Open Arms, Salvini un po’ martire e un po’ cassandra. Il Senato lo manda a processo: “Toccherà anche a voi”

www.huffingtonpost.it
POLITICA
30/07/2020

Open Arms,

Salvini un po’ martire e un po’ cassandra.

Il Senato lo manda a processo:

“Toccherà anche a voi”

Arringa difensiva al curaro nell’aula del Senato. La rabbia verso Renzi paragonato a Scilipoti e al Tognazzi della “supercazzola”. Il bluff del senatore fiorentino dura mezz’ora. “Diciamo sì al processo”. Passa in Aula la richiesta di autorizzazione a procedere: 149 favorevoli, 141 contrari
By Federica Fantozzi
Il grande bluff dura poco più di mezz’ora, finché Matteo Renzi agli albori della seduta mattutina in Senato svela le carte tatticamente tenute coperte fino a quel momento: “Voteremo a favore dell’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini perché non agì nell’interesse pubblico preminente. Bloccando i barconi non fermi l’immigrazione, aumenti i followers. E’ una visione populista”. L’Aula del Senato, alla fine, ha autorizzato il processo all’ex ministro Matteo Salvini sul caso Open Arms: 149 i favorevoli, 141 i contrari.
Sono poche parole dell’intervento dell’ex premier – in gran parte poi centrato su un duro attacco alla magistratura e sulla “deriva venezuelana” dei suoi rapporti con la politica – ma bastano per gelare le (tenui) speranze della Lega. Non che il Matteo padano e i suoi, per la verità, credessero molto nella suspense creata ad arte dall’omonimo toscano. La rabbia però resta, poiché senza il soccorso dei 18 senatori di Italia Viva la partita è persa in partenza. “Non chiederò aiutini – replicherà Salvini nel suo intervento – Da Renzi non mi aspetto mai niente, cita De Gasperi ma si comporta come uno Scilipoti”. Il leader della Lega stilla rancore freddo: contro i “banchi vuoti del governo”, i senatori a vita assenti “figure superate”, il “mancato presidente Grasso”, il comandante della “nave pirata” (la Open Arms) reo di aver messo lui in pericolo le vite dei 151 migranti rimasti in alto mare diciannove giorni nell’agosto scorso. Ma l’avversario di questo duello tra ex è il “senatore semplice di Rignano”: “Noto che nessuno dei M5S è intervenuto, denota imbarazzo – sferza Salvini – ma meglio un bel tacer delle supercazzole di Renzi. E’ più serio Tognazzi di tanti qui”. Tra ovazioni del centrodestra e cori da stadio che ritmano “Mat-teo”, la presidente Casellati è costretta a riprenderlo: “Trovi un sinonimo di supercazzola”.
Niente da fare. Salvini gioca (comprensibilmente) il ruolo del martire politico che non ha nulla da rimproverarsi, dato che oltre a essere l’acqua in cui nuota meglio è anche l’unica parte disponibile in questo copione che oggi altri hanno scritto per lui, ma che dal Papeete in poi sembra virare verso una fine annunciata. Si aggira per i corridoi del Senato, invita i suoi a “farci un caffettino”, non si lesina alle telecamere. Mascherina tricolore, completo blu, sorriso facile, allegria un po’ spavalda. La stessa, in fondo, che ostenta Renzi, anche lui al bar con Francesco Bonifazi e altri fedelissimi. Ieri Giuseppe Cucca, avvocato sardo e renziano nella giunta per le Immunità, era stato l’unico a mettere sul banco almeno una carta: “Le norme direbbero sì all’autorizzazione a procedere, ma ci sono sfumature politiche”.
E “si era già capito che questo è un voto politico – è l’esordio di Salvini al microfono – Ringrazio chi mi manda a processo, ci andrò a testa alta e con la schiena dritta. L’unico rammarico è dover spiegare a miei figli che mi processano non perché delinquente ma perché ho fatto il mio dovere. Chi vuole i porti aperti ha le mani sporche di sangue”.
Curiosamente, le arringhe di Renzi e Salvini finiscono in modo speculare: mettendo nel mirino lo stato della giustizia italiana, partendo dalla vicenda di Luca Palamara. Il primo, dopo aver denunciato lo “scandalo” delle chat di magistrati” e i trojan che funzionerebbero a corrente alternata, rievoca l’inchiesta che coinvolge la Fondazione Open ma anche la vicenda di Berlusconi “rimessa in discussione per un’intercettazioni di magistrati”, e dopo aver auspicato l’intervento di Casellati e Fico conclude citando Ernest Hemingway: “Maggioranza e opposizione si siedano a un tavolo per riformare i rapporti tra politica e magistratura. Non chiederti per chi suona la campana, essa suona anche per te”.
E’, in fondo “la ruota che gira” a cui Salvini affida la professione di garantismo dopo aver deprecato la “giustizia alla Palamara” e auspicato “una seria e profonda riforma della giustizia con separazione delle carriere”: “Quando toccherà a voi, la Lega starà dalla parte delle garanzie. Vi giudicheranno i cittadini e non i tribunali, perché l’unico tribunale è quello del popolo.
Tutto, a ben vedere, già detto. Tutto con un retrogusto di stantìo e, forse, di rassegnazione all’ineluttabile. In giro, i pochi cronisti del Senato in era-covid domandano a frettolosi senatori del centrodestra se il futuro politico di Salvini è alla sue spalle, senza ottenere risposte. Il sipario – quello numerico – arriverà per motivi procedurali nel tardo pomeriggio con una votazione in due riprese a scrutinio ritardato. I giochi, però, sono già fatti. Con il centrodestra lontano dalla quota 160 necessaria per disinnescare il procedimento giudiziario.

