Omelie 2019 di don Giorgio: QUARTA DI QUARESIMA

31 marzo 2019: QUARTA DI QUARESIMA
Es 17,1-11; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1-38b
Non è sempre facile comprendere il motivo della scelta, da parte della Liturgia, dei tre brani della Messa: c’è un nesso tra loro, oppure sono talmente a se stanti da offrire, ciascuno, una riflessione a se stante?
Nei tre brani della Messa di questa quarta domenica di Quaresima, ci sono parole comuni: ad esempio, nel primo e nel terzo brano si parla di acqua, ma nel primo si parla di acqua come vita fisica, nel terzo si parla di acqua come purificazione rituale. Nel secondo e nel terzo brano si parla di giorno e di notte, di luce e di tenebre.
Fede interiore e fede esteriore
Per non disperdermi in più riflessioni, mi soffermerò sul brano del Vangelo, evidenziando in particolare il contrasto tra fede interiore e fede esteriore.
In altre parole: c’è un vedere che è solo fisico, e c’è un vedere che è anzitutto “spirituale”. E può succedere che si può vedere con gli occhi del corpo e si è ciechi di dentro; e, viceversa, si può vedere con gli occhi dello spirito, ed essere ciechi fisicamente.
Certo, l’ideale sarebbe: poter vedere con gli occhi del corpo e con gli occhi dello spirito, ma può anche succedere che si è ciechi fisicamente e ciechi spiritualmente.
Ma c’è di più. C’è una vista di fede che è fuori dello spirito dell’essere umano, e c’è una fede che è interiore. Ovvero: c’è una fede “religiosa” che è fatta solo di ritualismi e di formalismi, e c’è una fede “mistica” che può fare a meno dei riti esteriori.
Qualcuno sostiene che non si deve estremizzare le due cose, o mettere tra loro in opposizione o in alternativa (aut aut) la fede religiosa e la fede mistica.
Il brano di Giovanni di oggi, nella sua parte finale, porta la fede nel Dio di Gesù Cristo al di fuori del Dio della religione.
Cristo ritrova quel cieco, che ha ricevuto il dono della vista fisica, quando, “cacciato fuori”, incontra il Cristo della fede.
L’evangelista Giovanni scrive: “cacciato fuori”, senza aggiungere altro. “Fuori” da che cosa? Dalla sinagoga, o anche dalla comunità, o addirittura dalla religione ebraica?
Quel “cacciato fuori” dice tutto, senza specificare nulla. È proprio allora, quando è “cacciato fuori”, che il cieco riceve anche il dono della vista “spirituale”, ovvero della fede mistica.
Duplice cammino
Ma Giovanni ci aiuta a capire i motivi o, meglio, ciò che ha portato quel cieco ad essere “cacciato fuori” e, qui, “fuori”, a incontrare il Cristo della fede.
Secondo gli esegeti, il racconto di Giovanni  si svolge come un cammino che ha una duplice direzione: una direzione a ritroso, ovvero un camino in regressione (si torna indietro) e una direzione in progressione (si va avanti).
In altre parole, usando un’altra simbologia, quella della luce e quella delle tenebre (più consona al racconto del cieco), c’è un cammino dalla luce alle tenebre, e c’è un cammino dalle tenebre alla luce.
L’evangelista non sta sul generico, ma fa nomi concreti. Da una parte c’è un uomo, prima immerso nelle tenebre (non vede fisicamente) che poi, per l’intervento di Cristo, riacquista la vista, fino a giungere alla vista interiore, quella mistica; e, dall’altra parte, ci sono i cosiddetti “vedenti”, i sapientoni, dottori della legge, che perdono la luce dell’intelletto e soprattutto quella della fede interiore. Per spiegare il cammino in progressione (quello del cieco) e in regressione (quello dei farisei), Giovcanni ci dà un racconto veramente straordinario, anche dal punto di vista letterario, in cui, a parte Gesù che appare all’inizio e alla fine, il protagonista centrale è lo stesso cieco, quasi lasciato solo a irridere i dottori della legge. Un racconto anche ironico, con un finale che porta la firma di Dio.
La legge e lo spirito
Ambientato in un giorno di sabato, così sacro e intoccabile da togliere il primato della dignità dell’essere umano, il miracolo di Gesù diventa un “segno” della demarcazione tra la legge esteriore e la legge interiore, spostando l’obiettivo di Dio dall’esterno religioso all’interno mistico.
Anche in questo miracolo, Gesù ribatte: prima l’essere umano, e poi il sabato, ovvero la legge. Oppure, è la stessa cosa: prima lo spirito, e poi il corpo, prima il mondo del Divino in noi e poi la struttura religiosa. La legge è in funzione della spiritualità dell’essere umano, e non viceversa. Le strutture religiose sono in funzione della libertà dello spirito interiore, e non il contrario. Siamo figli di Dio, purissimo Spirito, e non servi di una religione.
Un tempo dicendo queste cose si veniva “cacciati fuori” dalla stessa gerarchia ecclesiastica. Fino a poco tempo fa, si diceva ancora: “extra Ecclesiam nulla salus”, fuori della Chiesa/istituzione non ci si può salvare. E l’assurdo stava nel lanciare scomuniche o anatemi contro i dissidenti, e quindi metterli nella condizione di essere dannati. Poi si è capito, col Vaticano II, che quelle parole “extra Ecclesiam nulla salus” non avevano un appoggio teologico, anzi andavano contro l’universale paternità divina. Ma le scomuniche o gli anatemi della Chiesa/istituzione continuano, minacciando chissà quale esclusione dal regno di Dio.
Ed è successo che la Chiesa più grossa, esteriormente o strutturalmente parlando, si è fatta “piccola”: piccola nella fede mistica, piccola davanti al Dio di Gesù Cristo, mentre la “piccola” Chiesa, quella ai margini, emarginata, anche “cacciata fuori”, si è fatta “grande”, la “migliore”.
La distinzione tra “Chiesa piccola” e “Chiesa grande” non è mia, ma di Margherita Porete, condannata ad essere bruciata sul rogo per eresia (era il 1 giugno 1310), in una piazza di Parigi, per aver scritto “Lo specchio delle anime semplici”, dove appunto distingue tra la “Chiesa piccola”, quella dei potenti, e la “Chiesa grande”, quella delle anime semplici.
Ed ecco allora la domanda: la salvezza dell’umanità dove risiede? All’interno della Chiesa/struttura, oppure all’interno del proprio essere interiore?
E talora, per riscoprire il mondo interiore, quello della fede nello Spirito santo, bisogna farsi condannare, ovvero farsi cacciar fuori dalla religione/istituzione, che, come ai tempi di Cristo, dà il primato alla legge e non allo spirito della legge, dà il primato al potere gerarchico e non alla libertà dello Spirito santo.

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