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6 luglio 2011

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Il Grande Patri-Arca ci metterà tutti quanti nella stiva dell’arca di Noè


Al sopraggiungere del nuovo padrone di casa
i domestici sono già pronti a cambiare casacca,
cancellando ogni impronta di chi se ne va,
e perfino l’odore della pelle.

L’hanno servito a dovere,
ed ora serviranno a dovere chi sta per arrivare.

Sì, a dovere: come fedelissimi servi,
servi di casa, pronti a rivendicare il detto evangelico:
“Siamo servi inutili!”.

Così inutili che non si sa che farsene,
tanto è vero che il padrone di casa
- se è un Signore! -
ne tiene conto solo quando cessano
di essere leccapiedi o puri esecutori di un mandato
di cui sanno cogliere solo la lettera
nella sua più ferrea ortodossia calligrafica.

Mi immagino per un istante la Curia di Milano
in questi momenti di grande trambusto:
mai come ora un cambio di guardia ha creato
tanto scompiglio da dimenticare in un angolo,
come uno straccio che è servito solo a pulire certe magagne,
quell’umile Servitore del Vangelo di Cristo
che è l’unico, tra i ministri, a poter confessare:
“Mi sento servo inutile!”.

Non ne do una colpa solo alla Curia milanese:
è nel suo dna essere pronta ad ogni stagione,
anche se ce ne vuole per coprire il rossore
di certe opportuniste transfughe.
 
Paradossalmente mai come in questo momento
mi sento sostenuto da un clero milanese che,
pur su sponde politicamente opposte alle mie,
non ha mai digerito quelli di Comunione e liberazione,
e non ha certamente gradito sentir dire
che il nuovo Cardinale fa parte di quel Movimento,


Con questo non mi faccio illusioni:
si fa in fretta a prendere il proprio vescovo,
qualunque esso sia,
secondo quel metodo tipicamente meneghino
del devoto conformismo istituzionale:

tutti onori, salamelecchi, genuflessioni
in occasioni di cerimonie ufficiali o di visite pastorali,
e poi… ognuno per la propria strada:
il cardinale ne se torna in arcivescovado a Milano
più “solo” di prima,
e il parroco continua la sua pastorale in loco
come se nulla fosse successo,
nel suo stile da praticone e da affarista,

fregandosene della Profezia del saggio Pastore
a cui importa - eccome! -
che le pecore non siano curate da cani di guardia.

Certo, lo so - non sono un inesperto! -
al gregge piace essere gregge, e farsi condurre,
tranne in quella parte del corpo
che si chiama eufemisticamente tubo digerente:
qui rivendica una certa autonomia,
mantenendo sempre la copertura religiosa.

Il problema dei Movimenti ecclesiali
tocca sul vivo il prete diocesano
ma solo per una questione di formazione atavica
ad una visuale pastorale che non ammette alternative:
in parrocchia nulla si deve spartire, con nessuno,
arrivando al punto di competere
con le stesse amministrazioni locali
quando queste si permettessero di andare oltre
il piano regolatore del paese o i servizi strettamente sociali
interessandosi all’educazione dei ragazzi:
anche il divertimento, anche lo sport,
perfino ogni respiro del tempo libero,
insomma tutto deve essere gestito dal prete!

Sembra un’ossessione maniacale,
forse dettata dalla fobia di una laicità,
vista come lesiva di anni e anni di lavoro e di sudore
di una pedagogia religiosa
in nome della integralità del soggetto da educare:
l’anima e il corpo fanno un tutt’uno,
come se fossero la stessa realtà.

Il Movimento di Cl, dunque, nella nostra Diocesi
dove purtroppo è nato e ha messo le sue radici
come una gramigna,
è visto dai preti come un rivale che porta disintegrazione.

Che Cl sia disintegrazione, questo è certo,
ma è un altro problema
che va al di là di una gelosia di potere.

Nella nostra Diocesi ci sono preti diocesani
che si dichiarano apertamente “ciellini”,
finora quasi lasciati in riserva
in determinate parrocchie, non saprei se fortunate o no.

Una cosa è comunemente risaputa:
le comunità cristiane soffrono
per la poca presenza fisica del parroco “ciellino”
che alla parrocchia preferisce il Movimento.

