La casa che spezza le catene delle donne-schiave etiopi

da AVVENIRE
28 novembre 2019
Africa.

La casa che spezza le catene

delle donne-schiave etiopi

Paolo Lambruschi, inviato ad Addis Abeba
Le ragazze, sfuggite allo sfruttamento nel Golfo, tornano a sperimentare la normalità prima di rientrare in famiglia. Il progetto Cvm di Giampaolo Longhi ha vinto il premio volontario dell’anno Focsiv
La speranza di cambiamento della loro vita e dell’intera Etiopia inizia in una casa di periferia, un’oasi di fronte alla vecchia residenza delle suore comboniane alla periferia di Addis Abeba. È una mattina fresca e luminosa di autunno, le piogge violente non hanno colpito la capitale etiopica, ma stanno flagellando l’Africa orientale devastando campi e coltivazioni. I cambiamenti climatici e le violenze etniche mettono in movimento milioni di persone in questo gigante africano la cui economia sta crescendo in doppia cifra, ma le disuguaglianze impediscono la crescita. Inoltre le tensioni etniche che lacerano il Paese rallentano le riforme del premier Abiy Ahmed, Nobel per la pace, che ha urgenza di combattere la miseria che tocca un terzo della popolazione. Perché in primavera si vota e se Abiy perde, davanti al Paese rischia di aprirsi il baratro.
E quello del reinserimento delle donne, tutte mamme di bambini in tenera età, è uno dei problemi ai primi posti nell’agenda del governo che chiede progetti. «Quando si parla di emigrazione – afferma Mesahe Mario, uno dei responsabili di Caritas Etiopia che segue il progetto sostenuto anche dal cardinale di Addis Abeba Berhaneyesus Souraphiel – in Europa pensate solo a quella diretta al Nord dimenticando che una delle nostre piaghe è lo sfruttamento delle lavoratrici domestiche, sia regolari che irregolari, dirette da almeno 20 anni verso i Paesi del Golfo e il Medio Oriente».
Partono povere e lo sfruttamento peggiora addirittura le loro condizioni. I costi umani sono altissimi. «In questa casa – spiega Giampaolo Longhi, 32 anni, capo missione in Etiopia del Cvm Comunità Volontari per il Mondo, Ong della Focsiv attiva nel grande Paese africano da 40 anni – restano il tempo necessario a riprendere i contatti con la famiglia e a imparare un nuovo mestiere per poter poi tornare a casa o restare nella capitale».
Quasi tutte hanno in comune un viaggio verso nord e poi ad est organizzato dai trafficanti o da agenzie di reclutamento che le avevano prelevate dai villaggi rurali o dalla periferia della capitale etiope. Tornano chiedendo aiuto all’ambasciata per fuggire da sfruttamenti e abusi, da salari mai pagati e violenze. Trascorrono alcuni mesi nelle case protette di Caritas Libano, “hub sociale e solidale” per il Medio oriente, e poi rientrano ad Addis. Tornare in famiglia è complicato, la povertà è il primo ostacolo. Il progetto, che il Cvm ha avviato in collaborazione con Caritas Etiopia, prevede anche la formazione professionale per recuperare dignità e ricominciare e interventi per migliorare la vita nei villaggi. Longhi, grazie anche a questo progetto del Cvm ha vinto il premio Volontario internazionale 2019 della Focsiv. Il riconoscimento verrà assegnato dopodomani a Roma.
«A queste donne – racconta Iwot, operatrice etiope del Cvm, – viene offerto di frequentare la scuola, importante soprattutto per le minorenni, di appartenere ad una rete che le supporti quando emigrano in altri paesi oppure per tutte quelle lavoratrici domestiche che rientrano, volontariamente o forzatamente, in Etiopia di poter essere accolte in una struttura adeguata che le aiuti a reintegrarsi».
