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12 luglio 2011

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Dadaab, l'inferno negli occhi. La battaglia dei somali per la vita


da Lettera 43

Dadaab, l'inferno negli occhi

La battaglia dei somali per la vita.
 
di Vita Lo Russo

Sua figlia l'ha chiamata Iisha, che vuol dire 'vita', perché è un miracolo tenerla ancora viva tra le braccia. Weheleey Osman Haji, 33 anni, è una delle tante mamme che è arrivata in Kenya scappando dalla Somalia. È fuggita perché nel suo Paese, a causa della siccità che sta investendo tutto il Corno d'Africa, il cibo è più scarso di quanto non lo sia mai stato.
Haji è stata fortunata: ha marciato per 22 giorni, aveva acqua a sufficienza per il tragitto e ha trovato l'ombra di un albero di acacia dove mettere al mondo la propria piccola.
IN MARCIA VERSO DADAAB. Le mancano ancora 80 chilometri alla meta, il campo profughi di Dadaab, dove spera in una razione di cibo e di acqua delle organizzazioni internazionali. Anche se lì avrà un nuovo ostacolo da fronteggiare: deve evitare di ammalarsi e riuscire a procacciarsi i biscotti energetici che passano i volontari necessari per allattare e sostentare Vita.
Non è semplicissimo. Il campo ha già superato di quattro volte la sua capienza massima. Così la nuova preoccupazione, per chi è scappato dalla fame e dalle violenze della Somalia, sono le epidemie causate dal sovraffollamento e dalle scarsissime condizioni igieniche.
IL CAMPO DELLE ATTESE. Arrivare a Dadaab, comunque, è già un sogno. A molti è andata peggio che a Iisha. Individui malnutriti, specie bambini, sono morti prima di varcare in confine con il Kenya.
Una madre ha raccontato alla Bbc di aver perso tutti i figli durante il tragitto. Un'altra ha atteso in fila per cinque giorni senza acqua né cibo per completare le procedure di registrazione al campo.

Dadaab, il volto buono dell'inferno

Dadaab è uno dei compi profughi più grandi del mondo. Si estende su una superficie di 50 chilometri quadrati a Nord del Kenya vicino al confine con la Somalia. È stato aperto nel 1998 sotto la gestione dall'Alto commissariato per i diritti umani dell'Onu per accogliere i profughi della guerra civile di Mogadiscio e da allora non si è mai svuotato.
Attrezzato per contenere un massimo di 90 mila persone, oggi ne conta 370 mila. Altri 10 mila stazionano all'esternodell'area in attesa di completare la registrazione, mentre il flusso di arrivi si è stabilizzato sui 1.000 profughi al giorno, di cui 800 sono bambini e donne malnutriti. «Se continua di questo passo», hanno detto i volontari di Medici senza frontiere, «alla fine dell'anno i rifugiati saliranno a mezzo milione».
SOMALIA, UN PAESE DI SFOLLATI. Il sovraffollamento è dovuto in buona parte all'esodo dalla Somalia. Dall'inizio del 2011, 135 mila persone hanno lasciato il Paese, 54 mila nel solo mese di giugno. La maggior parte di essi si sono diretti in Kenya (circa 400 mila) e in particolare a Dadaab, altri hanno preferito lo Yemen (187 mila) o l'Etiopia (110 mila).
La Somalia è un Paese di sfollati: su un totale di 7,5 milioni di abitanti, almeno 2 milioni - stando all'Alto commissariato dell'Onu - sono profughi sin dai tempi della guerra civile. Di questi almeno 1 milione e mezzo era rimasto in patria fino all'inizio del 2011.
EQUILIBRI PRECARI. Negli ultimi due mesi, la siccità ha decimato gli allevamenti. E per le famiglie la cui ricchezza si misura in metri quadri di orto e in capi di bestiame, quando viene meno la pioggia comincia la carestia.
All'aumento a livello globale dei prezzi delle materie prime (a cominciare da grano, zucchero, soia e mais)
va aggiunto il fatto che la Somalia è ancora alle prese con gli strascichi di una guerra civile mai completamente superata. Per questo, la voglia di fuga e la fame vincono sulla paura e sui rischi del viaggio.

Gli aiuti italiani: 800 mila euro per la Fao

Il capo dell'Alto commissario per le Nazioni Unite Antonio Guterres si è recato nei giorni scorsi alla frontiera tra la Somalia e il Sud est dell'Etiopia. Ha ascoltato madri che avevano perso i figli durante il viaggio. Ha visto l'angoscia della gente costretta ad abbandonare i membri malati della famiglia. Ed è rimasto scioccato.
LA PRIMA EMERGENZA. Sulla crisi è intervenuta anche l'Italia. Il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica l'11 luglio si è recato a Mogadiscio dove ha inaugurato la nuova ambasciata italiana. In quell'occasione ha annunciato l'attivazione di un fondo di aiuti presso la Fao di 800 mila euro «per dare una prima risposta all'emergenza della siccità».
Intanto per la prima emergenza, l'Italia ha promesso di inviare nei prossimi giorni un C130 con attrezzature e cibo da sganciare sui campi profughi.
Martedì, 12 Luglio 2011

 

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