Omelie 2013 di don Giorgio: Nell’Ottava del Natale del Signore

29 dicembre 2013: Nell’Ottava del Natale del Signore

Pr 8,22-31; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14

La liturgia di questa domenica ci ripresenta il Prologo del quarto Vangelo, una specie di introduzione. In realtà si tratta di un testo poetico, di un inno molto elevato. Non posso dilungarmi in una spiegazione esegetica parola per parola. Non è qui la sede e non ci sarebbe il tempo necessario. Farò tuttavia qualche riflessione, prendendo lo spunto da una conferenza di Padre Alberto Maggi.

Padre Maggi inizia subito dicendo che il Prologo è il brano più difficile del Vangelo secondo Giovanni, e di tutti e quattro i Vangeli. D’altra parte è un brano stupendo. Ed è proprio per il contenuto che Giovanni è stato raffigurato come l’aquila, perché con il suo sguardo acuto penetra nell’intimità di Dio. 

Diciamo innanzitutto che questo prologo è un inno all’ottimismo di Dio sull’umanità, un inno dell’amore che Dio ha per noi. Qui sta anzitutto la novità del messaggio del Prologo.

Il Prologo inizia con l’espressione, “In principio”, che richiama la prima parola con cui comincia il primo libro della Bibbia. La Genesi infatti inizia con queste parole: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1). Ebbene, ecco la novità, Giovanni non è d’accordo e smonta tutto il bagaglio teologico della creazione che si era radicato nei secoli in Israele. Dice Giovanni che “in principio”, prima ancora che Dio pensasse e creasse il cielo e la terra, c’era qualcos’altro: esisteva già… e qui usa un termine che veramente non è facile tradurre: in greco è “logos”, che ha un’incredibile varietà di significati. La CEI traduce con “verbo”, altri traducono con “parola”. In realtà “logos” è un termine che da una parte significa “progetto” e da un’altra, in quanto progetto espresso, significa “parola”. Giovanni, in questo prologo, dice che fin dall’inizio, prima ancora della creazione del mondo, Dio aveva un progetto, Dio aveva un’idea.

Giovanni, usando il termine “logos“, ha inteso, come si è detto, demolire tutta la teologia ebraica della creazione. Qual era la teologia ebraica della creazione? La troviamo espressa molto chiaramente nel Talmud (testo ebraico che raccoglie anche la tradizione orale della legge divina), il quale dice che il mondo fu creato per le dieci parole, ovvero i dieci comandamenti ricevuti da Mosè sul monte Sinai. La teologia ebraica diceva che nell’osservanza dei dieci comandamenti dati da Dio a Mosè si realizza la creazione. Ma Giovanni non è d’accordo; per questo dice: fin dall’inizio, prima della creazione, c’era una parola che mette in ombra le altre dieci parole, perché di valore incommensurabile. Un’unica parola che si esprime in un unico comandamento: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amate come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

Continua Giovanni sottolineando che “questo progetto si dirigeva a Dio”. Ovvero, questo progetto era sempre nella testa di Dio, cioè era qualcosa che stava molto a cuore a Dio. Potremmo tradurre, in maniera colloquiale, che Dio aveva sempre in testa questo pensiero;  era un’idea fissa. Ed ecco la rivelazione fantastica che fa Giovanni: “e un Dio era questo progetto”. Viene tradotto normalmente: “e il verbo era Dio”. Il progetto di Dio sull’umanità, sull’uomo è qualcosa di incredibile. Giovanni ci presenta un Dio talmente innamorato dell’umanità, che non gli basta aver creato l’uomo in carne e ossa, ma lo vuole innalzare alla sua stessa condizione divina.

Dicevo che Giovanni, con questo prologo, si riallaccia e ricalca il libro della Genesi, ma polemicamente ne prende le distanze. Nella Genesi viene proclamato il grave castigo inflitto ai nostri progenitori, perché, mossi dal desiderio di diventare uguali a Dio, avevano mangiato del frutto proibito ed erano stati puniti in una maniera tremenda. Ebbene, Giovanni ci dice che questo desiderio di raggiungere la condizione divina non può essere visto come una tentazione o un peccato, ma è insito nell’uomo; Dio quando ha creato il mondo lo ha creato perché voleva che l’uomo raggiungesse la sua stessa condizione divina. Qui si può comprendere quanto sia lontano l’ottimismo di Dio sull’umanità, dal pessimismo che impernia quasi tutto l’Antico Testamento.

È chiaro che Dio vede l’uomo com’è, con i suoi limiti e i suoi difetti, ma Lui ha un progetto, e nonostante le infedeltà e i tradimenti dell’uomo, questo progetto riuscirà a portarlo a termine. Innalzare l’uomo alla sua stessa condizione, questa è la “bella notizia”, “il vangelo”, che Gesù ha annunciato al suo popolo. Ma questa bella notizia verrà considerata una bestemmia talmente grave da essere punibile con la morte, da parte della gerarchia e delle autorità religiose che ne detenevano il potere e che facevano da tramite fra Dio e il popolo.

Prosegue Giovanni: “Tutto, a causa di questo progetto” – o di questa parola – “cominciò ad esistere”. L’evangelista vuole sottolineare due aspetti. Giovanni rappacifica l’uomo con la creazione. La creazione non è una rivale con cui competere, ma è un’alleata con cui collaborare per realizzare il progetto Dio. E soprattutto, Giovanni, corregge la concezione della Genesi: non c’è un paradiso irrimediabilmente perduto a cui pensare con nostalgia, ma un paradiso da ricostruire. Come seconda cosa, il libro del Genesi diceva: “Dio, nel settimo giorno, portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro” (Gen 2,2). Anche qui, Giovanni non è d’accordo: la creazione non è terminata! Perché? Perché l’uomo non ha raggiunto la pienezza della condizione divina.

