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17 settembre 2011

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Corno d’Africa, politica (in)fame


Da Nigrizia di settembre 2011: la carestia coinvolge circa 12 milioni di persone

Corno d’Africa, politica (in)fame

Mario Raffaelli, presidente Amref Italia

Alla tragedia della peggiore siccità che si ricordi negli ultimi 60 anni si aggiunge una situazione sociale e politica altamente instabile e che rischia di trascinare nel caos anche il Kenya. Il timore che i fondi per l’aiuto servano anche ad altri “scopi”. La Somalia resta il buco nero. Serve una riconciliazione capace di alimentare anche le contraddizioni esistenti nel radicalismo islamico.

Il 20 luglio l'Onu ha dichiarato la "carestia" in due regioni della Somalia: Lower Shabelle e Southern Bakool. Una dichiarazione formale, che richiede degli standard definiti internazionalmente, tra i quali un tasso di "acuta malnutrizione" del 30% nella popolazione infantile. Nel caso somalo, tale tasso si colloca tra il 40 ed il 50%.
La tragedia somala è all'interno di un fenomeno più ampio. Il Corno d'Africa è colpito dalla peggiore siccità che si ricordi negli ultimi 60 anni. I paesi coinvolti sono: Somalia, Gibuti, Kenya, Etiopia, e alcune aree dell'Uganda e del Sud Sudan. Quasi 12 milioni di persone in questi paesi hanno bisogno di assistenza.
In questa catastrofe, i fattori naturali (prolungata assenza delle piogge e contestuale aumento del costo delle derrate alimentari) si sommano all'instabilità e ai problemi politici che caratterizzano quest'area. Un aspetto, questo, ben conosciuto, visto che nel 2006, in un documento strategico dell'Unione europea per il Corno d'Africa, quest'area veniva definita «un sistema regionale di insicurezza».
Da una parte, infatti, esistono problemi trasversali: migrazioni e rifugiati, nomadismo pastorale e agricoltura, deterioramento dell'ambiente e competizione per l'uso delle risorse idriche, proliferazione delle armi leggere, traffico di droga e pirateria, islam e fondamentalismo; dall'altra, conflitti o rischi d'instabilità a essi spesso collegati: il difficile percorso d'indipendenza in Sud Sudan, la transizione ancora in corso in Kenya dopo gli scontri etnici del 2008, i problemi irrisolti fra Etiopia ed Eritrea, il grande "buco nero" della Somalia.
Non a caso, le aree dove gli effetti della siccità sono più devastanti coincidono con quelle di maggiore instabilità, come l'Ogaden in Etiopia e il centro-sud della Somalia, agendo come moltiplicatori delle difficoltà anche negli altri paesi. Emblematico è il caso del Kenya: colpito dagli effetti della siccità in ampie aree del nord e della costa (giungendo a sospendere l'erogazione di energia elettrica per tre ore al giorno), deve anche affrontare l'emergenza costituita dai profughi somali che, superando di molto il numero di 400.000, sovraffollano i campi di Dabaab.
 
Il cuore della tragedia

La Somalia rappresenta l'epicentro della tragedia e il luogo dove è più visibile la sua origine politica. Fin dall'intervento militare etiopico del 2007, infatti, molte organizzazioni non governative avevano parlato di "catastrofe umanitaria", quando, per sfuggire agli scontri che sconvolgevano Mogadiscio (anche per l'uso delle armi pesanti e i bombardamenti indiscriminati), la popolazione cominciò ad abbandonare la capitale. Da allora la situazione è solo peggiorata a causa di un conflitto che, in assenza di soluzioni politiche sostenibili, è diventato endemico. In questa situazione, diventa ancora più difficile portare un aiuto efficace. In questi giorni, altre due aree sono state dichiarate "in carestia" e, in assenza di uno sforzo eccezionale, quantitativo e qualitativo, tutto il centro-sud della Somalia si troverà nella medesima situazione entro la fine dell'anno.
I primi segnali non sono incoraggianti. Nonostante la mobilitazione della società civile in diversi paesi e l'imponente copertura data dai mass-media, c'è uno stridente contrasto fra il numero di incontri internazionali dedicati al tema e il persistente gap rispetto alla richiesta del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon (1,6 miliardi di dollari che, paradossalmente, rappresentano l'equivalente di ciò che viene speso ogni anno per le operazioni antipirateria). Sul piano qualitativo, invece, emergono difficoltà a raggiungere molte zone del paese e anche a garantire il buon fine degli aiuti. Aspetto, questo, particolarmente delicato, perché, se in un paese come il Kenya il cattivo uso degli aiuti può produrre corruzione (o clientelismo politico in vista delle prossime elezioni), nel caso somalo può diventare di per sé un'arma o ridare un ruolo ai famigerati "signori della guerra", sempre pronti a tornare sulla scena.
 
