Omelie 2015 di don Giorgio: Mistero della Ss. Trinità

31 maggio 2015: SS. Trinità
Es 33,18-23; 34,5-7a; Rm 8,1-9b; Gv 15,24-27
Un Mistero insondabile, perciò indicibile
Parlare del Mistero della Santissima Trinità mi è sempre difficile, tanto più che si tratta di uno dei Misteri più discussi, più dibattuti, più controversi: ogni parola sembra fuori posto, o eccessiva o deficitaria. Già la parola Mistero dovrebbe metterci in guardia, e invitarci a tacere. Tacere per adorare, tacere per lasciare che il Mistero in tutta la sua imprevedibile Novità trovi spazio nel nostro essere, senza porre inutili paletti. Il Mistero divino è già nel nostro essere: noi siamo costituzionalmente trinitari, se è vero che, come dice la Bibbia, siamo stati creati a immagine e a somiglianza di Dio. Di quale Dio? Di quel Dio che Cristo ci ha rivelato come Padre, come Figlio e come Spirito santo.
Cristo come ha parlato di sé, del Padre e dello Spirito santo?
Cristo come ha parlato di se stesso come figlio, come ha parlato del Padre celeste, come ha parlato dello Spirito santo? Forse ha usato parole grosse, tecniche, dogmatiche, ricorrendo ad un linguaggio cosiddetto teologhese? Forse ha parlato di natura, di sostanza, di essenza, così come farà poi la gerarchia ecclesiastica, per evitare errori, eresie, arrivando al punto di condannare, di scomunicare, di mandare a morte coloro che si permettevano di usare il linguaggio dei mistici, di coloro a cui non interessa la perfezione dogmatica del linguaggio, ma il cuore del Mistero che è amore, dialogo, comunione di vita ecc.?
Ci sono stari vari Concili indetti dagli stessi imperatori per dirimere questioni inerenti al Mistero trinitario: il tutto perché al potere politico interessava che il proprio regno fosse unito. Ogni divisione religiosa creava scompiglio. Lo scisma tra oriente e occidente è nato a causa di una piccola parola sul Mistero trinitario. È proprio vero: le parole, scritte o parlate, uccidono più della spada!
Oggi parlare di queste discussioni e divisioni sulla Trinità farebbero ridere, anche perché abbiamo altri interessi, che riteniamo più importanti, ma che a loro volta faranno ridere le generazioni future. E così via.
Non abbiamo ancora capito una cosa: i valori autentici vanno colti nella loro essenzialità, senza ricorrere a inutili discussioni, per cui o li vedi, li senti, li vivi nella loro semplicità, oppure resteranno sempre motivo di inutili e dannosi scontri.
Cristo, dunque, quando parlava di Dio ne dava un volto, ma in un modo del tutto familiare. Certo, non era banale. Pensate al dialogo con la samaritana e con Nicodemo: ha parlato di grazia, di culto in spirito, di rinascita, ecc. Ma quando Gesù ne parlava, riscaldava il cuore, come quando da pellegrino ha entusiasmato i due discepoli di Emmaus.
Gesù parlava di se stesso, e pregava. Gesù parlava del Padre celeste, e pregava. Gesù parlava dello Spirito santo, e pregava. Difficilmente si metteva in cattedra, e impartiva una lezione da dottore super-laureato.
Ecco perché la Chiesa deve sempre imparare dal Maestro, che è Gesù. La Chiesa, quando lei stessa si fa maestra, ruba il posto a Cristo. La Chiesa deve sempre restare discepola. Se si mette in cattedra, tradisce l’unico Maestro.
Che senso ha festeggiare la SS. Trinità?
Che senso allora può avere una festa in onore della Ss. Trinità? Dipende. Già parlare di festa è semplicemente ridicolo. Non capisco perché la Chiesa persista nel celebrare una festa che non ha senso, come festa in sé. Che significa festeggiare la SS. Trinità?
Se la SS. Trinità è un Mistero, e dire Mistero non significa dire qualcosa di oscuro, ma qualcosa di troppo luminoso tanto da non sopportarne la vista, allora bisogna chiudere gli occhi dei sensi, e contemplare, e anche sognare, uscendo dagli scheletri di un dogma che mortifica la mente e raffredda il cuore.
Quando penso alla Trinità, devo lasciare che la mia mente spazi nell’infinito, oltrepassando i limiti dell’ortodossia, devo scendere nel mio essere e scoprirvi l’immagine divina, senza paura di cadere nell’eresia. Non capisco perché la Chiesa sia tanto preoccupata di salvare Dio, quando Dio non è preoccupato di donarsi in tutta la sua infinità.