Ma con l’affermazione che tutto è stato creato in vista del progetto divino, Giovanni si sbarazza di un pilastro dell’ebraismo (e di tutte le religioni): la distinzione tra sacro e profano. Se tutta la creazione è stata fatta in vista di questo progetto, allora tutta la creazione è sacra. Non ha più senso distinguere tra persone sacre e persone profane, tra luoghi sacri e luoghi profani, tra azioni sacre e azioni profane. Tutto è sacro: spazzare la casa, rammendare un calzino, curare un malato, coltivare la terra, lavorare ad una catena di montaggio, tutto è sacro. Gesù dice alla samaritana che, per adorare Dio, non ci sarà più bisogno del tempio di Gerusalemme o di quello del Garizim, ma Dio sarà onorato “in spirito e verità”, cioè con la vita e con tutte le sue componenti, perché tutto è sacro. “Tutto è grazia”, scriverà Bernanos!  

E cade anche la distinzione tra quello che è puro e quello che è impuro. Gli ebrei ritenevano Dio il puro per eccellenza, per cui soltanto chi stava nella categoria legale e religiosa di purezza poteva avere contatto con lui, mentre per un impuro il contatto con Dio era escluso. Gesù arriva a dire nei Vangeli: tutto questo è falso! Vi rendete conto che Gesù sta dicendo che quello che veniva presentato nella Bibbia come parola di Dio, era falso! Capite perché lo hanno ammazzato?

E, continua Giovanni, “in lui era la vita”, ovvero “questo progetto conteneva la vita”. È la prima volta che nel Vangelo di Giovanni appare questo termine “vita”, un termine che, al confronto con gli altri evangelisti, Giovanni userà molte volte; pensate, lo troviamo 37 volte, contro le 7 di Matteo, le 5 di Luca e soltanto una volta in Marco. (Vita in greco si esprime in due parole, “bìos”  e “zoè”; bios è la vita fisica, zoè la vita piena, spirito e materia: Giovanni usa il termine “zoè”). Tutta la creazione è stata fatta in vista di un progetto che contiene vita. Chi ha vita e chi è nella vita è in comunione con Dio; chi non ha vita non è in comunione con Dio. Ecco perché nel Vangelo ci sono espressioni molto pesanti, per quelle persone che in nome di una sbagliata visione di Dio reprimono la propria vita. Gesù userà delle parole tremende nei confronti dei farisei, che si imponevano molti sacrifici per osservare la Legge: attenti che sono pericolosi da incontrare, perché apparentemente sembrano dei santoni, sembrano delle persone molto mistiche, ma sono invece come “sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” (Mt 23,27). Le persone che credono di raggiungere la comunione con Dio mortificando la propria vita, la propria affettività, dice Gesù, sembrano belle da vedersi, sembrano dei santi, dei mistici, ma comunicano soltanto morte: austerità, severità, pessimismo, chiusura e durezza di cuore.

Per esigenza di tempo, sono costretto a passare alla frase centrale: “E così la parola” – o il progetto – “si fece uomo”. Il greco dice “sarx”  cioè “carne”, assunse cioè tutta la fragilità dell’essere uomo. Questo progetto che Dio aveva per l’umanità, questo progetto che aveva prima ancora di creare il mondo, questo progetto per il quale aveva creato tutto, finalmente si è realizzato; ma in cosa? In una persona, nella persona di Gesù. Gesù è il modello perfetto della creazione! Quindi, non è Adamo, primo uomo, il modello della creazione! Qui Giovanni supererà la concezione teologica dell’ebraismo, dove l’uomo era creato ad immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26). Questo tema per Giovanni non basta più. L’uomo non solo è creato ad immagine e somiglianza di Dio, ma l’uomo è creato Dio, è creato per essere figlio di Dio e per avere la condizione divina.

Scrive Giovanni, letteralmente: “e si attendò tra noi”. Giovanni usa il verbo “installare una tenda” perché nell’Antico Testamento, nel libro dell’Esodo, si diceva che quando il popolo ebraico camminava nel deserto, ad ogni tappa Dio lo accompagnava e vi abitava; la sua gloria e la sua presenza era in una tenda (cfr. Es 33,7-11; 40,34-38). Giovanni fa comprendere che questo Dio riprende il suo posto. Il tempo del Dio imprigionato dentro un tempio dai sacerdoti che ne erano diventati i gelosi custodi, dando norme e condizioni per potersi avvicinare a lui attraverso la loro mediazione, è finito. Dio ha ripreso il suo posto, Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi.

Dio ha preso la sua tenda e l’ha posta in mezzo al popolo. Ovunque ci sono dei credenti che vivono in sintonia con questo amore – anche se in maniera non perfetta -, se solo c’è in loro un desiderio iniziale di sprigionare questa capacità d’amore, Dio è presente. Dovunque c’è amore, lì c’è Dio. L’unico culto che Dio cerca e chiede sarà una vita vissuta in un quotidiano servizio agli altri, il prolungamento del suo dinamismo d’amore sull’umanità: non esiste altra forma di culto. Dio non sta in un tempio particolare: Dio è presente in  ogni uomo, e dovunque c’è amore e servizio agli altri, lì c’è Dio.

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