Omelie 2015 di don Giorgio: Sesta Domenica di Quaresima

29 marzo 2015: Domenica delle Palme
Is 52,13-53,12; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11
La sesta domenica di Quaresima, detta delle Palme secondo il rito ambrosiano o della Passione del Signore secondo il rito romano, introduce alla Settimana santa.
Nei più antichi documenti della liturgia ambrosiana, la Settimana che precede la Pasqua è chiamata “Settimana autentica”. Può significare: «settimana eminente» fra tutte le settimane dell’anno liturgico, oppure «settimana tipica o normativa» sulla quale è stata modellata ogni altra settimana dell’anno liturgico.
Solitamente parliamo di anno liturgico, mentre in realtà sappiamo che il Mistero pasquale va oltre la liturgia. Volere o no, la storia umana è stata segnata nel profondo dalla Pasqua di Cristo. Forse nemmeno noi credenti ce ne siamo finora accorti.
La Settimana santa o autentica richiama un’altra settimana, quella delle prime pagine della Genesi, che narrano la creazione del mondo. Anche la Settimana della creazione è tipica o normativa, nel senso che anch’essa ha modellato la settimana ebraica. Sappiamo che il racconto biblico della creazione è mitico, poetico, e perciò non corrisponde scientificamente alla realtà. Ma sappiamo anche che è ricco di insegnamenti. Dio ha creato il mondo dandogli un certo ordine, con il soffio dello Spirito vitale. Poi è  successo qualcosa di irreparabile. Ma Gesù Cristo è venuto per tentare di rimettere le cose a posto, effondendo di nuovo il suo Spirito, sulla Croce.
Non mi soffermo a riflettere sui brani della Messa, vorrei invece darvi alcune indicazioni, teologiche e pastorali, che possano aiutarci a vivere con fede il prossimo Triduo Pasquale.
Anzitutto, non dovremmo mai dimenticare che il primo annuncio degli apostoli, dopo la risurrezione di Cristo e la Pentecoste, era: Gesù ha sofferto, è morto ed è risorto. Gli studiosi parlano di “kerigma”, parola greca usata nel Nuovo Testamento a indicare l’annuncio della Buona Novella. L’annuncio dei primi cristiani non riguardava tutto il Vangelo, che verrà successivamente messo per iscritto dagli evangelisti. Ripeto, il primo nucleo del messaggio evangelico era: Cristo ha patito, è morto ed è risorto. Solo in seguito l’insegnamento apostolico si allagherà a comprendere “facta et verba”, ovvero i fatti e le parole di Cristo e, ancora più tardi, anche la sua infanzia.
Nel Vangelo di Marco, che è quello più antico tra i quattro, la Passione di Gesù occupa la maggior parte della narrazione. Questo fa già capire l’importanza che aveva presso i primi cristiani il Mistero pasquale.
Se vogliamo cogliere alcune parole-chiave dei racconti evangelici della Passione di Gesù, possiamo individuarne almeno tre: la drammaticità degli eventi; la libertà di Cristo, sempre l’unico vero regista; infine, la sottile ironia di Dio.
Anzitutto, si tratta di racconti altamente drammatici nella loro sequenza, come un crescendo di dolori e di solitudini, fino al culmine del Calvario. A parte alcuni momenti eccezionali (l’incontro con Maria e con le pie donne, la presenza sotto la croce di Giovanni e di un gruppetto di donne), Cristo resta “solo” a combattere l’ora del demonio, che era stata preannunciata dall’evangelista Luca, dopo il racconto delle tentazioni di Gesù: «Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato».  Secondo gli esegeti, il “momento fissato” sarebbe proprio la passione di Cristo.
Tradito da Giuda, uno dei Dodici, abbandonato dagli apostoli e dai discepoli, perfino dal Padre celeste: ecco la solitudine del Figlio di Dio. Il momento dell’Orto degli Ulivi rappresenta il culmine: una solitudine che si traduce in gocce fisiche di sangue. Nel Getsemani si è svolto uno dei più drammatici dialoghi tra il Figlio e il Padre,. Nel più profondo silenzio della notte, mentre gli apostoli dormono.
