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19 agosto 2011

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Sanità. Lo scandalo degli ospedali incompiuti


da Articolo 21.info

Sanità. Lo scandalo degli ospedali incompiuti

di Valter Vecellio

Può accadere che accendi la televisione, e ti scopri sorpreso da un servizio interessante. Non accade spesso, di questi tempi, ma può accadere. Giorni fa, per esempio, il "TG2" ha mandato in onda un servizio su quello che è un vero e proprio scandalo. Si parlava - e lo si documentava con interviste e immagini - dello scandalo di un ospedale, quello di Gerace in Calabria, mai aperto, mai funzionante, letteralmente lasciato andare alla malora con tutto il materiale al suo interno.
Una premessa al servizio: "Ospedali-fantasma. Costruiti, collaudati e mai aperti. Sono 132 in sedici regioni, secondo la Commissione parlamentare sul sistema sanitario". E' da credere che sia uno scandalo con colpevoli, e con persone che da questa situazione ci guadagnano.
Lo scandalo nello scandalo - perché non finisce qui, e non ci si fa mancare nulla - è costituito dal fatto che questa situazione, è stata denunciata esattamente un anno fa da una parlamentare, Maria Antonietta Farina Coscioni, a cui avevo segnalato la cosa. Non solo l'ospedale di Gerace. In tutto cinque interrogazioni. Tutte in attesa di risposta. E, soprattutto, senza che i ministri competenti abbiano nel frattempo mosso un dito. Ecco in sintesi quello che si denunciava.

Gerace (RC). A vederla da fuori sembra la villa è in buono stato: gli infissi ancora nuovi, l'intonaco appena scrostato, i balconi e i lampioni neanche arrugginiti. Il complesso di eleganti edifici bianchi alla periferia di Gerace, splendido paesino medioevale del Reggino, è però solo l'ennesima incompiuta della sanità calabra. I lavori cominciarono nel 1987, ma vennero interrotti a metà degli anni Novanta: all'epoca erano stati già spesi 5 milioni di euro, l'ospedale era praticamente ultimato. Tanto che, nel 1996, furono collaudati tutti gli impianti, perfino quello fotovoltaico. Sembrava fatta: 102 posti letto in più nell'asfittico panorama sanitario della Locride. Venne commissionata pure una targa dedicata al cittadino illustre, un botanico, che avrebbe dato il nome al nosocomio. Quasi 15 anni dopo, quella lastra di marmo campeggia all'entrata. Recita: «Ospedale Filippo Fimognari, geracese». La targa è in buone condizioni, solo un po' impolverata. Così come le cucine al piano terra e tutti i macchinari della lavanderia. Anche l'impianto fotovoltaico sembra resistere al tempo. Avrebbe fatto risparmiare un sacco di soldi. Ma la sfilza di pannelli piazzati sui tetti non ha mai prodotto un chilowatt. In compenso, è diventata il simbolo di uno sperpero di 5 milioni di euro.

San Bartolomeo in Galdo (BN). E' l'opera incompiuta più vecchia d'Italia. I lavori iniziarono nel 1958. Nel 2008 venne perfino affissa una lapide: «Dopo 50 anni di attese, speranze, delusioni e lo sperpero di circa 24 milioni di euro, a memoria e a vergogna della incapacità politica e amministrativa dei loro rappresentanti, i cittadini posero». Quattro piani per 133 posti letto previsti, 12 mila metri quadrati attrezzati con sale di degenza complete di ossigeno e bagni funzionanti. Nelle camere i mobili imballati. Nel 2008 l'ospedale viene definitivamente cancellato dal piano sanitario nazionale e rimarrà solo uno Psaut (Pronto soccorso attivo per urgenze territoriali) che chissà quando, e se, verrà mai attivato al pianterreno. Nel frattempo però i lavori (e lo sperpero di denaro) continuano. All'interno si possono trovare cartelle cliniche, esami diagnostici, ecografie: tutto buttato sul pavimento tra rifiuti di ogni tipo. Naturalmente c'è anche un grande parcheggio su due piani, con sbarre elettroniche e strisce disegnate. Vuoto come tutto il resto.

