Omelie 2014 di don Giorgio: Prima Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Battista

31 agosto 2014: Prima dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore
Is 65,13-19; Ef 5,6-14; Lc 9,7-11
Mi soffermerò sulla prima lettura, tolta dal libro di Isaia, a metà del capitolo 65. Conviene sempre ricordare che il libro di Isaia in realtà non è da attribuire per intero al profeta che è vissuto nel regno di Giuda, al sud della Palestina, nell’VIII secolo a.C.
Secondo gli studiosi della Bibbia, il profeta avrebbe scritto i primi 39 capitoli. A partire dal capitolo 40 si incontrano oracoli che furono pronunciati (o scritti) all’epoca dell’esilio in Babilonia (587-538 a.C.). Gli ultimi capitoli (dal 56 al 66) sono invece da collocare dopo il ritorno dall’esilio e dopo la ricostruzione del tempio di Gerusalemme. Per cui, possiamo parlare del primo Isaia, del secondo Isaia e del terzo Isaia.
Il brano della Messa fa parte del terzo Isaia. Siamo, dunque, in un periodo particolare: quello della ricostruzione di una nazione che era stata disfatta dall’impero babilonese. Poi cambiò la politica, si imposero i persiani, e agli esiliati ebrei fu data la possibilità di tornare in patria. Il paese era distrutto, si dovette partire da capo. Non era la prima volta. E, ogniqualvolta, il popolo dimenticava la lezione: partire da capo significava per il Signore ripartire dall’Alleanza, e toccava ai profeti l’arduo compito di stimolare il popolo perché non ripetesse gli errori precedenti, quegli errori per cui gli ebrei erano stati puniti con l’esilio.
Ma si sa: siamo fatti tutti così. Voi pensate che l’uomo capisca la lezione? Quante guerre, quante crisi lungo i secoli della storia umana! Quando siamo dentro, sembra che torniamo a ragionare. Quante volte ci siamo detti: passata la guerra, passata la crisi, ci convertiremo, non ripeteremo più gli sbagli, diventeremo più saggi, più previdenti. La lezione dura poco: sembra che non ci sia un limite alla follia. Eppure ci poniamo spesso la stessa domanda: che cosa ci costa essere più buoni, più onesti, più saggi? Le cose non sarebbero diverse? Il mondo non sarebbe diverso? Saremmo sempre qui a spararci addosso? A litigare per stupidaggini? A scannarci per un piccolo interesse materiale? Che cosa ci costa capire i limiti e non oltrepassarli? Perché quell’ansia di volere sempre di più, anche a danno dei diritti degli altri? Capire i nostri limiti significa renderci conto che esistono anche i diritti dell’altro. Come si dice: la mia libertà finisce là dove inizia la libertà dell’altro. No! Noi vogliamo allargare sempre di più le nostre pretese. La pretesa va oltre il proprio diritto. Se io ho più del necessario metto a rischio la possibilità dell’altro di avere ciò che gli è indispensabile per vivere. Non ci pensiamo mai a queste cose? Il di più, l’eccesso, il superfluo mette a rischio la libertà altrui, a discapito anche della mia, per il semplice motivo che non potrò mai essere in pace. L’altro, che si vede compromessa la sua libertà, prima o poi reagirà, si ribellerà, e mi farà la guerra.
Che cosa vuol dire allora vivere in pace? Noi che parliamo tanto di pace, facciamo anche manifestazioni per la pace, che concetto abbiamo della pace? Belle parole, ma in realtà come ci comportiamo? Sembra che ci manchi il respiro, se non abbiamo quella tal cosa: un di più dell’essenziale. E poi, appena entriamo in un’altra crisi, ad andare anzitutto in crisi è quel mondo di superfluo che ci siamo costruiti. E ce la prendiamo con la crisi, con il mondo intero, ma dimentichiamo che la crisi economica, anche se è opera di misteriosi disegni perversi che governano il mondo, è favorita anche dai nostri piccoli egoismi, che sommati nell’universo diventano come un fiume in piena.
Anche il popolo eletto, scelto da Dio perché fosse il suo tramite, messaggero del suo disegno sulla storia – questo era il suo compito, doveva essere il suo compito – si faceva prendere dalla tentazione di essere esclusivista. Io, e poi io. Tornava dall’esilio, e subito pensava a se stesso.
All’inizio Dio (scusate se dico Dio, ma uso il linguaggio biblico che fa risalire sempre alla prima causa, Dio, anche le cause intermedie) che cosa ha fatto? Si preoccupò di rendere una nazione l’agglomerato informe di nomadi, senza casa e senza terra. Quando gli ebrei conquistarono la Palestina, anche allora con la forza, iniziarono i guai. La forza chiama forza, e si andò oltre. Si arrivò perfino a chiedere un re. I profeti non digerirono questa richiesta: vi videro una mancanza di fiducia in Dio, e soprattutto una sfida al primato di Dio. E così anche gli ebrei ottennero un loro re. Fu l’inizio delle loro sventure politiche. Anche allora c’erano le alleanze tra questo o quel popolo, e naturalmente la scelta cadeva sul popolo più potente, o su strane alleanze, che i profeti non condividevano.
