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19 settembre 2011

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Più che “colto”, un buon Pastore “intelligente”: anche la Chiesa ambrosiana ne ha bisogno!


Più di una volta mi è capitato di cambiare idea.

Ma stavolta sarà difficile, veramente difficile:
ci vorrà una straordinaria illuminazione
capace di far scomparire i mille dubbi
che nutro dentro, da tempo,
nei riguardi del cardinale Angelo Scola.

Non ho nulla da dire sulla sua persona:
non la conosco.
E non sono tentato neppure di conoscerla.
Già questo…

Invece ho tutto da dire sulla sua pastorale,
diciamo meglio: sulla sua visione del Cristianesimo.

Non mi faccio incantare dalle lauree, o dai titoli accademici:
ne faccio volentieri a meno.

Giudico una persona non dal suo ruolo,
ma dalla sua capacità di cogliere la Realtà,
e la Realtà chiede un occhio del tutto particolare,
ed è quello della saggezza interiore.

La cultura nella Chiesa è servita a proteggerla
dalla Profezia, che è Intelligenza sublime.
Sì, dire teologi e dire Profeti non è la stessa cosa.
Solitamente i teologi dissertano sul dio della religione,
i Profeti più che parlare di Dio parlano
in nome di quella Coscienza universale
dove Dio è presente senza imporre un proprio nome.

Ci sono vescovi nella Chiesa di Cristo
che respirano Umanità,
ma non mi sembra il caso di quei Pastori
che tengono il loro gregge nei recinti chiusi.

Mi hanno sempre insegnato che
quando si fa di tutto per tirar fuori dai cassetti
titoli di studio o onorificenze varie o amicizie eccellenti
vuol dire che c’è qualcosa da nascondere.

Leggo dal sito della Diocesi www.ChiesadiMilano.it:

“Quando arrivò a Friburgo nel 1969 per completare gli studi di teologia, Angelo Scola si inserì nella comunità degli studenti universitari di Comunione e liberazione, guidata da don Eugenio Corecco, giovane professore di diritto canonico, poi vescovo di Lugano. «La sua forte personalità era emersa immediatamente - racconta Maurizio Balestra, oggi docente in un liceo -. Essa univa capacità di rapporto personale e di condivisione della vita quotidiana con lucidità di giudizio su quanto accadeva. Ad anni di distanza è sorprendente vedere con quanta chiarezza Scola cogliesse la questione cruciale dell’unità tra incontro con Cristo e metodo nell’affrontare la realtà. Forte di questa coscienza chiara della novità del cristianesimo, della forza culturale del carisma di don Giussani e di una preparazione filosofica rigorosa alla scuola di Bontadini, Angelo Scola ci aiutava ad affrontare criticamente le sfide culturali del presente, soprattutto quella con il marxismo. Nello stesso tempo ci parlava dell’amicizia e del lavoro affascinante che stava nascendo dall’incontro, assieme a Corecco, con grandi teologi come Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar, Joseph Ratzinger e che avrebbe portato alla fondazione della rivista Communio».”

Mi sarebbe istintivo commentare: e chissenefrega!

Ma vorrei essere più realista, e diabolico nello stesso tempo.
A me un dubbio viene, e cioè che si faccia di tutto,
come dicevo all’inizio, per coprire un vuoto pastorale
che è l’aspetto che ci dovrebbe veramente interessare.

Per essere un buon pastore, nel senso evangelico,
non occorre cultura, e tanto meno
una cultura-infarinatura di apparenze della Realtà.

Lo diceva già un certo Gesù Cristo,
quello originario, che è venuto prima del Cristo ciellino,
inventato su misura di un Movimento ormai in fase involutiva.

"Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose agli intelligenti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli" (Lc 10,21).

“Queste cose”, ovvero i misteri del regno di Dio
che naturalmente comprende anche i misteri dell’uomo.

Ma, starei attento a non confondere cultura e intelligenza.
L’intelligenza va oltre la cultura,
e non è prerogativa dei colti che rimangono in superficie.
L’intelligenza (dal latino “intus” + “legere”:
leggere dentro, in profondità)
è quella saggezza che coglie la Realtà nel suo essere,
ed è prerogativa dei semplici o piccoli,
di coloro che non hanno lauree o titoli di studio
o patacche varie o vantano amicizie colte.

L’intelligenza non vuole strutture o infrastrutture.

L’intelligenza era la dote di san Francesco
che viveva “sine glossa” il Vangelo.

La cultura invece si diverte a “glossare” la Parola di Dio,
interpretandola con i filtri di pregiudizi
che possono anche affascinare ma solo gli allocchi.

Caro Angelo Scola,
a me non interessa la tua cultura,
che sembra tra l’altro molto di facciata.

È vero: non sei tu in questo momento a esibirla
come la carta d’identità del tuo ministero pastorale.

Ma, permettimi, un dubbio c’è
che si voglia coprire il vuoto di una “intelligenza pastorale”
che ricadrà nei suoi effetti negativi sull’intera diocesi milanese.

Più si tirano in ballo le tue precedenti esperienze da ciellino,
e più mi viene una nausea, un rifiuto, un risentimento
che, lo so, è indegno di un ministro di Dio,
ma che rivela quella grande voglia di cambiamento
in questa Chiesa tuttora fortemente
accademica, colta, dottrinale,
dove il Cristo è l’Evento fatto slogan
di un Movimento alla mercé della più orrenda incarnazione
del capitalismo più blasfemo.   

Forse sarebbe il caso che i servitori
della corte curiale milanese tacessero,
e ti accogliessero con quell’ansia di chi aspetta
un umile servitore del Vangelo “sine glossa”.

 

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