Anche la pastorale diocesana ne risente:
il Cristo del Movimento non corrisponde
a quella visuale di fede che non può chiudersi
in un gruppo o clan privilegiato, quasi protettivo di se stesso.

Già la pastorale diocesana vive un momento di grande crisi:
sembra che faccia di tutto per allontanare la gente dalle chiese,
per svuotare gli ambienti oratoriani,
per complicare la catechesi dei bambini e dei ragazzi
con scriteriati spostamenti di età e di orari di catechismo
da chiederci: Tutto a che pro?

Non si vuol capire che è la pastorale in sé che va rifatta
su una visuale di fede più aperta sull’Umanità:
i preti diocesani milanesi sono testardi,
amano distruggere e ritentare esperimenti nuovi,
ma sempre con la medesima visuale di fede:
in questo sono irremovibili!

E le cose peggiorerebbero se si usasse il metodo
dei Movimenti ecclesiali i quali puntano
ad una visuale di Chiesa per elite:
e il popolo di Dio?

Il nuovo cardinale Angelo Scola arriverà
a prendersi sulle spalle e, spero, nel cuore
una tra le diocesi più complesse, più problematiche,
sotto i riflettori del mondo, presa anche come modello,
che ha una sua tradizione di pastori santi e profeti,
che hanno lasciato solchi indiscutibilmente profondi.

Ma le attese erano grandi, così le speranze,
soprattutto starei dire una grande voglia
di Cristianesimo autentico,
di una Chiesa che si decidesse ad uscire dall’immobilismo,
di una Chiesa che parlasse Vangelo radicale.

Speravamo…

Inviterei i preti diocesani ad alzare finalmente la testa,
a prendere coscienza della loro vocazione,
a porsi almeno una domanda: Dove stiamo andando?

Non basta pregare, far pregare,
invocare il Signore sul nuovo Pastore.
Non basta!

È anche cedere al ricatto di chi sceglie arbitrariamente,
e poi invita a pregare il Signore perché obbediamo
nell’accettare la scelta imposta così com’è,
ovvero secondo i desideri di Santa Romana Chiesa.

- È sempre stato così!
Non possiamo ribellarci ad una gerarchia
che ha le sue regole ferree, e le impone!

E perché… mai?
Non è giunto il momento in cui
sia lo Spirito santo a dettare le sue regole?
E le regole dello Spirito sono quelle del vento
che soffia da ogni parte, senza avvisarti.

La storia millenaria della Chiesa gerarchica
fa sentire ancora tutto il suo peso,
e sembra irremovibile,
forte dell’idea che la Chiesa sia monarchica
per il volere del suo Fondatore.

Ma…
Come conciliare Profezia e potere?

Speravamo…

Ci sono stati alcuni preti diocesani milanesi
(ne cito due: don Virginio Colmegna e don Enrico De Capitani -
che hanno dichiarato apertamente di votare Giuliano Pisapia
- e di buone ragioni ne avevano da vendere! -
suscitando scandalo e creando anche pesanti ripercussioni
sulla stessa persona del cardinale Tettamanzi:
perché gli stessi e tanti altri ancora
non escono di nuovo allo scoperto per urlare
il loro disappunto per una scelta del nuovo vescovo di Milano,
frutto di calcoli politici vergognosi,
che non ispira certo quella speranza che tutti sognavamo?

Qualcosa dovrà pur muoversi in questa Diocesi
che vanta una storia millenaria di fede vivace:
perché aspettare l’irreparabile?

Perché lasciare che il Duomo di Milano
diventi quel covo di briganti
contro cui Cristo si era già scagliato ai suoi tempi
quando aveva frustrato i mercanti del tempio?

La Diocesi di Milano ha bisogno di un vescovo
che sia un fedele servitore della verità evangelica,
senza legami, senza compromessi, senza ombre,
un vescovo alla don Tonino Bello
per non citare i soliti predecessori.

Se Scola vuol venire, venga pure:
sarà ricevuto come merita un servitore del potere!

Non faremo più sconti, non ci lasceremo intimidire,
non ci lasceremo condizionare dai soliti giochetti
che si usano coi bambini che devono fare la Prima Comunione.

 

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