Leyla Hussein: «Mutilazioni genitali femminili? Una violenza che non c’entra con cultura e tradizioni»

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Leyla Hussein:

«Mutilazioni genitali femminili?

Una violenza che non c’entra

con cultura e tradizioni»

Sono più di 200mila le bambine e adolescenti che vengono sottoposte a questa pratica barbara. Il problema è globale e non circoscritto solo a certe zone del mondo come molti pensano
di Marianna Tognini
Oltre 200 milioni di bambine e adolescenti in 30 Paesi in Africa, Medio Oriente e Asia. I numeri forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle mutilazioni genitali femminili (o MGF) non lasciano scampo, «ma sappiamo che questo tipo di violenza viene praticato anche in Russia, Colombia, Papua Nuova Guinea, Guatemala e in Paesi occidentali: è un problema globale, che non può essere relegato solo a determinate zone del mondo».
A parlare è Leyla Hussein, psicoterapeuta somala e attivista per i diritti umani, che è partita dalla sua esperienza personale (lei stessa ha subito una mutilazione genitale all’età di sette anni) per combattere una piaga anacronistica le cui radici affondano in usanze e credenze tribali. Hussein lo scorso 19 novembre è stata insignita dell’onorificenza di Ufficiale dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (OBE) «Per i servizi di lotta contro le mutilazioni genitali femminili e la disuguaglianza di genere», ed è tra i premiati della V edizione di Women for Women against violence – Premio Camomilla, evento ideato e organizzato da Donatella Gimigliano che unisce due grandi temi del mondo femminile, la violenza di genere e quella del tumore al seno.
Attraverso il Dahlia Project, un gruppo di ascolto nato per supportare le giovani vittime di infibulazione, e l’associazione Daughters of Eve, una no profit che si occupa di contrastare la negazione dei diritti di bambine e ragazze con matrimoni forzati, violenza domestica e mutilazioni, Hussein dedica anima e corpo alla difesa dell’integrità e della libertà sessuale delle donne, reclamando diritti pari a quelli degli uomini.
Le MGF sono eseguite con finalità non terapeutiche su bambine appena nate o tra i cinque e i quindici anni, e includono pratiche, spesso mortali, che vanno dall’incisione all’asportazione – parziale o totale – dei genitali esterni e che ledono irrimediabilmente la salute fisica e psichica di chi vi è sottoposto. «La ragione principale risiede nel controllo della sessualità femminile: le donne non sono ritenute esseri sessuati e non hanno diritto alla libertà.
Le MGF avvengono perché siamo nate con genitali femminili, indipendentemente dalla religione professata: sono praticate da cristiani, musulmani, induisti, ebrei, nonostante nessun libro sacro le menzioni». Il primo passo per affrontare la questione e restituirle l’urgenza che merita, secondo Hussein, sta nell’utilizzare il linguaggio corretto: «dobbiamo smetterla di riferirci alle MGF con termini quali ‘cultura’ o ‘tradizione’. È una violenza, un crimine: quando le persone, siano esse politici o giornalisti, ne parlano richiamando la sfera culturale, minimizzano la mia esperienza e quella delle altre vittime».
Il fraintendimento alla base, va detto, è che tendiamo ad attribuire il perpetrarsi di tali pratiche a comunità poco erudite e lontane dal nostro vissuto, quando invece si tratta di gruppi perfettamente integrati nella società occidentale – Europa e Stati Uniti in primis: «i politici pensano che contrastare le MGF sia una responsabilità delle singole comunità, mentre loro per primi dovrebbero investire denaro in educazione, sanità, giustizia… in risorse, insomma, che userebbero per prevenire qualsiasi altro crimine. Le MGF invece vengono trattate separatamente, senza appunto riconoscere il fatto che sono una forma di violenza a tutti gli effetti: ai bambini dev’essere insegnato che nessuno può toccare i loro corpi; la giustizia le deve affrontare come una violenza nei confronti di un minore; la sanità le deve considerare alla stregua di un grave tema di salute pubblica. Finché continuiamo a convincerci che le mutilazioni abbiano una matrice culturale e che siano portate avanti solo da determinati individui, la situazione non cambierà mai».
Il nocciolo della questione, per Hussein, non è tanto «quanto se ne discute, bensì come se ne discute: i politici occidentali sono fin troppo attenti e delicati, hanno paura di inimicarsi le varie comunità e sono preoccupati di ciò che la gente potrebbe pensare se facessero ricorso ad azioni e toni più duri. Non si rendono conto della gravità del fenomeno, non capiscono che parliamo di fare del male a delle bambine: se qualcuno decidesse di punto in bianco di tagliare le dita ai neonati, scommetto che non userebbero lo stesso linguaggio. In più, mi angoscia constatare che quando la cosa riguarda bambine di colore o asiatiche si tende ad andare in punta di piedi: è per questo motivo che esorto sempre chiunque a parlare delle MGF come di una violenza, evitando di sminuirla con perifrasi diverse».
L’aspetto forse più scioccante è prendere atto che il problema non è una mancata integrazione: «moltissime persone che praticano le MGF sono pienamente integrate: hanno un’educazione, sono professori universitari, imprenditori, avvocati, che credono sia ‘giusto’ mutilare le donne. Lo stesso vale per gli uomini che commettono violenza domestica, che non di rado provengono da buone famiglie e hanno ricevuto un’istruzione: semplicemente, poggiano le loro convinzioni sull’idea che il corpo femminile vada controllato. In ogni angolo del mondo, usare violenza contro le donne è una sorta di legge non scritta, e le MGF ne sono parte: pure in Occidente, i politici non sempre intervengono perché in fondo ritengono che dobbiamo essere dominate».
In un simile gioco perverso, una fetta consistente di responsabilità ricade proprio sulla politica, come spiega Hussein: «gli esponenti politici dei Paesi occidentali non vogliono dire o fare nulla per non infastidire i loro amici in Africa. Prova a immaginare, cosa succederebbe se il Governo britannico stabilisse un aut aut: stop agli aiuti se i governi locali non impongono l’interruzione delle MGF? Viviamo in un mondo che non condanna abbastanza l’abuso sessuale sulle donne, e io non sono nemmeno più disposta a chiamarle ‘mutilazioni genitali femminili’, ma ‘gravi violenze sessuali nei confronti delle bambine’, perché è ciò che realmente sono».
Hussein ha una figlia oggi sedicenne, la prima ragazza della sua famiglia a non essere stata sottoposta a una mutilazione genitale, la prima ragazza della sua famiglia a essere libera. «Da quando era piccola, a due anni, le ho insegnato che nessuno ha il diritto di toccare il suo corpo e di farle fisicamente del male», racconta, e solo in questo modo è riuscita a spezzare per sempre un ciclo che altrimenti avrebbe coinvolto un’altra generazione. C’entra la prevenzione, c’entra la scelta di un giusto linguaggio, c’entra l’educazione, c’entra l’impegno e le pressioni che i Governi occidentali possono esercitare sui Paesi e sulle comunità dove le mutilazioni genitali femminili sono considerate la normalità. Non esiste una ricetta magica, esiste un lavoro lento e graduale che ci coinvolge tutti, e che parte da una dolorosa presa di coscienza: non è un fenomeno che tocca realtà e vissuti lontanissimi dal nostro, e proprio per questo, probabilmente, deve riguardarci ancora di più.

 

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