Barbara X



"Notte, o tu, che regnar dovresti eterna / in questa terra d'ogni luce indegna, / del tuo più denso orrido vel ti ammanta, / per favorir l'alto disegno mio". (Antigone di Vittorio Alfieri).

PRESENTAZIONE.

Stavolta Don Giorgio l’ha davvero combinata grossa: ha voluto concedere uno spazio nel suo sito a una trans. A me, Barbara X. Perché Barbara X? Semplice. Quando anni fa ho deciso di assumere un “cognome d’arte” l’ho fatto con lo stesso spirito di Malcolm X, che ai neri americani negli anni Sessanta una sera disse: “Per questa società, noi, gente di colore, non esistiamo: dunque non ci chiameremo più Smith, Johnson, ecc. Il nostro cognome d’ora in poi sarà X, a simboleggiare l’anonimato e il silenzio ai quali ci condanna questo sistema infernale.” Ecco, siccome questo sistema infernale continua a commettere, in pieno 2009, nei confronti delle persone transgender (ma –ahimé!- non solo), i medesimi misfatti (emarginazione, razzismo, violenze) perpetrati ai danni dei neri americani in passato, io ho deciso di chiamarmi Barbara X. Sono presente qua e là sul web da anni; pubblico articoli, racconti, commenti e scritti vari; e lo scorso dicembre è uscito il libro “Qui tutto va a puttane” (Gingko Edizioni, Bologna), un’antologia di racconti a scopo benefico (i proventi vanno a Fiori di Strada, un’associazione che cerca di tutelare le donne vittime della schiavitù della prostituzione), una raccolta di racconti che ne comprende uno mio; dunque, sono una che ama esprimersi scrivendo. La scrittura è per me la passione di una vita, assieme alla grande letteratura: ma sono –queste- due passioni ch’io coltivo a mio modo, cioè ponendo costantemente in risalto l’aspetto dell’engagement, dell’impegno. La cultura non è arido nozionismo; la cultura è coscienza, e poi solidarietà, condivisione, amore. Questo è un concetto espresso, con parole diverse (e magari un po’ migliori delle mie), da intellettuali del calibro di Gramsci e Silone. I movimenti (politici e non) hanno completamente perduto quella sana combattività che li contraddistingueva fino a circa un paio di decenni fa, e –un po’ come tutti- hanno scelto di adottare come linea guida quel fair-play deteriore che nulla ha a che vedere con la non-violenza, il pacifismo, la tolleranza: si tratta solo di un atteggiamento dettato dall’estrema povertà di ideali che spadroneggia nei nostri tristi tempi, dal vuoto pauroso in cui sono cadute le menti, i cuori e le coscienze. Mi rattrista non poco che il senso di queste mie parole arriverà solo a pochissimi, sono spesso consapevole di parlare una lingua straniera, morta… Questo fatto mi rattrista, certo, ma mi emargina, anche. Ecco allora che io vengo esclusa due volte da questa società così bella e civile: la prima per la mia diversità percepibile esteriormente, la seconda per la diversità che porto da sempre nel cuore e nella mente. Sovvertire la bruttezza dell’esistente: da una vita sto lottando affinché ciò non resti solo un’utopia. Tutti i giorni ci viene detto che l’ideologia non esiste più: ma una società è morta e sepolta, se viene meno quest’elemento. In una società civile non può dominare incontrastata la delittuosa e devastante stupidità della televisione. E in una società davvero civile si rispettano tutti quanti, anche gli ultimi fra gli ultimi, come gli animali. Io sono vegetariana da ventuno anni e vegana da tre, per ragioni etiche, e sono antispecista: per me (ma per fortuna non solo per me) in questo pianeta non ci sono esseri inferiori alla razza umana. Un altro valore in cui mi riconosco è l’antifascismo, un valore che oggi ha molto più senso di quanto comunemente si pensi, giacché certe scemenze e certe violenze ai danni dei più deboli proliferano grazie a quei movimenti pericolosissimi che si sono accorti che la nostra società ha abbassato la guardia. Se permettete, io la guardia non l’abbasso. Anzi, cerco di portare i miei colpi. Vale!