I profeti ragionavano così: se tu, popolo eletto da Dio, ti allei con la nazione più potente, vuol dire che non ti fidi di Dio. Dio è il più potente di tutti. Dio non ha mai amato i calcoli umani, i compromessi tra i potenti, le loro trame. Pensate alle parole del Magnificat.
Ed ecco, dunque, che i profeti invitavano i capi a non stringere alleanze secondo i piani umani. Li invitavano ad allearsi con i meno forti, proprio per dimostrare che era Dio il più potente, l’unico in cui porre fiducia. E i profeti, che invitavano il popolo a non credere nella politica dei loro capi, venivano perseguitati, anche uccisi. I re disobbedivano ai profeti, e poi prendevano batoste. E, di conseguenza, anche il popolo.
Non è sempre così? Le politiche sbagliate dei nostri governi non ricadono forse sull’intero popolo? Quanti sono morti per le dissennate scelte dei nostri governanti? Pensate alle guerre!
Guardate che è veramente importante soffermarsi su questa idea biblica, presente nell’Antico Testamento, e poi ripresa nel Nuovo: la politica di Dio è all’opposto della nostra. Noi ragioniamo con i numeri, con la forza, con i soldi, Dio no. Noi vogliamo essere vincenti con i vincenti del momento, mentre Dio segue un’altra logica: egli sta dalla parte dei perdenti. E non sta dalla parte dei perdenti soltanto perché sono i più deboli, ma perché sono vittime di una logica perversa, e vuole far capire che così, seguendo questa logica del vincente a tutti i costi, l’uomo sarà sempre vittima. Ma Dio vuole di più: vuole far capire che le vittime devono riprendersi la loro rivincita, ed è quella di capovolgere la logica umana.
Dio sta dalla parte dei più deboli, dei più piccoli, perché costoro, se si fidano della logica di Dio, potranno essere un domani vincenti.
Se leggete la Bibbia, quali sono state le scelte di Dio? Dio ha sempre scelto le persone che in quel momento non contavano niente. Il Signore ha sempre scommesso sul poco, sull’insignificante, sull’ultimo. Poi le cose andavano come andavano: Dio non poteva farci niente; è il rischio della libertà, d’altronde ci ha creati liberi. Ma non sempre andava storto: ci furono uomini di Dio che rimasero fedeli fino all’ultimo: perseguitati e martirizzati proprio per la loro cocciutaggine nell’essere fedeli a Dio, senza farsi condizionare dai giochi umani. I profeti hanno messo in gioco la loro vita fino alla fine.
Se siamo ancora qui, nonostante tutto, nonostante guerre, nonostante le follie umane, non lo siamo perché dovremmo ringraziare chissà qualche uomo potente che ha salvato il genere umano. Siamo qui, in questo mondo, perché ci furono nel passato uomini e naturalmente donne che hanno creduto in certi valori: sono i giusti, così li chiama la Bibbia.  Non parlo di uomini o donne religiose. Parlare di Dio di per sé non significa parlare di religione. Sappiamo quanto male abbia fatto ogni religione. Sappiamo quanto male ancora oggi faccia un certo fondamentalismo religioso. Religioso, per modo di dire, perché la religione quando diventa fondamentalista è solo una copertura per altro. Diventa una blasfemia, un crimine umanitario.
Dio ha sempre scommesso sugli scarti umani. Nella Bibbia c’è un’espressione che dice tutto: il “resto d’Israele”, un minuto gruppo di giusti, fuori dall’ordinario comune. Dio non ha mai scommesso sulla massa, sul popolo. Dio ha un concetto tutto suo di democrazia, eppure dovremmo imparare da lui cos’è la libertà, la giustizia, per non parlare di bellezza e di gratuità.
Ed ecco il punto: su questo minuscolo, insignificante, umanamente parlando, resto umano Dio ha scommesso il suo piano universale. Non è vero che il messaggio si fa grande se grandi sono i mezzi o gli strumenti per comunicarlo. Oggi, con tutti i mezzi tecnologici che abbiamo a disposizione, non siamo diventati più umani e universali. Globalizzati casomai da pochi sfruttatori. Le energie grandiose si trovano nelle minuzie. Mai come oggi siamo gretti nell’animo. Eppure mai come oggi ci sentiamo colti e sapientoni.
Anche la Chiesa dovrebbe imparare questa lezione di Dio, ma purtroppo, spesse volte, l’ha dimenticata. Ha scommesso sui grandi dotti, come i dottori della legge che Cristo ha condannato, affermando più volte che il regno dei cieli è accessibile solo alle persone umili e semplici. Se oggi non hai una laurea in teologia non puoi fare carriera ecclesiastica, non ti resta che fare un povero prete di campagna. E Dio che cosa fa? Scommette sui poveri preti di campagna, per portare avanti il suo disegno universale.

 

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