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27 settembre 2011

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L’omelia d’ingresso nella Diocesi di Milano: ulteriore conferma, altra delusione


Ho sentito, e ho riletto il testo dell’omelia che il cardinale Angelo Scola, neo arcivescovo di Milano, ha tenuto durante la Messa d’ingresso nel Duomo di Milano, domenica 25 settembre. Sinceramente sono rimasto deluso, per vari motivi.
A parte il contenuto che mi ha più volte sconnesso l’attenzione, forse per la sua frammentarietà (almeno questa è stata la mia impressione), tuttora mi chiedo se era questa l’omelia che si aspettava il popolo milanese.
È chiaro: date le premesse, non mi potevo aspettare un miracolo. Che cosa il nuovo vescovo di Milano avrebbe potuto dire di diverso da una fredda omelia che lasciasse ognuno ancora nell’attesa, senza perciò squilibrarsi per non compromettere un consenso già precario?
Non è bastato il numero dei presenti nel Duomo o fuori sulla piazza a convincermi del contrario. La diocesi milanese va ben oltre quel numero, e non è solo rappresentata da quel numero.
A parte il fatto che anche tra quelle migliaia che hanno voluto presenziare non saprei quanti abbiano colto la lezione esegetica dei brani scritturistici. Anche loro probabilmente si aspettavano parole più appassionate e appassionanti, quelle che scaturiscono dal cuore paterno del buon Pastore che ama guardare negli occhi e nel cuore la sua gente, la gente comune.
Eppure bastava poco: far vibrare la parola Dio anche con i timbri dell’Umanità, e l’Umanità perché risuoni nel cuore della gente non richiede professionalità accademica.
Sembrava di essere fuori tempo, fuori stagione, fuori habitat. Anche il tono ha la sua importanza. Anche il volto. Anche le mani. Anche gli occhi. Se il cuore freme, nulla potrà rimanere indifferente. Almeno qualche emozione! Non sarebbe stata sconveniente, anzi. Basta poco per accalorare anche le mura di una cattedrale.
Eppure il nuovo cardinale di Milano sapeva di essere a disagio, sapeva di non sentirsi a casa sua, sapeva di avere gli occhi addosso di una diocesi fortemente preoccupata per il suo nuovo vescovo, imposto dall’alto anche per calcoli terreni. Perché negarlo? O vogliamo forse confessare che domenica scorsa è stata il giorno della ipocrisia?
Direi piuttosto che è stato il giorno di un’attesa trepidante anche da parte del nuovo Pastore che non poteva certo far finta di nulla: i sorrisi e le strette di mani e le carezze ai bambini fanno parte del rituale! Lo sanno anche i cronisti che ciononostante irritano con i loro stomachevoli commenti di convenienza. Ridicoli!
Milano non poteva accogliere Scola con lo stesso entusiasmo con cui aveva accolto il suo predecessore Dionigi Tettamanzi. Forse per questo l’omelia della Messa d’ingresso mi ha fortemente deluso. Poteva essere l’occasione, la prima grande occasione per riscattarsi subito, per togliere qualche dubbio, per suscitare qualche speranza anche tra gli scettici, me compreso.
Una domanda: ciò non è stato possibile perché Scola è fatto così, e perciò difficilmente potrà calarsi nella nostra realtà milanese? Ci vorrà un bel miracolo per togliermi questa domanda.
E nel frattempo a subire le conseguenze di questa impotenza sarà la gente comune, già confusa, disorientata, frammentata, in balìa di forze malefiche, di partiti dementi, sempre pronta a consolarsi con feste e divertimenti, a farsi illudere dalle promesse di quegli imbonitori che anche Scola ha favorito, se non altro con quella sua estrazione ciellina mai sconfessata che si diverte tra conferenze accademiche campate per aria e la prostituzione agli idoli più osceni.
Angelo Scola, dàtti una mossa, se ce la fai! Altrimenti la Diocesi milanese tradirà in pochi anni un patrimonio secolare di santità e di umanità.  

NotaBene. Non volevo dirlo io: preferivo lasciare il giudizio ai miei lettori. Ma non sono riuscito a tacere. Nell’omelia non trovate nulla - solo un minimo accenno - della realtà storica in cui viviamo. Starei per dire che le parole del neo cardinale di Milano non hanno né tempo né spazio. Sono totalmente avulse dalla nostra realtà esistenziale di oggi. Nessun accenno alla grave situazione socio-politica, nessun accenno al mondo del lavoro ecc. Lo capisco. Non voleva dare adito subito a qualche polemica. Meglio essere asettico. Non si sa mai. Per il momento. Poi si vedrà. 