 Barbara X, 22 agosto 2009

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INDIFFERENZA E FASCISMO DI STATO

In questi giorni di lutti, tragedie e cordoglio, voglio ricordare un dramma passato sotto silenzio, quello di Alina, una giovane donna ucraina, suicidatasi in un posto di polizia a Trieste, mentre attendeva il rimpatrio, mentre vedeva svanire una a una tutte le sue speranze.
Il dramma di Alina è avvenuto tre giorni fa, ma l'opinione pubblica (con l'immancabile complicità dei media) l'ha spazzato via perché aveva altro su cui riversare le proprie lacrime.
Non ci si ricorda mai di chi è solo, di chi è debole.
La repressione sociale tritura i corpi dei dimenticati con le stesse modalità di un mattatoio, e l'indifferenza cancella ogni ricordo, ogni coscienza.

“Forse sarà che la gente non sa, forse sarà che la gente non può più capire, aiutare...
Salire sul tetto di un grattacielo, avvicinarsi al limite estremo di quella piattaforma di cemento e poi osservare atterriti il vuoto sotto di sé...
L'istinto mi direbbe di fuggire, di allontanarmi con mille cautele da quel bordo; ma come fare se una forza superiore ci costringe a non muovere un solo passo all'indietro, verso la salvezza?
Ansimando, rimarrei sgomenta a contemplare le indifferenti forme microscopiche che scorgerei da quell'altezza.
Poi, un accesso di folle disperazione mi indurrebbe a compiere l'impensabile: un passo, solo un piccolo passo...
Subito, a volo appena iniziato, l'istinto mi farebbe cercare un inesistente appiglio, ma non troverei alcun ostacolo al mio precipitare.
Sperimenterei per qualche istante l'ebbrezza di una violentissima velocità che mi schiaccerebbe le membra e comprimerebbe all'inverosimile le mie viscere.
L'aria mi penetrerebbe in gola soffocandomi, mentre i miei occhi verrebbero investiti da fulmini di ghiaccio.
Non riuscirei a piangere, a gridare, a respirare... A tornare indietro, a salvarmi...
L'impatto col ruvido suolo di cemento sarebbe devastante, forse agonizzerei per qualche attimo guardando il cielo con gli occhi sbarrati, impossibilitata a muovermi, mentre intorno a me la mortale indifferenza della città aggiungerebbe silenziosa il mio nome all'elenco degli eliminati...”

Un articolo su Alina da Femminismo a Sud:

Alina Bonar Diachuk, ucraina, aveva 32 anni. Un giorno l’hanno presa e portata in un ufficio di polizia per l’immigrazione. Dentro c’era un tale che teneva una targa mussoliniana dal titolo “Ufficio epurazione” e una serie di libri antisemiti e dichiaratamente nazisti. Tra gli altri: Julius Streicher, Adolf Hitler e Julius Evola. Il dirigente dell’ufficio, Carlo Baffi, è stato sospeso e sono partite indagini perché il questore e tutti quanti dicono che quella, no, non è mica la questura degli orrori. Carlo Baffi, indagato per sequestro di persona e omicidio colposo, pare ritenesse le leggi sull’immigrazione troppo morbide.
C’erano due agenti che sorvegliavano Alina mentre era detenuta illegittimamente in quel commissariato. Cosa sia accaduto ad Alina non lo sa nessuno. Si sa solo che si è impiccata. I due agenti sono accusati di omicidio colposo e violata consegna perché giusto nel momento in cui lei si suicidava, nonostante vi fosse anche una telecamera di sicurezza, non si sono accorti, nei 40 minuti di agonia di Alina, di ciò che stava accadendo.
Trovate tutti i dettagli nella rassegna stampa di Bollettino di Guerra e poi ditemi se quelli sono gli uomini che dovrebbero “tutelarci” quando si parla di violenza sulle donne.
Non possiamo chiamare il suicidio di Alina un “femminicidio”, perché su questo oramai è Repubblica che detta le regole, ma io vorrei osare e dire che si tratta di un suicidio di Stato e come quello chissà quanti altri dentro i Cie e dentro le galere per motivi di cui non siamo a conoscenza.
Lo abbiamo visto già con Genova, con Bolzaneto, ora con i lager nazisti 'legalizzati' e con questa gente che abusa del proprio potere per compiere la propria vendetta personale sulla base delle proprie ideologie discriminatorie e fasciste: il fascismo in Italia esiste e non c’è nulla che possa difenderci da esso salvo noi stess*. Perché questo fascismo è di Stato.
Buonanotte Alina. Buonanotte cara. La nostra rabbia e il nostro amore siano con te.”

21 maggio 2012

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