Omelie 2015 di don Giorgio: TERZA DI AVVENTO

29 novembre 2015: Terza di Avvento
Is 45,1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28
Quando Dio sceglie anche i pagani
Partiamo dal primo brano della Messa. Merita una particolare analisi. Anzitutto, i fatti. Siamo nel secolo VI a.C. Gli ebrei si trovano a Babilonia, deportati dopo la sconfitta e la distruzione di Gerusalemme. Un profeta, anonimo per noi, ma conosciuto tra gli ebrei esuli, fa loro una grande rivelazione. L’esilio durerà sì parecchi anni, ma poi ci sarà il grande ritorno in patria. Come ciò potrà accadere? Per un gioco di alternanza politica, di cui il Signore si serve a vantaggio del suo popolo. Ciro, nuovo re dei persiani, sta già conquistando e sottomettendo i regni dell’Asia Minore e dell’Oriente. Si dirige verso Babilonia, la conquista senza incontrare resistenza, libera i popoli sottomessi e proclama, con un editto a tutti i deportati, che possono tornare nelle loro terre se lo desiderano. Di fatto non tutti gli ebrei ritorneranno, ma molti si fermano a Babilonia, dove addirittura si istituisce una scuola ebraica famosa nei secoli futuri. È nata così la cosiddetta “diaspora”, o dispersione degli ebrei nel mondo, al di fuori della Palestina.
Questi sono i fatti. Ma l’autore sacro legge questi fatti storici, dandone una interpretazione teologica. In che senso?
Anzitutto, chi è Ciro? È un re pagano, che perciò non conosce Jahvè, ovvero il Dio d’Israele. Ecco il paradosso: un re pagano si fa difensore degli oppressi e dei deboli. Nulla di strano, se è vero che la storia conosce re che, al di fuori di ogni religione, hanno contribuito a creare la storia migliore. Ma ciò che sconcerta è il fatto che la Bibbia presenta Ciro come servo di Dio, colui che il Signore ha preso «per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re (per disarmarli), per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso”. E poi: “Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca”.
La parte finale del brano di oggi è nota: “Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia”. Parole che la Liturgia ha ripreso proprio in riferimento a questo periodo d’Avvento, in attesa della nascita di Gesù.
Riporto ora alcune considerazioni di don Raffaello Ciccone: «Mi sembra un testo splendido e inaudito per il Vecchio Testamento, poiché qui è un pagano che viene esaltato a strumento voluto da Dio per liberare e mostrare la sua misericordia. Per giungere a questa intuizione, ci si deve mettere nell’atteggiamento di chi sa della presenza discreta e anonima di Dio che però opera nel mondo e ci offre “segni”: sono i grandi segni della storia e i piccoli segni della nostra vita personale che dobbiamo identificare e interpretare, Vi ricordo un atteggiamento fondamentale che ci ha svelato il Card. Martini per la sua vita interiore. Da pastore si è chiesto: “Perché mi si presenta questo problema concreto (un attentato terroristico, una fabbrica che chiude, un prete che intende lasciare l’abito, un politico che ruba, una coppia che vuole conciliare il proprio amore e la possibilità di decidere quando aver figli e quanti, una donna abbandonata dal marito che si è rifatta una vita affettiva e chiede i sacramenti) e la domanda è diventata: che cosa vuole dirmi il Signore mettendomi davanti a tali vicende, e come pensa che io possa essere testimone della speranza e della fiducia che ha posto in me?”. È lo stesso atteggiamento di come il Card. Martini si metteva di fronte alla Scrittura per cercare risposte. Ma dovrebbe essere anche il nostro interrogativo nel tempo dell’attesa».
I pagani prendono il posto degli ebrei
Nella Lettera ai cristiani di Roma, capitolo ottavo, San Paolo eleva un grande inno d’amore all’opera meravigliosa di Dio come salvatore. Nello stesso tempo, l’Apostolo pensa a coloro che l’hanno rifiutato, ovvero al popolo eletto. Come? Proprio quando era giunto il momento di  godere dei benefici del Messia, ecco la loro ottusità e cecità.