La schiavitù domestica, sostiene una ricerca curata dal Cvm, è in forte espansione. Un vero e proprio lato oscuro dell’Africa. In Etiopia, 110 milioni di abitanti, con un tasso di crescita demografica del 2,5% annuo, il numero delle lavoratici schiavizzate è sconosciuto. Il Ministero del Lavoro sostiene che siano in aumento. Il maggior numero proviene da tre principali regioni dell’Etiopia – Amhara, Addis Abeba e Oromia – quelle impiegate legalmente in Medio Oriente, tra il 2008 e il 2013, erano circa 297mila.
Probabilmente il numero dalle emigranti che hanno utilizzato i canali non ufficiali o irregolari è il doppio, ovvero mezzo milione di donne. Sono fragili, poco scolarizzate, la loro condizione di lavoro precaria le espone ad inaccettabili rischi per la salute. Sono ragazze e madri che la miseria ha strappato ai figli, storie che nell’Italia del dopoguerra erano ancora frequenti. Nella casa sono passate finora 90 ragazze, è un’oasi ristrutturata e funzionale che mette a disposizione una ventina di letti e uno spazio per il pranzo condiviso con religiose e le operatrici del Cvm che, a parte il responsabile Longhi, impiega personale locale Nuriya siede su un letto castello della casa, ha 19 anni e viene da un villaggio 400 chilometri a sud di Addis. Si è sposata presto, a 17 anni è diventata mamma.
«Ma con mio marito abbiamo visto che non avevamo i soldi per mangiare in tre». Così ha deciso di seguire le orme di tante altre ragazze del suo villaggio ed è partita per fare la domestica. Arrivata ad Addis, ha preso un autobus ed è arrivata alla frontiera con il Sudan, l’ha attraversata a piedi evitando i controlli alla frontiera, ha ripreso il bus ed è arrivata a Khartoum. «Una volta lì, ho vissuto con mio fratello e per un paio di mesi ho lavorato come cameriera».
Poi è arrivata l’occasione, attraverso un mediatore, di andare come domestica in Libano. Un’esperienza dura. Oltre alla mancanza del marito e figlio, ha pesato lo sfruttamento. «Dopo un mese a Beirut mi hanno portata a lavorare in campagna dove, oltre ai lavori domestici, mi obbligavano a stare nei campi. Non mi hanno mai pagata. Dicevano di trovarsi in difficoltà economiche, di aspettare. Ma io dovevo mandare i soldi a casa. Dopo due mesi ho chiesto di nuovo i soldi, ma mi hanno detto che il vitto (scarso) e l’alloggio erano la mia paga e che i soldi li avevano già dati al mediatore. Pensavano fossi una bestia».
Nuriya è ridotta in schiavitù, non la lasciano neppure uscire e poi non saprebbe dove andare, non conosce la lingua. Ma decide di fuggire alla volta di Beirut una mattina d’estate all’alba per andare in ambasciata e da qui entrare nel progetto per il rimpatrio. Oggi frequenta i corsi di autoimprenditorialità della Caritas nazionale, di Cvm e sindacato ad Addis e si è ricongiunta con il marito e i figli. Contano di restare nella capitale dove anche lui ha trovato lavoro Azalech si è sposata a 15 anni e oggi ne ha 25. Anche lei viene dall’Etiopia rurale, dalla Wolayita zone, in Oromia, zona calda per gli scontri etnici. «Ho avuto tre figli e ho avuto anche il problema di non sapere come sfamarli. Solo le mie braccia avevano mercato, quelle di mio marito no. Ho pagato 5000 birr (150 euro) a un trafficante per il viaggio e i lavoro e ho lasciato i bambini, l’ultimo appena svezzato a 19 anni ».
È stata anche lei in Libano e la prima esperienza è andata bene. «Era una famiglia per bene, mi hanno pagata regolarmente. Ma dopo sei mesi sono tornata a casa perché non ce la facevo a stare senza i figli». Però dopo qualche mese deve tornare perché la fame i soldi sono finiti. Ma in Libano inizia ad avere problemi con i figli adolescenti e la licenziano. Oggi sta nella casa di Addis di giorno frequenta i corsi di inglese per diventare traduttrice. La sua speranza divenuta concreta è tornare un giorno a casa dai figli e dal marito. A testa alta.

 

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