SOLENNE CELEBRAZIONE EUCARISTICA
IN ONORE DI
SANT’ANÀTALO
E TUTTI I SANTI VESCOVI MILANESI

Ger 33,17-22; Sal 8; Eb 13,7-17; Mt 7,24-27

INGRESSO IN DIOCESI DI SUA EMINENZA
IL SIG. CARDINALE ANGELO SCOLA

Duomo di Milano, 25 settembre 2011

1. «Non mancherà a Davide un discendente… ai sacerdoti leviti non mancherà mai chi stia davanti a me» (Prima Lettura, Ger 33,17-18). Proprio quando il Suo popolo, massacrato e deportato, sembrava perdere definitivamente la sua consistenza nazionale, Dio lo assicura per bocca del profeta Geremia con un annuncio che suona incredibile: «Come non si può… misurare la sabbia del mare, così io moltiplicherò… i leviti che mi servono» (Prima Lettura, Ger 33,22).
La liturgia eucaristica, in cui la Chiesa ambrosiana ricorda Sant’Anàtalo e i santi vescovi di Milano, rinnova oggi a noi la promessa evocata dalla Prima Lettura. Con l’ingresso in Diocesi del nuovo Arcivescovo, lo Spirito Santo garantisce l’ininterrotta catena di pastori nella Chiesa di Milano. La successione apostolica conferma che la promessa di fedeltà del Signore al Suo popolo non viene meno.
Nei mesi seguiti alla mia nomina ho spesso rivolto, con gratitudine, il pensiero alla nutrita schiera dei santi vescovi milanesi dei primi secoli e a tutti coloro che mi hanno preceduto su questa insigne cattedra di Ambrogio e di Carlo. La comunione con loro, nella fede e nell’esercizio del ministero, mi aiuterà a non dimenticare mai che il vescovo è preso a servizio del Popolo santo di Dio, per garantirne il profondo senso di fede. Solo se si lascerà condurre da questo sensus fidei, il vescovo potrà essere guida veramente autorevole.