Amalfi (SA): L'ospedale di Pogerola, che a farne un residence con quella vista mozzafiato sul mare varrebbe decine di milioni di euro, è un monumento all'Italia dello spreco. Basta dire che la rampa di accesso al pronto soccorso è così stretta che le ambulanze non ci possono passare. Quattro piani di stanze in parte completate in parte abbandonate, cucine, sale operatorie, tutto nel più totale degrado. La struttura risale al 1952 e ha subito tanti lavori di ristrutturazione (l'ultima nel 1992) ma non è mai stata aperta. Però vennero assunti, con regolare concorso, sotto la gestione del ministro Francesco De Lorenzo, ben otto primari stipendiati regolarmente per non fare nulla per mesi, poi vennero dirottati altrove ma l'ospedale fantasma servì come trampolino per la loro carriera. Diecimila metri quadrati buttati, un vero «monumento all'Ospedale ignoto».

Lentini (SR): Il «nuovo» ospedale di Lentini (nella foto), sovrasta una collinetta attorniata da agrumeti. L'aggettivo «nuovo» è eufemistico: i lavori, cominciati nel 1995, non sono ancora terminati. Restano da completare le sale operatorie. E poi bisogna arredare e attrezzare tutta la struttura. Gare d'appalto che hanno avuto una storia infinita: sospese per 18 mesi dopo un ricorso al Tar. La parziale attivazione sarebbe dovuta arrivare a mesi. Sono passati, invece, oltre dieci anni. Durante i quali nessun paziente è entrato in corsia. O meglio: i soli che lo hanno fatto erano attori. Perché l'unico utilizzo l'ospedale di Lentini l'ha avuto come set cinematografico. Ci hanno girato «Le ultime 56 ore», con Raoul Bova, un film sui militari italiani morti per l'uranio impoverito. Il mastodontico edificio sulla collina era l'ospedale in cui venivano ricoverati i soldati. Per non lasciare dubbi sul reale scopo della struttura, per l'occasione è stata piazzata davanti all'ingresso un'enorme insegna: «Ospedale civile». Stessa accortezza usata sopra le porte scorrevoli di quello che diventerà il reparto per curare le urgenze: «Pronto soccorso» recita opportunamente la scritta. Degenti ancora non se ne sono visti. Ma i passanti, almeno, non avranno più dubbi su cos'è quel gigantesco complesso color giallo ocra.

Rosarno (RC): Il primo finanziamento lo diede 43 anni fa l'ormai defunta e sempre munifica Cassa per il Mezzogiorno: 346 milioni di lire, elargiti grazie all'intercessione di Giacomo Mancini, allora ministro dei Lavori pubblici. Così, nel 1967, l'ex deputato cosentino poté inaugurare in pompa magna i cantieri. Doveva diventare un gioiello della sanità calabrese, l'ospedale di Rosarno. Peccato che per tirarlo su ci siano voluti 24 anni. Altri 19 invece sono serviti a ridurlo nello stato attuale. Un letamaio. Letteralmente. Dove si dovevano curare i malati,pascolano e trovano rifugio pecore e cavalli. Del resto, la montagna di sterco davanti all'ingresso non lascia dubbi sul reale utilizzo della struttura. E all'interno la situazione non cambia: i lunghissimi corridoi e le camere sono ornati da quantità inimmaginabili di deiezioni ovine ed equine. L'olezzo insopportabile è segno di un bivacco recente. Al resto invece ci hanno pensato gli uomini, razziando ogni cosa: persino gli ascensori, le ringhiere delle scale e le vasche incassate nella muratura. Ogni metro quadrato racconta lo sfacelo: ovunque sono sparsi resti di sanitari distrutti, infissi divelti, quadri elettrici smontati. Al primo e al secondo piano, all'interno di una decina di stanze, compaiono tracce di vita: letti improvvisati su materassi lerci, brandelli di vestiti, scarpe sformate. Le pareti sono annerite dal fuoco. A terra, ci sono bottiglie di birra e di vino, resti di cibarie. «Per un lungo periodo hanno vissuto qui alcuni extracomunitari» racconta Gianfranco Saccomanno, sindaco di Rosarno dal 2003 al 2005. Racconta di avere tentato in ogni modo di fare pressioni sulla Regione, perché l'ospedale venisse utilizzato, almeno parzialmente. Prediche vane: «Nessuno mi ha mai dato ascolto».

 

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