Al-Shabaab in crisi

La carestia in Somalia, quindi, deve essere affrontata sotto un duplice profilo. In questo senso, ci potrebbero perfino essere nuove possibilità. Uno degli effetti collaterali della siccità è stato l'indebolimento di Al-Shabaab ("gioventù"), gruppo insurrezionale islamista attivo in Somalia, per le reazioni popolari contro gli ostacoli posti all'arrivo degli aiuti umanitari (con forti divisioni anche fra i comandanti del movimento) e per la significativa diminuzione delle loro entrate economiche. La presenza egemonica di Al-Shabaab in gran parte del centro-sud, infatti, non è mai derivata dal consenso ideologico (scarso, se non inesistente), ma dalla capacità di controllare il territorio, sfruttando abilmente le dinamiche claniche e mettendo in piedi un sistema di tassazione razionale ed efficiente, in grado di assicurare il pagamento puntuale dei miliziani e degli amministratori.
Questo "sistema fiscale", basato sulla tassazione del commercio nelle sue varie fasi (valore dei beni, trasporto, uso dei porti), dei beni e delle attività economiche (proprietà immobiliari e agricole, telecomunicazioni, ecc) e dei prodotti agricoli, è stato seriamente danneggiato dagli effetti molteplici della carestia. Il tutto, mentre le offensive militari delle forze della Missione dell'Unione africana in Somalia (Amison) nella capitale (con la perdita della posizione strategica costituita dal Bakara Market) e dell'Alhu Sunna Wal Jama'a (movimento islamico moderato, con il sostegno etiopico e kenyano) in alcune aree di frontiera, mettevano sotto pressione, come non mai, le milizie islamiche.
In questo contesto va collocato l'improvviso ritiro di Al-Shabaab da Mogadiscio. Mossa che ha colto di sorpresa tutti (dimostrando le limitate capacità di intelligence anche dei paesi occidentali) e che è stata condotta, peraltro, con incredibile rapidità ed efficienza. Difficile stabilire se questo costituisca l'inizio di un crollo verticale o un semplice cambio di strategia militare. In ogni caso, sarebbe bene prendere lezione da quanto successe dopo l'intervento etiopico. Anche allora, di fronte alla superiore potenza di fuoco, gli estremisti islamici abbandonarono la capitale, iniziando azioni di guerriglia urbana. In poco tempo, però, le violazioni dei diritti umani da parte delle forze etiopiche e governative, e l'incapacità del governo federale di transizione (Tfg) di dare vita a istituzioni pubbliche degne di questo nome, cambiarono i dati dell'equazione.
 
Nuova fase somala?

Anche oggi tutto dipende da come sarà utilizzata questa "finestra di opportunità". Se il governo provvisorio, con il sostegno internazionale, sarà in grado di andare incontro ai bisogni drammatici della popolazione, affrontando correttamente il dramma della carestia, potrebbe davvero iniziare un nuovo capitolo della storia somala. Se, invece, i comportamenti saranno quelli visti negli anni scorsi, l'incendio che sta divorando la Somalia divamperà ulteriormente, diffondendosi (come sta già accadendo) in tutta la regione.
È una sfida che riguarda anche la comunità internazionale. Dalla fine del 2006, privilegiando costantemente gli aspetti militari della lotta al terrorismo globale, i principali attori internazionali si sono spesso comportati da apprendisti stregoni. Anche per loro si apre oggi una "finestra di opportunità". Negli ultimi tempi, si è parlato della necessità di una strategia "dual track", intesa ad affiancare alla componente militare un'azione politico-civile. Si è deciso, quindi, di riconoscere la rilevanza di più soggetti istituzionali e territoriali (Somaliland, Puntland, Galgadud), accettando, in questo quadro, il cosiddetto accordo di Kampala, con il prolungamento per un ulteriore anno della validità delle istituzioni transitorie somale.
È irrealistico immaginare che in questo ulteriore anno il governo transitorio sia davvero in grado di implementare le condizioni previste per concludere la transizione (unità amministrative regionali e distrettuali, discussioni e trattative per una costituzione definitiva, istituzioni indipendenti e condizioni per svolgere, in successione, il censimento della popolazione, il referendum e le elezioni generali).
L'obbiettivo massimo che può essere ottenuto è quello di favorire la stabilità delle diverse istituzioni esistenti (e il dialogo tra esse) e l'emergere di altre, in maniera genuina e trasparente, per una effettiva riconciliazione capace di mettere a frutto anche le contraddizioni esistenti nel radicalismo islamico. In modo che, fra un anno, il governo provvisorio possa essere sostituito da un agile e decentrato organismo di coordinamento delle diverse istituzioni territoriali, i cui nuovi sviluppi dovranno essere lasciati ai somali.
Sarebbe necessaria una grande operazione umanitaria, connessa a un coerente processo politico e a un piano di cooperazione e di sostegno economico su scala regionale. Ma è difficile pensare che ciò possa accadere, senza la spinta di alcuni paesi chiave e con la leadership di quelle Nazioni Unite che, pur disponendo di quasi 2.000 operatori che, a vario titolo, si dedicano alla Somalia da Nairobi (150 sono solo gli addetti all'ufficio politico), hanno finora riconfermato le non memorabili prove del passato.

 

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