2. «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!» (Seconda Lettura, Eb 13,8). Questo celebre versetto ci aiuta ad approfondire ulteriormente il contenuto centrale della promessa rinnovata oggi per noi dalla Parola di Dio. Essa si compie, una volta per tutte, in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Egli è il Vivente, l’Amato. In Lui ha preso forma definitiva l’alleanza di Dio con gli uomini. Gesù, della stirpe di Davide (cf. Prima Lettura, Ger 33,17), è il regno già in atto. Un regno di piena libertà per tutti gli uomini. Egli ci addita «la città futura» (cf. Seconda Lettura, Eb 13,13) e, in tal modo, è il profeta che ogni giorno schiude all’umanità una «speranza affidabile» (Benedetto XVI, Spe salvi 1). Egli è il sommo ed eterno sacerdote, definitiva via di accesso a Dio per ogni uomo (cf. Prima Lettura, Ger 33,18).
La Lettera agli Ebrei ci spinge a considerare attentamente l’esito della vita di Anàtalo e dei santi vescovi milanesi per imitarne la fede (cf. Seconda Lettura, Eb 13,7). Imitare la fede dei nostri santi pastori ci domanda anzitutto di accogliere l’annuncio che la Chiesa da duemila anni non si stanca di proporre: saggio è l’uomo che «costruisce la sua casa sulla roccia» (cf. Vangelo, Mt 7,24), cioè su Gesù Cristo vivente. Contro questa casa nulla possono le potenze del male, in ogni sua forma.
Tre mesi dopo l’ingresso a Milano dell’Arcivescovo Giovanni Battista Montini, il collegio dei parroci urbani lo sollecitò ad una missione cittadina. L’Epifania del 1956 l’Arcivescovo la propose, con una innovativa apertura a 360°, per l’autunno dell’anno successivo. Egli partiva da una lucida e profetica diagnosi sullo stato della vita cristiana nei battezzati. Scriveva già nel 1934, ben prima di diventare vescovo: «Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea». Nel giovane Montini era ben chiara una convinzione: un cristianesimo che non investa tutte le forme di vita quotidiana degli uomini, cioè che non diventi cultura, non è più in grado di comunicarsi. Da qui il processo che avrebbe portato inesorabilmente alla separazione tra la fede e la vita cui il magistero di Paolo VI fece spesso riferimento (cf. Paolo VI, Evangelii nuntiandi 22), e avrebbe condotto al massiccio abbandono della pratica cristiana con grave detrimento per la vita personale e comunitaria della Chiesa e della società civile.
Nei vent’anni del mio ministero episcopale, ho avuto dolorosa e crescente conferma dell’attualità di questa diagnosi, soprattutto per gli uomini e le donne delle generazioni intermedie. Essi sembrano sopraffatti dal “mestiere di vivere”. Normalmente non sono contrari al senso cristiano dell’esistenza, ma non riescono a vederne la convenienza per la vita quotidiana loro e dei loro cari.
D’altra parte la Chiesa non può prendere a pretesto, per attutire la necessità di fare i conti con questo giudizio, il travaglio proprio della convulsa transizione in cui siamo immersi, che ha nel male oscuro della cosiddetta crisi economica, finanziaria e politica la sua palese espressione.
Fin da ora voglio ripetere a tutti gli abitanti della diocesi l’invito dell’Arcivescovo Montini: «Se non vi abbiamo compresi … se non siamo stati capaci di ascoltarvi come si doveva, [oggi] vi invitiamo: “Venite ed ascoltate”» (Lettera di indizione della Missione cittadina). Tuttavia, come già fu per la missione montiniana, questo “Venite ed ascoltate” presuppone da parte dei cristiani un andare, un rendersi vicini agli uomini e alle donne in tutti gli ambiti della loro esistenza. Gesù stesso poté dire ai due discepoli del Battista che gli chiedevano di diventare suoi familiari «Venite e vedrete» (cf. Gv 1,39), perché con la Sua missione andava verso l’uomo concreto, per condividerne in tutto la condizione ed il bisogno. L’unico nostro intento è far trasparire Cristo luce delle genti sul volto della Chiesa (cf. Concilio Vaticano II, Lumen gentium 1; Sinodo dei Vescovi, Ecclesia sub Verbo Dei. Relatio finalis dell’Assemblea Straordinaria 1985, II. A2). Del resto questa è la ragione del suo esistere. Ma su tutto ciò ritorneremo nei quattro incontri con le realtà sociali e in quelli delle zone pastorali.

3. «Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (cf Seconda Lettura, Eb 13,14). Questa ricerca viene poi identificata dalla Lettera agli Ebrei con un continuo «sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Seconda Lettura Eb 13,15). Se è ricerca domanda il rischio della nostra personale libertà. In quale direzione?
Il passaggio evangelico proclamato ci offre la risposta. Si situa alla conclusione del Discorso del Monte, dove Gesù parla delle beatitudini e contrappone l’«uomo saggio» all’«uomo stolto». Conviene riflettere un poco su questi due opposti tipi umani. La differenza tra loro si gioca tutta su una questione tanto semplice quanto impegnativa. Anche noi, sofisticati uomini del terzo millennio, siamo messi di fronte all’inevitabile alternativa: costruisce sulla roccia «chi ascolta le parole di Gesù e le mette in pratica» (cf. Vangelo Mt 7,24); mentre «chi ascolta le parole ma non le mette in pratica» (cf. Vangelo Mt 7,26), edifica sulla sabbia. Il primo ha davanti a sé un futuro, il secondo è inesorabilmente destinato a una «grande rovina» (cf. Vangelo Mt 7,27).
È Gesù che le parole del Vangelo di fatto identificano nell’uomo saggio. A noi è chiesto di seguirLo. Dobbiamo «uscire verso di Lui» (Seconda Lettura, Eb 13,13a) - ci esorta la Lettera agli Ebrei - superando ogni tentazione di adattamento alla mentalità di questo mondo ed accettando il rischio di «portarne il disonore» (Seconda Lettura, Eb 13,13b), cioè quella croce che Lo umiliò. Siamo appunto nella condizione di non avere «quaggiù una città stabile» (cf. Seconda Lettura, Eb 13,14).
Questa posizione umana è vertiginosa. E tuttavia non fa del cristiano un alienato. Anche se non è di questo mondo, egli è pienamente nel mondo. Lo abita lasciandosi abbracciare da Gesù, «centro del cosmo e della storia» (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 1). Egli edifica in tal modo la propria casa sulla roccia, sull’amore oggettivo ed effettivo. Nel dono totale di sé, reso possibile dalla sequela di Gesù, la vita fiorisce. Tanti di voi madri e padri, sposi, sacerdoti e consacrati … insomma, tutti coloro che amano veramente lo sanno bene. Il VII Incontro Mondiale delle Famiglie del maggio prossimo, in cui avremo il dono della presenza tra noi di Benedetto XVI, ci consentirà di riflettere sul significato dell’uomo-donna, del matrimonio, della famiglia e della vita. Aspetti che - con il lavoro ed il riposo (la festa), l’edificazione di una città giusta, la condivisione magnanima e perciò equilibrata delle fragilità, delle forme di emarginazione, del travaglio dell’immigrazione - descrivono l’esperienza comune di ogni uomo. Sono molto lieto di annunciare che il Consiglio Episcopale ha preparato l’Agenda Pastorale di quest’anno sui temi dell’Incontro Mondiale delle Famiglie.
Consentitemi un’ultima aggiunta per descrivere un poco questo umanissimo stile di vita di cui rendono testimonianza i santi vescovi che oggi celebriamo. Il brano evangelico, se letto nella sua intrinseca unità con tutta la Scrittura, ci offre tre preziosi orientamenti per la vita nuova in Cristo: una tensione indomita a fare il bene ed evitare il male; la pratica del culto cristiano, il culto umanamente conveniente (cf. Rom 12,1-2), che consiste nell’offerta di sé, autentica esperienza del bell’amore (cf. Sir 24,18); la decisa assunzione degli obblighi sociali, attraverso l’esercizio delle virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.
L’uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia tocca con mano che il seguire questi orientamenti dilata il cuore. Diviene così testimone. Per comunicarsi agli uomini Cristo ha voluto avere bisogno degli uomini, di testimoni. Egli ha deciso di aver bisogno di me, di te, di ciascuno di noi. Qui sta la meraviglia della grazia di Cristo che esalta l’umana libertà.

