Omelie 2015 di don Giorgio: Quinta dopo Pentecoste

28 giugno 2015: Quinta dopo Pentecoste
Gen 17,1b-16; Rm 4,3-12; Gv 12,35-50
Nei primi due brani della Messa si parla di Abramo, mentre nel Vangelo Gesù, citando il profeta Isaia, si rivolge duramente agli ebrei del suo tempo, accusandoli di cecità interiore.
Abramo e giustizia
Parlando di Abramo, ciò che noi conosciamo è il fatto che Dio lo ha scelto per farne il capostipite del popolo eletto. E, inoltre, lo ricordiamo come colui che ha introdotto, su ordine di Dio, il rito della circoncisione, presso il popolo ebraico.
Sarebbe veramente difficile parlare di fede e di giustizia, al di fuori del contesto biblico. Pensate alla parola “giustizia”: che cosa essa ancora oggi può significare per la maggior parte degli esseri umani? Traducendola in poche parole, la giustizia è dare “a ciascuno il suo”. Ma che cosa significa “il suo”? Che cosa è veramente “nostro”? Oppure, che cosa abbiamo di “nostro”? Già dire: “è” nostro, oppure dire: “abbiamo” di nostro significa mettersi da due prospettive diverse. Di nostro è solo l’essere, l’avere appartiene a qualcosa di esterno al nostro essere. I diritti, che tutti pretendiamo con tanta enfasi e con tanta rabbia, dovrebbero partire dal nostro dover essere, mentre la società fonda i diritti sull’avere, ed è per questo che ci allontaniamo dal nostro essere.
Sono riflessioni che, secondo la maggior parte delle gente comune, sarebbero da lasciare alla categoria dei benpensanti fannulloni.. Ma credo che, se ci ponessimo su un piano diverso, ovvero su un piano più elevato nel nostro discutere e nel nostro agire, questa società non sarebbe quella che è.
San Paolo, quando parla di giustizia, pur usando una terminologia giuridica dei suoi tempi, tuttavia ci offre orizzonti così aperti da farci sentire, noi moderni, di un mondo terra terra. Anche qui, attenzione. La giustizia per San Paolo non consiste nel codice legislativo.
Non è la legge a stabilire che cosa sia giusto o che cosa non lo sia. La giustizia precede la legge, e tanto la precede che può fare a meno della legge. Anzi, le leggi, anche nel migliore dei casi, non potranno mai essere conformi alla giustizia: ogni legge tende a mettere dei limiti alla giustizia. Parlo naturalmente delle leggi diciamo buone. Si può arrivare al punto di emettere leggi che blocchino la giustizia, tanto da farci sentire in colpa quando non le osserviamo. San Paolo scrive che è la legge a farci peccare. Più leggi, più possibilità di trasgredirle. La vera Legge è lo Spirito santo. Qui, entriamo in un campo veramente rivoluzionario, tanto rivoluzionario da mettere in crisi ogni istituzione ecclesiastica. Ecco perché i mistici, i grandi santi mistici, non sopportavano le strutture.
Abramo, giustizia e fede
Procediamo. San Paolo scrive: “La fede fu accreditata ad Abramo come giustizia”. Che cos’è allora la giustizia per la Bibbia? È credere in qualcosa che va oltre ogni struttura. Abramo ha creduto sulla parola di un essere superiore. Ciò gli è stato accreditato come giustizia. Il vero giusto è colui che crede in qualcosa che esce dalla struttura sociale, politica e religiosa. Il giusto non è tanto colui che si limita a osservare le norme strutturali della società, ma colui che, anzitutto, crede nei Valori, i quali vanno sempre oltre ogni limite strutturale.
Il giusto è sempre avanti, perché è fuori di una visuale ristretta della vita, che lo blocca sul passato o su un presente che muore appena passa. Il giusto è oltre. E nello stesso tempo è prima di ogni norma o rito o istituzione. Casomai, è il giusto a dover stabilire le norme per un retto vivere, e non viceversa: non sono le norme a stabilire se uno è giusto perché le osserva, o non lo è perché non le osserva.
Abramo e circoncisione
San Paolo scrive: “La fede fu accredita ad Abramo come giustizia. Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso o quando non lo era? Non dopo la circoncisione, ma prima. Infatti egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso».
La circoncisione, dice San Paolo, è solo un sigillo o un segno esteriore della giustizia. Non si deve dire: è un circonciso, dunque è un giusto.
Anzitutto, la circoncisione non è stata inventata da Abramo. Abramo, su ordine di Dio, l’ha introdotta anche presso il popolo eletto. L’origine della circoncisione non è nota con certezza, tuttavia la più antica testimonianza documentale proviene dall’Egitto. Da notare che è presente anche nel mondo islamico.