Ed ecco la seconda parola: “la libertà di scelta” di Cristo. Egli non ha accettato supinamente il volere del Padre Celeste, come un cieco destino imposto dall’alto. Non si è limitato a dire: “Obbedisco!”, come un condannato con le idee confuse.
Nei racconti della Passione è sempre presente, oltre alla drammaticità degli eventi, la piena coscienza di Gesù. Dunque, la drammaticità e la solitudine o l’abbandono non hanno tolto la libertà interiore di Cristo, che va incontro alla sua morte, con la mente lucida, responsabilmente.
Ed è proprio qui che possiamo parlare di amore supremo. Che senso ha dare la vita, costretti dalle circostanze? L’amore è libertà. L’amore non dipende unicamente dalle sofferenze fisiche o morali. Mi spiego. Solitamente siamo portati a evidenziare gli aspetti di dolore di Gesù durante la sua passione, come se, più le sofferenze sono forti, più grande deve essere l’amore. Questo è vero, ma fino a un certo punto. Certo, Cristo ha sofferto, ma ci sono state persone che hanno sofferto ancor più di Cristo. Ma Cristo è insuperabile nella sua testimonianza d’amore. Non è la sofferenza in sé che salva, ma l’amore che c’è dietro alla sofferenza. E l’amore è libertà, piena consapevolezza, lucidità di fronte al dolore.
L’ho già detto migliaia di volte: gli evangelisti non si limitano a narrare i fatti, ma fanno teologia narrando i fatti. Che significa? Significa che colgono nei fatti qualcosa che va al di là di ciò che vede uno storico. Gli evangelisti più che storici, cronisti, scrittori o giornalisti sono teologi. Vedono gli eventi con l’occhio profondo, diciamo “intelligente”, di Dio. Così hanno letto e riletto anche la passione di Cristo. Giovanni, in particolare, dà una lettura teologica di quegli eventi.
Leggendo la passione, non siamo dei disperati che non sanno come andranno le cose. Sappiamo già che Cristo è risorto. La speranza segue lo svolgersi degli eventi. Per Giovanni la Gloria è la Croce, già illuminata dal Risorto!
Ed ecco la terza parola: “l’ironia di Dio”. Dico subito che ironia non è dileggio, disprezzo, una presa in giro per divertimento. L’ironia di Dio è qualcosa di sottile, che da sempre, da quando è iniziato questo mondo, è presente nella storia umana. In poche parole, Dio trasforma il negativo in positivo: gli uomini credono di essere registi, in realtà il vero regista è Dio.
L’ironia di Dio per esempio sta nella scelta dei più deboli, degli scarti umani, per sconfiggere i potenti. Alla fine vince sempre il bene, e i cattivi da protagonisti diventano vittime di se stessi, della propria cattiveria.
È successo così anche durante la passione di Cristo. Sembra che a condurre gli eventi siano i capi giudei, in realtà l’unico vero regista è Cristo, il quale non si fa condizionare dagli eventi, ma li guida a modo suo, servendosi degli stessi carnefici. Senza volerlo, contro la loro intenzione, gli avversari fanno il gioco di Gesù.
Gli esempi sarebbero tanti. Ne cito alcuni. Gli ebrei non entrano nel pretorio di Pilato per non contaminarsi, e non sanno di condannare l’Incontaminato, Cristo. Sono preoccupati, dopo la morte di Gesù, di tornare a casa a mangiare l’agnello pasquale, mentre poco prima aveva messo sulla croce il vero Agnello.
L’ironia diciamo più bella è la Risurrezione, che avviene nonostante la guardia dei soldati. Essi dormono, tanto sono sicuri che tutto ormai è finito. Ma Dio ha già pronto la grande Sorpresa. Una sorpresa che richiederà ulteriori ironie. I soldati dicono: mentre dormivamo, hanno trafugato il cadavere! Mentre dormivano, se ne sono accorti!
L’ironia di Dio continua, perché continua l’ostinazione umana. Ciò è successo nella storia della Chiesa, e succede tuttora: gli uomini di Dio fanno i loro calcoli, e Dio si prende gioco di loro. Non è così?
Dunque, stiamo per vivere una settimana di grande passione, di infinito amore e di una sottile ironia divina che si prende gioco della cattiveria umana. È in gioco anche la nostra fede.

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