Maurizio Gasparri, presidente della giunta per le Immunità e autore della relazione pro-Salvini contro la quale si vota, ribadisce la sua tesi: “Era un’azione collettiva di governo, non solitaria bensì ampiamente condivisa. No alla giustizia politica”. La linea di chiamare in causa non solo il premier Giuseppe Conte ma gli ex ministri Trenta e Toninelli è condivisa da Forza Italia, Fratelli d’Italia, ed espressa con competenza da penalista da Giulia Bongiorno. Gianluigi Paragone punta il dito oltre confine: “E’ un disegno preciso dell’Unione Europea, vogliono smantellare gli Stati attraverso i flussi migratori”. Gaetano Quagliariello, uscito da Forza Italia perché filo-salviniano, annuncia il no della sua mini-componente al processo.

Una volta capito che non ci saranno sorprese, l’atmosfera di Palazzo Madama scivola pigramente verso l’esito dell’ultimo dibattito dell’ultima intensa settimana di lavori (la prossima, all’ordine del giorno c’è solo il decreto Semplificazioni, ma probabilmente andrà solo in commissione).
Pietro Grasso, fresco di mancata elezione alla presidenza della commissione Giustizia, motiva il via libera di Leu al processo contro Salvini: “Non c’è l’esimente della tutela di un interesse pubblico o costituzionalmente rilevante. Ora bisogna cancellare i decreti Sicurezza”. Anna Rossomando per il Pd richiama i principi umanitari: “Il punto non è la difesa dei confini ma il soccorso ai naufraghi. Su quella nave c’erano feriti e ustionati, condizioni sanitarie precarie e solo due bagni alla turca per tutti. Ipocriti quelli che se la prendono con i profughi e non con gli scafisti”. A rompere il “bel tacer” pentastellato è Elvira Lucia Evangelista che legge un intervento durissimo contro l’ex alleato: “M5S c’è e non ha dubbi: “Con un grave comportamento assunto da solo e non condiviso con il resto del governo ha negato illegalmente lo sbarco per un personale tornaconto elettoralistico. Per questo deve essere sottoposto a giudizio”.
Al curaro la piccola “annotazione” sulla separazione dei destini tra i loro due partiti: “Erano i giorni della richiesta di pieni poteri, con i calici in alto, sotto il sole cocente della riviera romagnola, una brutta pagina della storia repubblicana, macchiata ulteriormente dal tentativo strumentale e autoreferenziale della Lega di opporsi alla domanda di autorizzazione a procedere nei confronti del loro leader”. In politica spesso gli addii si rivelano arrivederci. Questo, però, sembra triste, solitario y final.

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