La scoperta (italiana): i raggi del sole inattivano il Sars-CoV-2

da AVVENIRE
28 giugno 2020
Coronavirus.

La scoperta (italiana):

i raggi del sole inattivano il Sars-CoV-2

Enrico Negrotti
Mario Clerici: dati confermati dall’andamento della pandemia. Ci sono analogie con il virus dell’influenza
La possibilità che la stagione calda riduca il contagio o indebolisca il Sars–CoV–2 è già stata discussa e confermata da alcune ricerche. Ma lo studio condotto a Milano in collaborazione tra immunologi e astrofisici ha permesso di dimostrare che è il fattore specifico dell’irraggiamento solare ad avere la capacità di neutralizzare il coronavirus nelle goccioline di saliva, i famosi “droplet” che diffondono il contagio. Pubblicati in preprint sull’archivio internazionale medrxiv, nella sezione dedicata al Covid–19, i due articoli (cui sta per aggiungersene un terzo) sono frutto del lavoro di ricercatori dell’Irccs Fondazione Don Gnocchi di Milano, dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto nazionale di astrofisica e dell’Istituto nazionale dei tumori.
«Il sole invia sulla Terra i fotoni – spiega Mario Clerici, docente di Immunologia all’Università di Milano e direttore scientifico del presidio Irccs Santa Maria Nascente della Fondazione Don Gnocchi – sotto tre lunghezze d’onda di raggi ultravioletti: Uv–A, Uv– B, Uv–C. Questi ultimi sono bloccati dall’ozono nell’atmosfera e non arrivano sulla Terra. Vengono usati, per esempio, dalle lampade per la igienizzazione degli acquari perché è noto il loro potere sterilizzante su virus e batteri. Ci siamo chiesti quindi se gli Uv–C sarebbero stati capaci di inattivare il Sars–CoV–2 nelle goccioline di saliva che trasmettono il contagio». L’esperimento è consistito nel far crescere il virus e diffonderlo in goccioline acquee in sospensione, poi esposte a diverse dosi di Uv–C. «Anche del virus – continua Clerici – abbiamo diffuso nelle goccioline tre quantità: la dose che si rileva nei soggetti infetti ma asintomatici, poi moltiplicata per dieci, che si rileva nel tampone di un paziente con sintomi, e poi per mille, quella presente in un paziente in fin di vita per polmonite da Covid– 19». L’esito è stato positivo: «Abbiamo riscontrato che basta una tenue dose di Uv–C, pari a 3,4 millijoule per centimetro quadro, per inattivare completamente il virus, anche alle dosi più alte: basta un’esposizione minore di quella irraggiata dalle lampade usate per disinfettare gli acquari. È la prima dimostrazione che gli Uv–C funzionano, e che la quantità che serve è minima. Poi abbiamo ripetuto l’esperimento con gli Uv–A e gli Uv–B, che invece raggiungono la Terra, e il risultato è stato lo stesso».
Questo sembra giustificare il fatto che la pandemia «adesso appare più controllata nei Paesi del nostro emisfero, mentre sta crescendo in quello australe (per esempio il Brasile), che sta andando incontro all’inverno. E il fenomeno ci viene confermato dal confronto che abbiamo effettuato tra i dati dell’irraggiamento solare in 246 Paesi del mondo tra il 15 gennaio e il 30 maggio, raccolti dall’agenzia Temis, e quelli della prevalenza di infezione da Sars–CoV–2 diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità. Abbiamo visto che c’è una relazione quasi perfetta tra i due dati: al crescere dell’irraggiamento solare diminuisce il numero di nuovi contagi. Ovviamente incidono anche le misure di contenimento adottate (distanziamento, mascherine, eccetera), ma gli astrofisici hanno rilevato che il fattore che fa veramente la differenza è la quantità di raggi solari che arrivano sulla Terra». Sul futuro però, puntualizza Clerici, è difficile fare previsioni: «Non possiamo dire se il virus tornerà o meno. La Sars 1 è scomparsa, la Mers no. È possibile che in autunno da noi aumentino i casi, ma siamo molto più preparati ad affrontare il contagio di quanto sia stato a febbraio–marzo».
Un confronto con l’influenza offre qualche speranza: «Ogni anno il suo virus a Rna ha un cambiamento genetico minimo, che non permette di immunizzarsi per sempre, però pur non raggiungendo un’immunità di gregge (solo il 10–15%) scompare e ricompare. Una nostra terza ricerca, in via di pubblicazione, rileva che negli ultimi 120 anni l’andamento epidemico dell’influenza è inversamente proporzionale all’irraggiamento solare».

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