Omelie 2017 di don Giorgio: OTTAVA DOPO PENTECOSTE

30 luglio 2017: OTTAVA DOPO PENTECOSTE
1Sam 3,1-20; Ef 3,1-12; Mt 4,18-22
Vocatio/chiamata
Nei tre brani della Messa troviamo un tema comune, ed è la vocazione/chiamata: possiamo anche parlare di una particolare o privilegiata rivelazione divina, che avviene attraverso modi, forme o anche fenomeni del tutto eccezionali.
Il Signore chiama Samuele, Cristo chiama alcuni pescatori e sempre Cristo chiamerà poi  l’ebreo persecutore Paolo, che diventerà l’apostolo dei pagani.
C’è, dunque, una parola di Dio che chiama (il verbo latino “vocare” significa chiamare per voce); e Dio chiama ad una particolare missione: “Vai a compiere il mio disegno o il mio volere”. Come potete già capire, qui c’è tutta la storia del popolo ebraico, c’è tutta la storia anche della Chiesa, e, diciamo più in generale, c’è la storia di ogni religione.
Il popolo ebraico si fonda su una chiamata o su tutta una serie di chiamate: da Abramo a Mosè ai profeti ecc. Così la Chiesa: pensate agli apostoli e ai loro successori. Così la religione islamica: la chiamata di Maometto ecc.
Talora penso a Gesù di Nazaret che ha chiamato a sé alcuni pescatori, alla stregua dei rabbini del tempo, perciò senza ricorrere a particolari visioni divine, e penso alla chiamata di San Paolo folgorato sulla via per Damasco. Ecco, ciò non dovrebbe metterci in guardia per evitare di cadere nella solita faciloneria di ridurre tutto ad un fisico intervento divino straordinario? Forse anche la conversione di Paolo, se presa e valutata in profondità, sarebbe più seria e ancor più interessante.
Dio non ha una bocca per parlare o per chiamare
Anche le chiamate, o teofanie spettacolari, che troviamo nell’Antico Testamento probabilmente andrebbero interpretate al di là di quell’aspetto sensibile che rientra nel campo mitico. E così si dica di tutte quelle apparizioni che hanno sempre caratterizzato un certo mondo della Chiesa. Dio è purissimo Spirito, e come tale agisce, e come tale va adorato. Ogni ricerca di manifestazioni sensibili è segno di poca fede.
Sarebbe ora di demitizzare tutto il rapporto biblico tra Dio e l’uomo. I miti ricostruiscono gli eventi, anche i più semplici ed elementari, enfatizzandoli per dare un peso alle origini dei popoli o delle religioni, e anche alla loro rinascita, dopo periodi di decadimento radicale. Ma i miti possono avere la loro importanza, se però letti e interpretati come miti, che possono così aiutarci a scavare al di là del sensibile spettacolare.
Certo, possiamo anche parlare di un rapporto speciale tra Dio e l’uomo, ma è un rapporto del tipo interiore, e noi sappiamo che, nel nostro essere più profondo, si svolge il vero incontro tra il divino e l’umano. Al di fuori di noi, il mondo divino diventa proprietà di una religione che lo strumentalizza per i suoi scopi.
E non credo di essere lontano dalla verità dicendo che anche Gesù Cristo ha avuto un rapporto con il Padre celeste solo all’interno del proprio essere. Mi risulta che solo due volte i Vangeli riferiscono le parole del Padre: al momento del battesimo, e durante la trasfigurazione, in cui il Padre ripete le stesse parole del battesimo. Nei momenti più cruciali, il Padre celeste tace: nell’orto degli ulivi e sulla croce mentre Gesù muore.
Dunque, Cristo, in  quanto uomo, in quanto storico, non ha fatto eccezione: non ha avuto particolari visioni divine, e sì che ne aveva bisogno. E quando aveva bisogno del Padre, si rifugiava a pregare, lontano dalla folla e anche dai discepoli, per interiorizzare ancor meglio il suo colloquio con il Divino. E aggiungo: se il Gesù di Nazaret che compiva anche miracoli (miracoli che erano casomai il frutto della fede, e non viceversa) ha ritenuto doveroso andarsene fisicamente per inviare lo Spirito santo (lo donerà sulla croce, mentre muore), ciò dovrà pur dire qualcosa, ed è qui che i Mistici si fanno forti nel dire che il vero rapporto con il Divino avviene all’interno del nostro essere, senza bisogno, anzi scartando ogni mediazione esteriore.
La parola del Signore era rara
Tornando al primo brano, vorrei evidenziare altri aspetti, che ritengo assai interessanti. Commenta con la solita chiarezza don Angelo Casati. «Mi sembra di rivedere per qualche aspetto i nostri tempi. “La parola del Signore” è scritto “era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti”. Starei per dire “rara” oggi la parola, perché soffocata dal rumore di troppe vuote vecchie parole».
Aggiungerei: parole parlate, urlate, ma non parlanti, ovvero senza voce interiore. La parola di Dio ancora oggi è rara, perché lasciata in balìa di un qualcosa di artificioso, di esteriore. Sono aumentate le visioni esteriori di madonne e di santi, anche perché la gente si aggrappa a tutto ciò che è sensazionale per coprire il vuoto che ha dentro.
Continua don Angelo: «Del vecchio sacerdote è detto: “i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere”… Gli occhi di Eli indeboliti dall’età, ma indeboliti anche dalla sua incapacità di smascherare i figli, che per vile interesse approfittavano della fede del popolo. Della fede e della buona fede di coloro che allora frequentavano il tempio. Anche oggi, purtroppo, c’è – eccome – il pericolo di far finta di non vedere, di tacere su coloro che approfittano della religione per vile interesse».
Aggiungere qualcosa di mio rischierei di essere ancor più emarginato o querelato. Ma un vero ministro di Dio che cosa deve fare? Tacere per paura di chi, nella religione e nella politica, incute paura e minaccia per far tacere le voci dissidenti?
Continua don Angelo: «In questo panorama di ombre mi colpiva però, nel testo, l’accenno alla lampada: “la lampada di Dio non era ancora spenta”. E nella mente mi immaginavo quel sacerdote, quel vecchio sacerdote che in tempi di decadenza religiosa fedelmente, oserei dire testardamente, teneva accesa la lampada del tempio, quasi a dire che Dio resiste, resiste anche nella notte dei tempi. E anche la notte più fonda può essere attraversata da voci».

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