Omelie 2017 di don Giorgio: FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA

29 gennaio 2017: S. FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE
Sir 7,27-30.32-36; Col 3,12-21; Lc 2,22-33
Il Siracide: libro sapienziale
Il primo brano della Messa è tolto dal libro del Siracide, così chiamato perché è stato scritto in ebraico da Ben Sira verso il 180 a.C., poi tradotto in greco dal nipote verso il 130 a.C. Secondo l’antica traduzione latina, il libro viene anche indicato con il titolo di Ecclesiastico, perché l’opera era molto letta nella comunità ecclesiale, a motivo del suo ricco insegnamento sapienziale, rivolto ad ogni categoria di persone e valido per le diverse situazioni della vita. Quando, verso la fine del I secolo d.C., venne fissato il Canone ebraico (canone significa elenco ufficiale dei libri della Scrittura), il libro del Siracide venne escluso, probabilmente perché si era diffuso nella sua versione greca, a differenza della Chiesa cattolica che invece, benché tardivamente (ecco perché è un libro deuterocanonico) l’ha inserito nel suo Canone ufficiale. Per essere completi, anche per luterani e anglicani, che seguono la Bibbia ebraica, il libro del Siracide non è ritenuto canonico, ovvero ispirato dallo Spirito santo.
La Sapienza interiore
Eppure, si tratta di un libro molto prezioso per i suoi insegnamenti. Non dimentichiamo che il Siracide è uno dei sette libri sapienziali. Che poi questi insegnamenti sapienziali siano stati o no ispirati direttamente dallo Spirito santo, non dovrebbe importarci gran che, se è vero che lo Spirito inabita in noi dal nostro concepimento. La Sapienza divina si è fatta carne nella nostra carne, e non solo nelle parole della Bibbia. C’è una Scrittura sacra, ma sacro anzitutto è il nostro essere. Oltre ad una Bibbia ispirata scritta, c’è una Bibbia ispirata vivente, che è il nostro interiore, dove lo Spirito scrive le parole migliori.
La sapienza popolare
La sapienza non è una caratteristica solo del mondo ebraico, come non è neppure prerogativa del mondo religioso. Quando si parla di sapienza si parla di una qualità divina interiore, che non può essere determinata e tanto meno condizionata: si esprime in diverse lingue, senza fissarsi in modo esclusivo in una determinata epoca, in un determinato luogo, in una determinata cultura, in una determinata razza, dentro una determinata religione. È talmente popolare e universale che trovi la sapienza ovunque, anche nei ceti sociali più poveri. Anzi, la sapienza preferisce gli umili, perché nell’umiltà ha modo di esprimersi più liberamente. Purtroppo, con il progresso la sapienza sembra scomparsa nel consumismo più spudorato. E lo stesso popolo, purtroppo, ha perso i suoi antichi valori, attratto e manipolato da una idiozia fatta solo di pelle.
Ed è per questo che, soprattutto ai nostri giorni, dovremmo ricuperare la lettura dei libri sapienziali e far sì che la saggezza popolare venga difesa da un collasso generale, che è riuscito a frantumare l’essere umano, distaccandolo dalla sua sorgente interiore.
La sapienza è una visione integrale o globale della realtà, in ogni sua sfaccettatura, e può essere una visione ottimistica o una visione pessimistica, ma, in qualsiasi caso, tende a superare le emozioni o le delusioni, gli aspetti positivi o gli aspetti negativi, in vista di quel meglio che sa armonizzare le diverse esperienze esistenziali.
Primo brano della Messa
Nel primo brano della Messa troviamo numerosi verbi: i verbi “onorare” e “ricordare” (in riferimento ai genitori: bella l’espressione “non dimenticare i dolori/doglie di tua madre” e anche l’altra: “che darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?”); il verbo “temere” (in riferimento al Signore: timore non è paura, ma rispetto/amore), il verbo “riverire” (nei riguardi dei sacerdoti: c’è la generazione della vita fisica e c’è la generazione della vita di fede), il verbo “stendere la mano” (nei riguardi del povero; notate bene: non si dice che devi dare qualcosa al povero che tende la mano; ma spetta a noi fare il primo passo, ovvero tendere la mano aiutando il povero), il verbo “estendere” la generosità verso ogni vivente, piangere con chi piange, visitare gli ammalati, infine ricordarsi dei morti e soprattutto ricordarsi della propria morte: anche questo è saggezza.
San Paolo: “rivestitevi di…”
L’apostolo Paolo, nella Lettera ai Colossesi, capitolo terzo, dopo aver parlato del Risorto come la Vita nuova nello Spirito santo, ne deduce che anche il cristiano, che crede nel Risorto, non è più l’”uomo vecchio”, ma l“uomo nuovo”.  Se l’”uomo vecchio” portava vestiti vecchi, l’”uomo nuovo” deve portare vestiti nuovi. Ecco perché dice: “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza…”.
Anche qui specifichiamo: non è che i pagani non fossero animati da buoni sentimenti e da valori umani, ma i cristiani, proprio perché credenti nel Risorto, dovrebbero riscoprire in se stessi il meglio della presenza dello Spirito santo. E invece? Talora e spesso i credenti si dimostrano creature vecchie, rivestite dei peggiori vizi. Una sola domanda. Quando ci troviamo di fronte alle emergenze umanitarie e sociali, che ci toccano da vicino, in quanto cristiani come ci comportiamo? Possiamo almeno chiederci come Cristo si comporterebbe?
“Luce per illuminare le genti…”
Passando al brano del Vangelo, potremmo soffermarci sul rapporto tra la legge e lo spirito, tra il vecchio che muore e il nuovo che avanza. Ma sono le parole profetiche del giusto Simeone, rivolte al Bambino misterioso, a suscitare stupore tra i presenti, anche nell’animo dei genitori di Gesù.
“Luce per illuminare le genti”. La luce di per sé non crea qualcosa, ma toglie il velo delle tenebre. La luce fa vedere: il bene e il male. Certo, non basta illuminare e capire dove sta il bene e dove sta il male. Ma è già tanto saper distinguere. La luce in Gesù è sempre collegata con la salvezza, che richiama un intervento divino.
Il problema di fondo, comunque, per la società di oggi, così almeno la penso io, è che una coltre di fitta nebbia copre la mente umana. Abbiamo perso la cognizione della realtà. Come possiamo parlare di salvezza, se da parte di ciascuno di noi non c’è la consapevolezza che bisogna anzitutto schiarirci qualche idea sulla nostra vera identità?

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