Solo alcuni tra gli ebrei hanno accolto la Buona Novella, che invece, con maggiore abbondanza, si sta diffondendo tra i pagani. Da una parte il grande entusiasmo dei pagani, e dall’altra il rifiuto del popolo ebraico. Ecco la sofferenza di Paolo: “Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua”. E poi aggiunge: “Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”. Egli dice che accetterebbe persino di diventare un maledetto (“anatema”) se questo potesse servire a qualcosa, per salvare il suo popolo. Come se oggi dicessimo: che io sia condannato, se ciò servisse a salvare un innocente; che io vada all’inferno, se ciò servisse a salvare la mia comunità, ecc. Capite che sono parole forti, fortissime, che rivelano la grandezza d’amore di un credente nella giustizia universale. D’altronde, San Paolo non dice nulla di nuovo, dal momento che Cristo stesso si è fatto maledetto sulla croce, per salvare l’Umanità.
Due brevi osservazioni. La prima. Il popolo ebraico non ha capito che era uno strumento, solo uno strumento, per veicolare un messaggio universale. Quando, con l’avvento del Messia, la sua missione stava per concludersi, invece che aprirsi si è nuovamente chiuso in se stesso, ed è qui che Dio lo ha abbandonato al suo destino. Il destino del popolo ebraico si ripeterà nella Chiesa, la quale, ogniqualvolta tenterà di credersi l’unica privilegiata detentrice della verità, verrà abbandonata da Dio. Il rischio non è mai stato superato, neppure ai nostri giorni. Mi fa paura, tremendamente paura una Chiesa osannata dal mondo intero. Dio si è già rifugiato altrove.
Un’altra osservazione. Il profeta mette a rischio perfino la propria salvezza, pur di stare dalla parte dell’Umanità. Il profeta non pensa a se stesso: rischia tutti i giorni la scomunica, pur di salvare un pezzo di questa Umanità.
Gesù, la Sorpresa che scandalizza
Passiamo al Vangelo. Anzitutto, non solo i contemporanei, ma perfino il precursore Giovanni è rimasto sorpreso di fronte a Gesù, che si comportava in un modo del tutto strano. Lo aspettavano in un modo, e invece si stava rivelando tutt’altro. Gesù ha spiazzato tutti. Ecco la Novità evangelica: Novità significa Sorpresa. I discepoli stessi di Gesù resteranno continuamente sorpresi. Ogni giorno il Maestro li sorprendeva.
Ma attenzione: non sono tanto i fatti, i miracoli, i gesti materiali che vanno osservati per cogliere qualcosa della Sorpresa-Gesù. Casomai, come scrive Giovanni nel quarto Vangelo, bisogna cogliere il senso profondo contenuto nei gesti. Sì, anche Gesù compiva fatti strepitosi, ma li compiva in un modo sorprendente.
Poi, Gesù fa un elogio sperticato del cugino Giovanni. Ma Gesù va oltre. Sembra dire: certo, Giovanni non è una persona volubile, non è opportunista, non è corrotto. Oggi diremmo: è una persona tutta d’un pezzo. Ma non basta!
Il vero credente non abbandona mai il campo di battaglia, lotta in continuazione, ma, nello stesso tempo, si pone continuamente delle domande, vive di dubbi, non solo sull’uomo, sulla società, ma anche su Dio, che non sembra mai soddisfatto delle nostre ricerche, della nostra fede, ogni giorno ci sorprende, ci invita ad aprirci, a guardare avanti, oltre l’immediato.
Dunque, non basta essere brave persone. A parte il fatto che nessuno di noi dovrebbe credersi onesto o una brava persona al cento per cento. È una presunzione tipicamente italiana!
Siamo sempre peccatori, ogni giorno manchiamo in qualcosa, se non altro potremmo fare di più in meglio. Ci accontentiamo di ciò che noi riteniamo nostro dovere, senza fare troppi sforzi ulteriori. La meta non è tanto ciò che facciamo, ma ciò che potremmo fare di meglio. Il meglio, come Gesù, è una sorpresa che deve sempre sorprenderci, ed è per questo che il vero peccato della società di oggi è lo scontato, l’appiattimento, lo standard generalizzato, stare nei limiti dell’ordine costituito.
L’onestà, allora, diciamo la santità, non è accontentarsi del minimo, e nemmeno restare nei canoni della religione. L’onestà va valutata in rapporto al meglio, e non in rapporto alle leggi o alle autorità costituite. Va oltre. Sempre oltre. E così ad essere sorpresi siamo noi, in quanto affascinati dal Mistero divino che ci stimola ogniqualvolta a procedere, oltre il lecito umano.

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