Omelie 2020 di don Giorgio: QUARTA DOPO PENTECOSTE

28 giugno 2020: QUARTA DOPO PENTECOSTE
Gen 6,1-22; (breve 6,5-22; Gal 5,16-25; Lc 17,26-3
Pessimismo o ottimismo? Realismo o illusione?
I brani della Messa di oggi non soltanto sono stimolanti: sono provocatori, fortemente provocatori, oltre quella decenza convenzionale che solitamente invochiamo anche protestando quando si descrive con troppo crudezza un male che in realtà c’è, ma che si vorrebbe attutire per non farci soffrire o deprimere, togliendoci perfino qualche speranza di volere un mondo migliore. Ma non si possono togliere le speranze, quando neppure ci sono, nemmeno un’ombra, nell’anticamera del cervello. E la cosa paradossale è questa: tutti pretendono un mondo migliore, senza fare nulla e fingendo che tutto vada bene. Guai a dire la verità, scoperchiare la pentola e dire: “Anzitutto, senti che puzza! E poi guarda dentro, e che cosa vedi?”.
E allora, davanti a certe pagine della Bibbia, si trovano tutti gli alibi, magari dicendo che in fondo si tratta di antichissimi miti che di storico magari hanno ben poco, o da rileggere proprio in quel senso ottimistico o di fiducia che contiene ogni messaggio divino.
Che la parola di Dio abbia come scopo di consolare l’uomo è verissimo. Anche il cosiddetto genere apocalittico è stato ingiustamente interpretato come un messaggio minaccioso: già la parola “apocalisse” richiama immediatamente qualcosa di catastrofico, e pensare che etimologicamente “apocalisse” significa “rivelazione”.
Rivelazione di che cosa? Della verità di Dio che riguarda la nostra salvezza e non la nostra dannazione. La parola di Dio è redentiva, è in vista cioè del nostro ravvedimento, e non è mai una punizione fine a se stessa, come certi provvedimenti punitivi non solo dello Stato, ma anche di una certa Chiesa, vedi quella ambrosiana, che punisce a tempo indeterminato spiriti liberi.
Certo, la parola di Dio è consolatoria, ma chiede ad ogni essere umano che sia disponibile al pentimento, al ravvedimento, al cambiamento, alla conversione, e perciò dobbiamo essere sinceri, aprire gli occhi sulla realtà, e vedere il male che c’è attorno a noi e dentro di noi. Fingere che tutto vada bene è bloccare la luce e la grazia dello Spirito.
E tanto più l’uomo devia dalla retta strada, più abbiamo bisogno di una Parola forte e stimolante che ci sostenga. Certe devozioni, pensate a quelle al Sacro Cuore di Gesù, fanno credere che Dio è così tanto dolce e buono che perdona tutto.
È vero che è sempre pronto al perdono, ma non lo fa mai gratis: chiede a ciascuno di noi una conversione, e non tanto pratiche devozionali che sanno veramente anche di ridicolo.
Dio non perdona, se poi rimaniamo come prima. Dio ci stimola alla conversione radicale, che naturalmente ha i suoi costi, soprattutto se siamo finiti in un burrone oppure siamo sepolti sotto una montagna di detriti.
Così vanno letti e intesi i brani della Messa di oggi, soprattutto il primo, che riguarda il diluvio universale.
L’autore sacro presenta Dio così arrabbiato da dichiarare di essersi pentito di aver creato l’uomo. E la cosa ridicola sta nel fatto che Dio, dopo il diluvio, abbia promesso di non punire più l’uomo con altri castighi.
Non sappiamo che cosa fosse successo a quei tempi da spingere Dio a pentirsi di aver creato l’uomo. Ma noi sappiamo ciò che è successo dopo, e ciò che succede ancora oggi, e non credo che Dio dopo il diluvio ai tempi di Noè si sia del tutto addormentato cullandosi tra sogni d’oro.
Apro una parentesi. Ricorro anch’io a una terminologia antropomorfica, cioè usando un linguaggio umano che non appartiene senz’altro a Dio, che non parla, non piange, non gioisce, non ride, non si arrabbia, non scherza, ecc. Dio è purissimo spirito, e non ha né emozioni né sentimenti, e tanto meno risentimenti o è vendicativo. Chiusa parentesi.
Dopo quel diluvio cosiddetto universale, che cosa è successo? Di tutto, e di più, e siamo ancora qui ad essere in preda a una società delinquenziale.
E quando, dopo un temporale, vediamo un arcobaleno, diciamo: “Che stupendo!”, e non capiamo che potrebbe essere quello un richiamo alla conversione. Ma ci limiamo a osservarlo esteticamente, nella sua varietà stupenda di colori, nella sua forma arcata che richiama il collegamento di due sponde, e ci dimentichiamo non solo dell’impegno di Dio, ma soprattutto del nostro impegno di cambiare vita.
Diluvio universale
Come allora interpretare il diluvio universale? Quando gli esegeti, ovvero gli studiosi della Bibbia, cercano di ridurre il fenomeno catastrofico descritto dall’autore sacro delimitandolo in una zona per evitare di estenderlo a tutta la terra, diventano ridicoli, perché non hanno ancora capito che si tratta di un mito, e che perciò neanche il diluvio universale va pensato come qualcosa di storico. Certamente, le alluvioni sono sempre esistite, e una di queste è diventata un racconto mitico per lanciare un messaggio, ovvero che l’umanità deve cambiare rotta o, meglio, per essere più concreti, che ciascun essere umano deve convertirsi.
Qui sta il messaggio, e lasciare perdere tutto il resto. Casomai leggiamo alcuni particolari in senso allegorico-mistico. Stanno ancora cercando su quale monte sia finita l’arca di Noè. Comici! Ridicoli! Pazzeschi!
Il messaggio allora qual è? È molto semplice da esporre, anche se è fortemente impegnativo da attuare.
Che il mondo vada male anche oggi è sotto gli occhi di tutti. Così come che la Chiesa e lo Stato siano impotenti nel risolvere questa tragica situazione. Entrambi, Chiesa e Stato, ciascuno nel proprio campo di competenza, e anche talora unitamente, offrono numerosi rimedi che alla fine servono a ben poco. Ma non abbiamo bisogno di rimedi, che solitamente sono carnali, ma abbiamo bisogno che qualcuno ci indichi qual è la strada da percorrere se vogliamo rifare questo mondo, ridando all’essere umano la sua essenza interiore.
Non si tratta di qualche intervento estetico, ma di riscoprire la sorgente del nostro essere, e talora per riscoprirlo non basta un acquazzone, ma un diluvio di grazia divina.
La Natura è bella già in sé, non ha bisogno di conversione. Siamo noi che dobbiamo riscoprire l’immagine divina che è in noi. La Natura è bella, e perché noi vogliamo essere brutti, tanto brutti da inorridire la stessa Natura?

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