Omelie 2017 di don Giorgio: DOPO L’ASCENSIONE

28 maggio 2017: DOPO L’ASCENSIONE
At 1,9a.12-14; 2Cor 4,1-6; Lc 24,13-35
La festività dell’Ascensione: storia e vicissitudini degli ultimi quarant’anni
Quest’oggi è la Domenica dopo l’Ascensione, festività che è stata celebrata giovedì scorso. L’Ascensione ha subìto negli ultimi quarant’anni una serie di spostamenti. Diciamo anzitutto che la festività è molto antica. Viene attestata a partire dal IV secolo: Agostino la descrive come solennità diffusa già al suo tempo.
Negli scritti di San Giovanni Crisostomo e San Gregorio di Nissa, l’Ascensione è talora citata; il Credo degli apostoli (niceno-costantinopolitano) ricorda tale episodio della vita di Gesù. Nel testo “Peregrinatio Aetheriae” si parla della vigilia e della Festa dell’Ascensione celebrata nella grotta di Betlemme, dove nacque Gesù.
Durante il Concilio di Elvira (ca. 300-313 d.C.) fu discussa la data in cui celebrare l’Ascensione, e fu deciso che non andasse commemorata né nel giorno di Pasqua, né in quello di Pentecoste, ma quaranta giorni dopo la Pasqua, come dice  il racconto degli Atti degli Apostoli. E tale pratica è rimasta a lungo nella Chiesa cattolica e anche tra le Chiese protestanti, ovvero di celebrare l’’Ascensione il giovedì della sesta settimana del Tempo pasquale, ovvero quello successivo alla VI domenica di Pasqua.
Nella Chiesa ortodossa l’Ascensione è una delle 12 grandi feste. Non dimentichiamo poi che l’ascensione di Gesù è la dodicesima delle quattordici stazioni della Via Lucis e anche il secondo dei misteri gloriosi del Santo Rosario.
Ma è successo che in Italia la festività civile, come giorno non lavorativo, venne soppressa con la legge 5 marzo 1977, n. 54, e, con essa, cessò di essere considerata festiva agli effetti civili anche la Festa del Corpus Domini. La Chiesa italiana spostò la celebrazione la domenica successiva. Ma nel 2014 il rito ambrosiano cosa fece? Anticipò la celebrazione dell’Ascensione il giovedì, com’era anticamente, restando tuttavia giorno lavorativo.
Che valore storico ha l’Ascensione?
Fatta questa lunga premessa, vorrei pormi una domanda: la Chiesa fin dove ci crede nel valore storico dell’Ascensione, se ha voluto, d’accordo con il Governo italiano, spostare tale festività magari con tanta leggerezza?
In realtà, sull’evento storico dell’Ascensione i dubbi ci sono, e appaiono dai due racconti di Luca, tra l’altro l’unico a parlarne. In realtà, un accenno c’è anche nel Vangelo di Marco, ma nella parte finale, che è un’aggiunta posteriore. Dunque, Luca parla dell’Ascensione sia alla fine del suo Vangelo e all’inizio del libro “Atti degli apostoli”, di cui è autore. Si tratta, però, di due versioni con delle palesi incongruenze. Nel Vangelo Luca dice che il fatto è avvenuto la sera stessa di Pasqua, a Betania, mentre negli Atti degli Apostoli scrive che è avvenuto quaranta giorni dopo la Pasqua, sul monte degli ulivi. Nel Vangelo Luca scrive che dopo l’Ascensione, gli apostoli vanno nel Tempio e qui restano lodando Dio. (Non dimentichiamo che Luca inizia il suo racconto nel Tempio, con la visione del sacerdote Zaccaria, e nel Tempio lo conclude). Invece, negli Atti degli Apostoli, Luca scrive che, dopo l’Ascensione, gli apostoli salgono nella stanza al piano superiore di una casa in Gerusalemme.
Ascensione: racconto storico o simbolico?
Per evitare di sembrare il solito dissidente o eretico, cito anzitutto le parole di don Angelo Casati: «I racconti di Luca, dunque, non sono una nuda cronaca: se fossero stati tali nell’intenzione dell’autore, lui per primo avrebbe cancellato le differenze, le incongruenze», che sono sotto gli occhi di tutti, anche dei bambini.
Se non sono cronache, che cosa sono? Sono insegnamenti che vanno al di là di un evento storico: anzi, non necessariamente lo includono, per cui possiamo anche dire tranquillamente che l’Ascensione ha un suo senso, ma solo catechetico. Se dai commenti evangelici, comunque frammentari e incongruenti, sembra che Gesù risorto sia apparso, sotto strane forme, l’una diversa dall’altra (come giardiniere, come pellegrino, ecc.), per confermare gli apostoli nella loro fede paurosa e titubante, in realtà la risurrezione ha posto definitivamente fine alla presenza fisica di Gesù per lasciare il posto al Cristo della fede. Del resto, già sulla croce Cristo mentre esalava l’ultimo respiro donava lo Spirito santo, che perciò era entrato subito in azione, se così possiamo dire, senza aspettare il grande spettacolare evento della Pentecoste. E poi non si devono dimenticare le parole di Gesù ai discepoli: «È bene per voi che io me ne vada (come Gesù di Nazaret, come uomo storico), perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16,7). Apparendo di nuovo, dopo la risurrezione, sotto forme umane, diciamo sensibili, sembra quasi che Gesù si sia pentito di aver detto quelle parole. In realtà, non si è pentito. E allora, se Cristo non è più apparso sotto forme umane, che senso ha l’evento dell’Ascensione, tanto più che, nel racconto degli Atti degli apostoli, è avvenuto quaranta giorni dopo la Pasqua? Ma tutti sappiamo il significato simbolico dei numeri presso gli ebrei.
E i discepoli non capiscono…
Ma una brave riflessione la vorrei, comunque, fare a proposito delle parole di alcuni apostoli, quando Gesù sta per ascendere in cielo: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (At 1,6). Come? Avevano vissuto con Gesù di Nazaret per parecchio tempo, due o tre anni, Gesù poi era risorto ed era apparso a loro per quaranta giorni, e ancora non avevano capito nulla del messaggio di Cristo? Ma perché scandalizzarci, se dopo duemila anni cristianesimo, siamo ancora qui a pensare a un regno di Dio, più terreno che spirituale?
E Gesù come risponde? «Riceverete la forza dello Spirito santo che scenderà su di voi…». In realtà, l’avevano già ricevuto, e non era sceso su di loro, ma dentro di loro. Attenzione anche alle parole: chissà perché la Chiesa continua a dire che lo Spirito santo è sceso sugli apostoli, che scende su di noi. Che significa “su”? È dentro di noi, e non sulla nostra testa. È nel nostro essere più profondo, e non tanto nei riti, nelle cerimonie, nella celebrazione dei sacramenti. Lo Spirito agisce all’interno, e non all’esterno. Le strutture cambieranno, quando ci sarà una vera rivoluzione interiore, ovvero quando daremo allo Spirito santo la possibilità di agire, facendo quel vuoto che gli permetta di effondersi.

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