4. Il Prefazio, che proclameremo fra poco, ci farà pregare con queste parole: «La Chiesa milanese, la comunità dei credenti si raccoglie in comunione col vescovo, lieta e grata di essere il Tuo popolo nuovo ravvivato dai doni dello Spirito Santo». Vescovi, presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, fedeli tutti e catecumeni, noi formiamo questo popolo nuovo. Noi crediamo fermamente che in questo momento lo Spirito del Risorto è sopra di noi, tra noi e perciò in noi.
Siete convenuti qui oggi, da ogni parte della nostra vasta diocesi, per accogliere il nuovo pastore. Con semplicità permettetemi di far mie le parole della Lettera agli Ebrei: «Obbedite ai vostri capi, state loro sottomessi - queste parole a prima vista ostiche, se messe a riparo dai nostri limiti, dicono libertà - perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi» (Seconda Lettura, Eb 13,17-18). Ho bisogno di voi, di tutti voi, per poter svolgere nella gioia e non nel lamento questo gravoso compito, di cui - ne sono ben consapevole - dovrò render conto. Per questo cercherò di far mie le parole che il Santo Padre ha rivolto a me e ai Vescovi Ausiliari mercoledì scorso consegnandomi il pallio: «l’Arcivescovo viene da Milano e tutto il suo cuore sarà per Milano». Ma anche voi, come osserva acutamente il testo sacro, non dovrete mai dimenticare che la gioia del vostro pastore è un «vantaggio per voi» (cf. Seconda Lettura, Eb 13,17).
Una comunità grata e lieta è la nostra, sorelle e fratelli carissimi. La roccia su cui il saggio costruisce la sua casa è potentemente evocata dal Duomo che ora ci raccoglie, secolare espressione di unità della comunità cristiana e della società civile di questa nostra Milano e di tutte le terre lombarde. La Madunina, l’Assunta nella gloria, che sempre abbiamo voluto svettante sopra ogni edificio milanese, intercede per noi. Come fanno le mamme con i loro bambini, questa sera ci sussurra, con le parole del Prefazio, la dolce vicinanza di Gesù misericordioso, che ci spalanca a tutti i nostri fratelli uomini: i cristiani «riuniti per la tua misericordia dall’annunzio del vangelo, rinsaldano nella cena di Cristo i vincoli della fraterna carità e divengono un segno di unità e di amore perché il mondo creda e ti riconosca». Amen.

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