Omelie di don Giorgio 2016: Domenica che precede il Martirio di S. Giovanni il Precursore

28 agosto 2016: DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
2Mac 6,1-2.18-28; 2Cor 4,17-5,10; Mt 18,1-10
Il primo brano riporta un episodio edificante di un periodo storico particolarmente difficile per il popolo ebraico.
È contenuto nel secondo Libro dei Maccabei, che riferisce avvenimenti che si sono svolti tra il 175 e il 160 a.C., al tempo della grande persecuzione del re siriano Antico IV, detto Epifane, implacabile nel volere imporre usi e costumi ellenistici, in contrasto con le istituzioni ebraiche.
L’episodio riguarda un zelante anziano ebreo, Eleàzaro, che rifiuta decisamente di mangiare carne suina, preferendo morire piuttosto che violare la legge ebraica.
Vorrei fare alcune osservazioni.
A rendere impuri non sono gli alimenti
Anzitutto. È chiaro che, da un certo punto di vista, ovvero  al di là di ogni ragione di potere di dominio, da non escludere mai nelle politiche dei grandi dominatori del mondo, tra cui metterei anche vendette contro popolazioni ribelli, la persecuzione di Antioco IV poteva avere delle buone ragioni, tra cui eliminare differenze culturali e religiose, nelle sue formalità, talora grottesche e inaccettabili. Sarebbe troppo sbrigativo liquidare come intolleranza la politica del re siriano, che non sopportava il fondamentalismo della religione ebraica, chiusa ad ogni apertura portata avanti invece dal mondo ellenistico.
Ad ogni modo, non entriamo nelle vere intenzioni di chi si ribella alle formalità religiose. Tuttavia, dobbiamo dire una cosa. Dopo due secoli, lo stesso apostolo Paolo risolverà il problema del cibo, ancora distinto tra mondo e immondo creando seri problemi ai convertiti tra il mondo pagano. In sintesi, Paolo dirà: a renderci impuri non sono gli alimenti, ma ben altro.
Ma forse i primi cristiani avevano già dimenticato le parole di Cristo: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!». E quando i discepoli gli si accostano per chiedergli spiegazioni, Gesù chiarisce: «Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo». (Mt 15,1-20)
Eppure, ancora oggi, ci sono religioni che proibiscono di mangiare certe carni. Rispetto, ma non condivido. Che sia magari sbagliato uccidere gli animali per nutrirsi delle loro carni, possiamo anche discutere. Rispetto le scelte dei vegetariani o dei vegani. Ma che dire degli ebrei o dei popoli antichi che sacrificavo gli animali per onorare il loro dio? Il Tempio di Gerusalemme grondava sangue ogni giorno.
Al di là delle formalità 
Seconda osservazione. L’episodio di Eleàzaro va letto però al di là del dilemma “carne lecita e carne proibita”.
Il comportamento dell’anziano ebreo di non mangiare carne suina, scegliendo la morte, riguardava quell’Alleanza che il re siriano intendeva colpire, come un caposaldo della unitarietà del popolo ebraico. Antioco IV sapeva che, sgretolando tra gli ebrei questo caposaldo, avrebbe potuto dominarli con più facilità. Ma Eleàzaro non ci sta. E disobbedisce agli ordini del sovrano.
Esempio per i giovani
Ed ecco la terza osservazione. A chi lo invitava a fingere, per aver salva la vita, Eleàzaro risponde: «Non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, per appena un po’ più di vita si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia».
Commenta don Angelo Casati: «Mi colpivano le parole di Eleàzaro perché mi spingevano a chiedermi se ci appartenga, o invece no, questa attenzione alle generazioni future, se ci sentiamo nei loro confronti in debito di una testimonianza e, ancora, se oggi dal mondo adulto o della vecchiaia essi possono attingere forza di credere, coraggio di sperare, voglia di impegnarsi o se, al contrario, messi davanti ai nostri intrighi, alle nostre diplomazie, ai nostri compromessi, non ricevano invece impulso a lasciar perdere. Con la conseguente crescita del disimpegno e della indifferenza».
«Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?»
Nel brano del Vangelo Gesù parla di ”piccoli”. Onde evitare fraintendimenti e riflessioni fuori posto (pensate alla volte che le parole di Gesù sono state usate per condannare il caso della pedofilia) occorre subito precisare che in greco il termine che in  italiano è stato tradotto con “piccolo”, in realtà significa “garzone”, “servo”.
Allora, il modello del vero discepolo di Gesù chi è? Il piccolo per età che fa tenerezza solo a vederlo?  No, è colui che non conta, ma lavora come il garzone che è al servizio degli altri. È colui che non dà nell’occhio o si mette in mostra. È colui che nella comunità non sgomita per farsi valere o per prendersi qualche responsabilità di prestigio. Tuttavia, non se ne sta con le mani in tasca a far niente: si dà da fare, lavora, s’impegna per la comunità o per la società. Ma come lavora? Lavora servendo gli ultimi, i più sfortunati, i meno considerati.
Anche qui, se imparassimo a lavorare per gli ultimi, ma nello stesso tempo a educarli perché a loro volta servano i più sfortunati di loro. Dobbiamo, con estrema schiettezza, riconoscere il fallimento del nostro compito sociale, sindacale, politico ed educativo nei vari campi, compreso quello religioso.
Abbiamo sbagliato tutto, nel lottare per difendere i diritti degli altri, lasciando poi gli altri, una volta conquistati i diritti, a goderseli egoisticamente. E questo perché, accanto alla lotta per i diritti, non c’è stata una seria e forte educazione ai doveri. I diritti senza i doveri sono fasulli e pericolosi: portano all’egoismo, all’individualismo, alla ideologia razzista.
Il primo dovere è insito nel nostro essere interiore, là dove non c’è superiorità culturale, razziale e tanto meno religiosa. E torno al solito punto: finché resteremo fuori del nostro essere, ovvero alieni, non capiremo mai la legge del servizio, che è il primo dovere dell’amore, che parte dallo spirito interiore.

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