Omelie 2016 di don Giorgio: SECONDA DOPO PENTECOSTE

29 maggio 2016: SECONDA DOPO PENTECOSTE
Sir 18,1-2.4-9a;10-13; Rm 8,18-25; Mt 6,25-33
Sarei tentato di partire dal brano del Vangelo, che è quello più noto. Per evitare di cadere anch’io nel rischio comune di leggerlo, anzitutto, come se Cristo ci avesse dato prova anche della sua vena poetica elogiando la provvidenza divina, vorrei partire dai primi due brani che possono aiutarci a cogliere anche il senso più profondo della pagina di Matteo.
Dall’esterno all’interno
Dico subito che, ancora una volta – potrebbe sembrare oramai una mia fissa, ma è la realtà purtroppo dimenticata – siamo invitati a interiorizzare il nostro rapporto con Dio o, meglio, con quel Mistero divino che coinvolge non solo la Divinità a se stante, ma anche il nostro essere più profondo, per cui, al di fuori del nostro essere, Dio sarà sempre e unicamente il creatore e il padrone, assolutamente fuori di ogni nostra conoscenza e fuori di ogni nostra accessibilità, e ci chiederemo magari smarriti e delusi: “Chi siamo noi?”. Come a dire: “Dio sarà sempre l’infinitamente grande e noi l’infinitamente piccolo!”.
Con questa insanabile sfiducia che porta al pessimismo più radicale, nonostante l’ottimismo di una religione che vorrebbe riempire il divario tra noi e Dio, proponendoci un suo dio, certamente più accessibile ma illusorio, ci sentiremo sempre impotenti, fin tanto che, ecco il punto, saremo alle prese con un Dio creatore e padrone dell’universo, e ci sentiremo quasi schiacciarti e umiliati, in quanto creature destinate a finire gli anni, pochi o tanti, della nostra esistenza come poveri prodotti consumati dal tempo.
Se la Bibbia ci dà questa impressione è perché si tratta di una lettura falsa della Parola di un Dio, che invece parla non da creatore e padrone, ma con la voce di quello Spirito che è la stessa realtà divina e che abita nel profondo del nostro essere.
All’interno del nostro essere, là dove Dio annulla le distanze
Quando si parla di Spirito santo, si parla di quel mondo divino che scende dal trono di una onnipotenza tipica delle religioni monoteistiche. La Divinità scende per prendere dimora nell’interno dell’essere umano. Anche qui, comunque, attenzione: non è che Dio decide di scendere quando gli scatta un istinto buono. Il nostro essere umano è già predisposto fin dall’inizio a farsi dimora del Divino. Tutto dipende da noi. Invece, la religione in quanto tale, perciò ogni religione monoteistica, vuole portare l’essere umano verso Dio, come se Dio abitasse nei cieli lontani, ma a modo suo: imponendo i suoi riti, le sue formalità religiose, i suoi dogmi dottrinali e morali. La Mistica ci dice, invece, che l’incontro col Divino avviene nel nostro essere.
E allora è chiaro che, finché noi viviamo fuori di noi stessi, all’esterno, perciò come alienati (alienazione vuol dire essere un altro), saremo tagliati fuori dall’incontro con il Divino, e questo durerà finché saremo vittime di una religione che, lo ripeto, ama marcare il distacco tra noi e Dio, per imporre un suo dio-idolo, fatto di leggi e dogmi tali da umiliarci nella dignità del nostro essere. Quella del peccato originale che ci farebbe nascere già corrotti è una bella invenzione utile alla religione. Come a dire: tu dentro sei così mal ridotto che adesso ci penso io a salvarti. Per i mistici la salvezza è già in noi, indipendentemente da ogni struttura religiosa.
Il brano di Matteo: non farci occupare dai beni materiali   
Detto questo, passiamo ora a leggere il brano di Matteo. Che cosa in realtà Gesù ci vuole insegnare? Anzitutto, non dobbiamo leggerlo a se stante, ma collegarlo con i versetti che lo precedono, là dove Gesù fa una serie di affermazioni, tra cui: «Non accumulate per voi tesori sulla terra… Nessuno può servire due padroni… Non potete servire Dio e mammona”. Mammona, termine di origine aramaica, è la ricchezza ingiusta personificata, che diventa un idolo.
La condanna di Gesù nei riguardi dell’accumulo (oggi diremmo capitale) è inequivocabile e, quando l’accumulo si fa “mammona”, ovvero un idolo, allora si mette in pericolo il primato di Dio, l’essere supremo, che non può scendere a compromessi con il dio-avere.
Nel brano di oggi, Gesù va ben oltre: ci mette in guardia da ogni affanno per i beni essenziali, quali il cibo e il vestito.
Nel brano di Matteo troviamo diversi imperativi al negativo: “non preoccupatevi…”, mentre uno solo è al positivo: “cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia”. In che senso, dunque, non dovremmo preoccuparci della nostra vita materiale? Qui si richiede una chiara distinzione tra “occuparsi” e “pre-occuparsi”. Una eccessiva preoccupazione porta all’affanno, a farci perdere la serenità dello spirito, a far prevalere sull’essere tutto ciò che riguarda la nostra esistenza materiale. Qualcuno traduce il verbo “pre-occupare” con “andare in pezzi”: essere frantumati, tirati da una parte e dell’altra. Si tratta di trovare il giusto equilibrio: tra l’essere e l’avere, tra lo spirito e il corpo. Ma l’equilibrio non lo raggiungeremo mai, se non partiremo dal nostro interiore.
Certo, non è peccato occuparci anche dei beni materiali, ma il vero problema sta nel non farci “occupare” da questi beni, diciamo esterni al nostro essere interiore. Si tratta, cioè, come scrive don Angelo Casati, di “non subire una occupazione, un’invasione, un dominio. Non hai più la mente sgombra, non hai più l’anima libera. La tua testa è altrove. Sei occupato. Perdi le persone, le cose, gli eventi. Con la testa sei altrove”.
Cercate prima il regno di Dio
Capiamo ora l’imperativo positivo: “cercate, invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia… “. Il regno di Dio è là dove Dio abita, e Dio abita anzitutto nel nostro essere. Non dobbiamo cercarlo fuori di noi. Ridare il primato a Dio e dare il primato al nostro essere è la stessa cosa. E allora: chi ha ragione? La Mistica o la religione?
“Guardate… osservate…”
Ci sono altri imperativi nel brano che solitamente vengono trascurati. Sono: “Guardate gli uccelli del cielo…”, “osservate come crescono i figli del campo…”.
Solo una cosa vorrei aggiungere in questi pochi secondi che mi rimangono. L’equilibro tra l’essere e l’avere lo potremmo trovare nella natura, al di là del suo aspetto puramente estetico. La natura è senza perché: non fa calcoli, è lontana da ogni interesse. Cito solo le parole di un grande mistico, Angelus Silesius, vissuto nel settecento. “La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce. A se stessa non bada, che tu la guardi non chiede”. Questa si chiama gratuità pura.

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