensiero sembra sparito dalla nostra società.
Capite, allora, la difficoltà per noi preti di parlare del Vangelo mistico ad un popolo non più abituato a riflettere. Il Vangelo non è una storiella con tanti bei fatterelli, con parabole edificanti a scopo moralistico. Possiamo dire che il Vangelo è una rivoluzione culturale, nel senso più mistico del termine “cultura”. Noi preti ci troviamo in grave difficoltà a predicare al popolo di Dio, che, appena si siede a Messa e ascolta l’omelia, guarda l’orologio, e aspetta che il celebrante finisca. Forse è anche colpa di noi preti che ci lasciamo ricattare, per paura di perdere quelle poche pecore ancora rimaste. E i preti giovani sono figli del loro tempo, ovvero di una società che è riuscita ad assorbire ogni capacità critica, e soprattutto ha eliminato la mistica. O, meglio, più che eliminarla, dal momento che non sa neppure che cosa sia la mistica, la società non dà la possibilità all’uomo moderno di entrare nel proprio essere, distraendolo continuamente e condizionandolo pesantemente.
Anche i preti si sono adeguati alla logica di un mondo che non pensa. Anche la parte cosiddetta migliore della Chiesa non va oltre un’etica canonicamente accettabile e un insieme di dogmi che lasciano il tempo che trovano.
Appena noi preti ci permettiamo di uscire dai canoni stabiliti, subito veniamo rimproverati, prima dal popolo di Dio, poi dai superiori. Parlare oggi di Mistica è ancora eresia, come eresia è aiutare la gente a vedere oltre la cortina di fumo di una religione, da secoli fallimentare, ma tenuta in vita da una potente organizzazione strutturale, tale da spegnere ogni spirito libero.
Sogno un papa, sogno un vescovo che abbia finalmente il coraggio di andare controcorrente, e dica all’uomo moderno: “Rifletti, pensaci, riattiva la tua mente, entra nel cuore del tuo essere; solo così potrai tornare ad essere Umano”.
Certo, la Chiesa perderà consenso, ma Gesù Cristo non ha detto: “Sarete perseguitati?”. E su che cosa dovremmo essere perseguitati? Come seguaci di una religione? Gente che viene vista come rivale?
La vera persecuzione sarà quella scatenata dal Pensiero libero, dal carisma della libertà interiore, dalla forza di una parola che affonda nella Mistica. Tutto il resto non conta, e perciò sarebbe sciocco perdere la vita per diffondere formalità religiose.

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