Sono quasi infinite le considerazioni libere e spontanee che ognuno di noi potrebbe fare pensando alla Trinità. A me piace anche soffermarmi su alcune, quando mi aiutano a crescere nella mia fede, talora stanca, rassegnata, annoiata. Non sentiamo un po’ tutti quanti questa stanchezza e questa noia, come se la fede fosse scomparsa? E con quali conseguenze? Per uscire da questa aridità interiore, bisogna forse potenziare i sensi, aumentare i riti, inventare show spettacolari, aggrapparsi alle apparizioni, far parlare o far piangere le madonne, riempire le chiese con sotterfugi o pizze varie?
Abbiamo bisogno di Mistica
Magari capiamo poco, magari capiamo nulla delle relazioni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma forse intuiamo che c’è come uno scambio infinito di qualcosa tra di loro: nell’unità profonda della stessa divinità. Già dire queste due parole: scambio/relazione reciproca e unità ci porta a pensare al mondo in cui viviamo, al nostro essere umano. In parole semplici: più siamo in relazione con gli altri, più ci sentiamo uniti e non viceversa. E che cosa si scambiano il Padre, il Figlio e lo Spirito santo? Difficile dirlo con le nostre parole o categorie umane. Però riusciamo a immaginare tutto un mondo di beni che fanno parte dei nostri sogni più belli, appena usciamo dalla banalità di una vita che è fatta solo di miserie e di esteriorià.
Nel profondo del nostro essere, chi non sente il fascino dell’amore, della libertà, della essenzialità, della verità, della giustizia? E il tutto viene comunicato come dono: ecco la gratuità.
Padre Ermes Ronchi commenta: «Nel dogma della Trinità c’è un sogno per l’umanità. Se Dio è Dio solo in questa comunione di doni, allora anche l’uomo sarà uomo solo nella comunione. E questo contrasta con i modelli del mondo, dove ci sono tante vene strozzate che ostruiscono la circolazione della vita, e vene troppo gonfie dove la vita ristagna e provoca necrosi ai tessuti. Ci sono capitali accumulati che sottraggono vita ad altre vite; intelligenze cui non è permesso di fiorire e portare il loro contributo all’evoluzione dell’umanità; linee tracciate sulle carte geografiche che sono come lacci emostatici, e sia di qua che di là, per motivi diversi, si soffre…
Tutto circola nell’universo: pianeti e astri e sangue e fiumi e vento e uccelli migratori… È l’economia della vita, che si ammala se si ferma, che si spegne se non si dona. Come nel racconto della ospitalità di Abramo, alla querce di Mambre: arriva uno sconosciuto all’accampamento e Abramo con dolce insistenza lo forza a fermarsi e a mettersi a tavola. All’inizio è uno solo, poi senza spiegazione apparente, i personaggi sono tre. E noi vorremmo capire se è Dio o se sono solo dei viandanti. Vorremmo distinguere ciò che non va distinto. Perché quando accogli un viandante, tu accogli un angelo, l’ha detto Gesù: ero straniero e mi avete accolto. L’ospitalità di Abramo al Dio Viandante, Uno e Tre, ha un premio: la fecondità di Sara che sarà madre. Forse qui c’è lo scintillio di un rimedio per la nostra epoca che sta appassendo come il grembo di Sara: riprendiamo anche noi il senso dell’accoglienza e ci sarà vita nella tenda, vita nella casa».
Ritornare dentro di noi
Conosco le vostre obiezioni, che sono anche le mie. Quante belle cose riusciamo a dire parlando di Dio, e poi in quale mondo viviamo? In quale mondo Dio permette che viviamo? Sembra un mondo fatto apposta per screditare Dio stesso, per dimostrare che Dio è una cosa e noi siamo un’altra, all’opposto del sogno di Dio. Apriamo gli occhi, guardiamo la realtà: quanto male c’è nel mondo, quanta violenza, quante ingiustizie, e anche quante banalità, superficialità, menefreghismo, egoismo!
Ma… rispondiamo a questa domanda: se è vero come è vero che c’è tutto questo male nel mondo ancora oggi, e se è vero che abbiamo fatto di tutto per dare un volto diverso alla società, non è che forse ci è sfuggita la via principale, percorrendo strade e sentieri inutili? E qual è la via principale che potrebbe portarci alla felicità?
Bisogna ritornare dentro di noi: nel nostro essere trinitario, dove l’unità non è singolare, ma plurale, ovvero cosmica. Le politiche e le religioni finora non hanno fatto che cercare le situazioni fuori, e le conseguenze le stiamo pagando tutti.

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