Gli studiosi ci dicono che la circoncisione aveva, anzitutto, una ragione del tipo igienico, e, come succederà per altre norme rituali, per farla maggiormente osservare assunse un carattere anche religioso. Inoltre, presso tutti i popoli c’era un rito di iniziazione e, soprattutto, un segno di identificazione. Non succede ancora oggi, per i vari gruppi, per i vari movimenti ecclesiali o per i partiti? Ognuno si identifica in un segno esteriore: il colore del libro di preghiera, lo stesso linguaggio che assume una particolare terminologia, un fazzoletto verde. Il problema è che questi segni, invece, che indicare una credenza religiosa o una fede politica, diventano alla fine qualcosa di tanto esteriore da essere formali e ridicoli.
Battesimo cristiano
Le parole di San Paolo dovrebbero essere lette anche in riferimento al battesimo cristiano. La Chiesa, con il suo Catechismo, ci ha sempre insegnato che il Battesimo, che ha sostituito la circoncisione ebraica, imprime in colui che lo riceve il cosiddetto “carattere”, un marchio spirituale indelebile, che perciò non può essere più cancellato. Fin da piccolo, pensavo a qualcosa di simile come quando gli allevatori di animali li marchiavano con un ferro prima riscaldato col fuoco. Associavo il fuoco allo Spirito santo. Ecco perché si parla di sigillo dello Spirito santo. Il Battesimo ci ha marchiati per sempre: il sigillo è indelebile. Neppure il peccato più grave può cancellare questo sigillo, questo marchio.
Se andate ad approfondire un po’ che cosa significa carattere, non riuscirete mai a trovare una risposta soddisfacente. Alcuni parlano di una particolare partecipazione alla vita di Cristo stesso. Col battesimo siamo diventati “cristiani”, per sempre. Altri parlano di una particolare disposizione positiva alla grazia, come promessa e garanzia della protezione divina e come vocazione al culto divino e al servizio della Chiesa.
Lo confesso: tutto questo non mi ha mai convinto del tutto. Anche se non è un marchio fisico, tuttavia almeno i frutti li dovremmo riconoscere nei cristiani. E invece chi sa distinguere un cristiano da uno che non lo è?
Certo, dai riti, dalle pratiche religiose, ma questo non basta. La bontà, la giustizia, la libertà, i valori umani non appartengono a nessuna religione. Come per gli ebrei la circoncisione fisica non bastava per dire che un ebreo era un bravo osservante della Legge di Dio (quante volte i profeti parlavano di circoncisione del cuore), così per un cristiano non basta essere battezzato per dirsi un vero cristiano. Come per Abramo la fede ha preceduto la circoncisione, così per il cristiano: ciò che conta è la fede, il battesimo è solo un rito di aggregazione alla Chiesa-struttura.
Gesù e la cecità spirituale
Passiamo al brano del Van gelo. Gesù, nel suo ministero pubblico, ha sempre contestato, anche duramente, la religiosità formale dell’ebraismo. Quando leggete i Vangeli provate a evidenziare la parola “fede”. Sembra che Gesù non parli d’altro che di fede. La chiede anche ai pagani, prima di compiere un miracolo. Anche qui, quante riflessioni potremmo fare! Come si può chiedere la fede a dei pagani senza pretendere poi che si convertano? A Gesù interessava solo la fede.
E noi, Chiesa, che cosa abbiamo fatto? Battezzare, e battezzare, anche imponendo il Battesimo con la forza, pena la morte. Nel 775-77 il re franco Carlo Magno costrinse i sassoni, che egli aveva assoggettato, a battezzarsi in massa. “Li obbligò a convertirsi a un cristianesimo nominale”, scrisse lo storico John Lord. Allo stesso modo, dopo avere sposato nel 987 una principessa greco-ortodossa, il principe russo Vladimiro I decise che i suoi sudditi dovevano diventare “cristiani” e decretò che si battezzassero in massa, sotto la minaccia della spada se necessario. Non sono casi rari. In ogni caso, pur senza ricorrere necessariamente alla forza, quanti battesimi di massa, anche per convenienza!
La fede! Fede in che cosa? Ecco, non è facile definire che cosa sia la fede. Diciamo almeno che è qualcosa di tanto profondo da non identificarsi in un rito, o in una formalità religiosa. Diciamo che è una specie di luce interiore. Gesù parla continuamente del peccato di cecità interiore. Noi cristiani moderni, siamo accesi dentro, o siamo spenti? Una luce, quella interiore, che non ha bisogno di miracoli, di apparizioni. Più ci aggrappiamo a dei segni esteriori, più siamo carenti di fede autentica. Gesù dice all’apostolo Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

 

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