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11 settembre 2011

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Palestina, l'Onu alla conta


da Lettera 43

NAZIONI UNITE

Palestina, l'Onu alla conta

Il riconscimento dello Stato divide Nazioni Unite ed Europa.

di Marco Todarello

A nulla è valsa la missione degli emissari statunitensi e dell’inviato del quartetto Tony Blair, che l’8 settembre hanno provato a far desistere Abu Mazen. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese ha ribadito che andrà fino in fondo nella richiesta di portare la Palestina tra i membri ufficiali dell’Onu.
LA PROPOSTA DELL'ANP. «La Palestina sia il 194esimo Paese delle Nazioni Unite», hanno detto i delegati dell’Olp a Ramallah, dove sono state ricordate le condizioni irrinunciabili della proposta: i confini del nuovo Stato dovranno essere quelli del 4 giugno 1967 e Gerusalemme Est dovrà esserne la capitale. Il 20 settembre cominceranno le consultazioni al Palazzo di vetro, e già circa 140 Stati su 193 si sono detti favorevoli al riconoscimento della Palestina.
DECISIONE A BAN KI-MOON. In ogni caso spetterà al segretario generale Ban Ki-moon decidere, entro sei mesi, se presentare la mozione al Consiglio di sicurezza (che ha il potere di decidere l’ingresso del Paese nell’Onu a pieno titolo) o rimetterla nelle mani dell’Assemblea generale, che potrebbe in autonomia ammettere la delegazione palestinese tra gli osservatori permanenti di Stati non membri, posizione oggi ricoperta solo dal Vaticano e che non prevede diritto di voto.
PAESE MEMBRO O OSSERVATORE. Sulla prima ipotesi pesa, però, la posizione degli Stati Uniti, che hanno ribadito che opporranno il loro veto a qualsiasi «iniziativa unilaterale».
Sulla seconda, invece, solo una manciata di Stati - a parte Israele e Stati Uniti - sarebbe contraria alla risoluzione. L’Unione europea non ha ancora espresso una posizione comune e anche tra gli altri membri del Consiglio aleggia l’incertezza. 

Sulla decisione americana pesa la campagna elettorale

Il riconoscimento di osservatore di Stato non membro potrebbe aprire ai palestinesi le porte degli organismi delle Nazioni Unite e delle varie convenzioni, rafforzando così la loro capacità di perseguire i casi contro Israele alla Corte penale internazionale.
Inoltre, avrebbero il diritto di richiedere uno status diverso per le migliaia di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, che potrebbero essere dichiarati prigionieri di guerra.
Due esempi che danno l’idea di come il riconoscimento potrebbe dare alle istituzioni palestinesi un altro peso nei rapporti internazionali e soprattutto una nuova forza di negoziazione. 
GLI USA CHIEDONO I NEGOZIATI. Ma perché Washington si oppone a una svolta che, secondo molti Paesi, favorirebbe il rilancio di nuovi negoziati e del processo di pace? Formalmente, gli Stati Uniti sostengono che il riconoscimento della Palestina può avvenire solo attraverso negoziati. L’8 settembre il concetto è stato ribadito 
dalla portavoce del dipartimento di Stato Victoria Nuland. «Ci opporremo a qualunque iniziativa in questo senso», ha aggiunto Nuland, «e la cosa non dovrebbe sorprendere».
«TORNARE AI CONFINI DEL 1967». Eppure fu proprio Barack Obama, pochi mesi fa, a sottolineare che Israele sarebbe dovuto tornare ai confini del 1967, cioè prima della guerra dei Sei giorni e dell’occupazione israeliana di Cisgiordania e della Striscia di Gaza.
Esattamente quello che i vertici dell’Olp, di Fatah e dei piccoli partiti palestinesi hanno chiesto nella riunione congiunta dell’8 settembre.
L’amministrazione americana preme sulla necessità di ritornare ai negoziati bilaterali, che però negli ultimi anni non hanno portato grandi frutti. Anzi, gli ultimi tentativi sono naufragati portando alle dimissioni l’inviato speciale George Mitchell. L'ultimo contatto tra un rappresentante di Israele e uno dell'Anp risale a settembre 2010. Ciò che sembra preoccupare di più Obama, adesso, è la campagna elettorale. Che sta anche condizionando la nuova strategia mediorientale.
IL PESO DELLE LOBBY EBRAICHE. «È evidente che in questo momento Obama non voglia inimicarsi le lobby israeliane soprattutto quelle dei banchieri e dei militari», ha spiegato a Lettera43.it Ignacio Alvarez Ossorio, professore di Storia contemporanea all’università di Alicante e autore di una Storia del processo di pace in Medio Oriente. «Bisogna ricordare che la comunità ebraica è una delle prime finanziatrici della campagna elettorale del Partito democratico».
«Gli Stati Uniti pretendono che il negoziato avvenga tra Israele e Palestina», ha aggiunto Ossorio, «però quando gli israeliani continuano la costruzione degli insediamenti
o si rifiutano di tornare al tavolo con i palestinesi, Washington non fa nulla per richiamare il governo ebraico ai suoi doveri».

Europa alla prova su una linea comune

Tra molti indecisi e pochi contrari, sono 53 i Paesi che non sottoscriveranno la richiesta di Abu Mazen per il riconoscimento di uno Stato palestinese. A parte Gerusalemme e Washington, anche la Micronesia e le Isole Marshall hanno già detto che si uniranno al gruppo dei contrari. Gli stessi Paesi che hanno votato contro la revoca dell’embargo statunitense a Cuba. E il Canada è destinato a unirsi a questa minoranza.
I giocatori più importanti della partita diplomatica restano comunque i cinque membri del Consiglio di sicurezza, dei quali solo Russia e Cina sono certi di un voto a favore.
L'ATTENDISMO SPAGNOLO. Il Regno Unito, sulla linea degli Stati Uniti, si è detto contrario a una soluzione unilaterale; mentre da Parigi gli intenti sembrano positivi, anche se non c’è ancora stata una presa di posizione ufficiale. 
Il 9 settembre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al primo ministro spagnolo José Zapatero di non votare la risoluzione, ma il premier socialista ha risposto che non prenderà una decisione «fino a quando non sarà possibile avere il testo della proposta che L’Anp farà davanti all’Assemblea generale dell’Onu».
UNIONE E EUROPEA DIVISA. Una posizione, quella inglese, condivisa dalla maggior parte dei Paesi europei, che il 3 settembre si erano riuniti a Sopot, in Polonia, nel tentativo - fallito - di trovare una linea comune. Dal vertice è emerso che sono Italia, Repubblica Ceca, Germania, Danimarca e Olanda si oppongono a soluzioni unilaterali.
È probabile che i 27 si presentino all’appuntamento del 20 settembre in ordine sparso, e l’ultima spiaggia sembra essere il tentativo della responsabile della politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, che il 12 settembre andrà in missione per il Medio Oriente per una serie di colloqui. 
«MOMENTO STORICO». «Si tratta di un momento storico», ha spiegato Ossorio, «perché le consultazioni all’Onu obbligano, per la prima volta, i Paesi occidentali a schierarsi ufficialmente davanti alla possibilità che si riconosca lo Stato palestinese».
«Se l’Europa riuscirà ad accordarsi per una posizione comune», ha concluso lo storico, «sarà anche un segnale importante nei confronti degli Stati Uniti. E il giusto premio per i leader palestinesi, che oggi più che mai sembrano avere scelto la linea della non violenza».
Sabato, 10 Settembre 2011

 

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