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13 ottobre 2011

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Gli “indignados” americani di Occupy Wall Street


da MicroMega

Gli “indignados” americani di
Occupy Wall Street

di Federico Rampini, da Affari & Finanza di Repubblica,

10 ottobre 2011

Se c’è un posto da dove cominciare la prossima rivoluzione, è Wall Street. I potentati della finanza hanno cacciato l’America e il mondo intero nella più grave crisi dagli anni Venti. Poi le stesse lobby bancarie hanno tenacemente ostacolato i progetti di grandi riforme, con discreto successo. Non c’è da stupirsi se proprio Wall Street è l’epicentro del minimovimento degli "indignados" americani, che alla terza settimana di lotta ha cominciato a estendersi verso la West Coast (Los Angeles, San Francisco), il Midwest (Chicago), il Nord (Boston, Canada) e perfino l’America profonda del Kansas. È presto per parlare di un ritorno del conflitto sociale – o della "lotta di classe" che la destra accusa Barack Obama di fomentare – negli Stati Uniti, dove il vuoto di movimenti sociali dura da più di trent’anni. Le piazze si sono riempite talvolta anche negli anni recenti, è vero. Ma quando a mobilitarsi era la sinistra – vedi le manifestazioni pacifiste contro la guerra in Iraq durante la presidenza Bush – lo faceva su temi tipicamente "postindustriali", valoriali, tipici di una società che si autorappresenta senza classi.

L’ultima grande manifestazione coi sindacati fu nel 1999 a Seattle, contro il Wto, e l’incrocio con la violenza dei noglobal ne segnò di fatto la sconfitta. Solo giovedì scorso i sindacati hanno deciso di unire nuovamente le proprie forze a quelle di una protesta spontanea e prevalentemente giovanile, unendosi a "Occupy Wall Street". Fino a quel momento era stata la destra a occupare le piazze, con il Tea Party, a dimostrazione che l’egemonia conservatrice su una robusta fetta dell’opinione pubblica americana resiste dai tempi di Ronald Reagan.

Il movimento "Occupy Wall Street" ha ricevuto un’attenzione elevata dai media perché ha scelto di localizzarsi nell’epicentro del nuovo Impero del Male. Anche gli americani che votano a destra sono generalmente consapevoli che questa crisi è stata innescata dalle malefatte dei banchieri, con i mutui subprime e la finanza tossica. Quello che a destra non è affatto chiaro, invece, è che dopo il 2009 una malefica convergenza tra il populismo antiStato del Tea Party e le lobby di Wall Street ha impedito di mettere i banchieri in condizione di non nuocere. E’ fondamentale ricordare cos’è accaduto attorno alla legge Dodd-Frank, nota anche come Wall Street Reform and Consumer Protection Act. Quella legge, firmata da Barack Obama il 21 luglio 2010, porta il nome dei due principali firmatari, il senatore Chris Dodd e il deputato Barney Frank, ambedue democratici.

Fu l’esito finale di una lunga battaglia legislativa, iniziata per impulso di Obama quando ancora i democratici avevano la maggioranza in ambedue i rami del Congresso, e quando ancora fra i loro ranghi era vivo l’impeto riformatore provocato dal disastro di Wall Street. Ma già nell’iter legislativo l’azione sistematica delle lobby aveva indebolito quella che doveva essere la grande riforma dei mercati. Due sono gli esempi più importanti. Primo: le agenzie di rating sono riuscite a tutelarsi da ogni tentativo di regolamentarle in maniera stringente; un risultato non da poco, alla luce dell’enorme conflitto d’interessi esploso in occasione della crisi dei mutui subprime (molti titoli strutturati avevano ricevuto rating "tripla A", naturalmente dietro pagamento di commissione da parte degli emittenti).

Secondo esempio: è stata rintuzzata dalle lobby di Wall Street l’ipotesi di introdurre la Volcker Rule, dal nome di Paul Volcker. Questo ex governatore della Federal Reserve, che era stato uno dei consiglieri più ascoltati di Obama in campo economico (ma ahimé solo durante la campagna elettorale e poco dopo) aveva suggerito inizialmente non solo un divieto onnicomprensivo alle banche di speculare su mezzi propri, ma perfino un ritorno alla legge GlassSteagall del 1933 che aveva creato una robusta separazione di mestieri fra banche di deposito e banche d’investimento.

La prima parte della Regola Volcker è entrata nella legge Dodd-Frank in misura annacquata; di reintrodurre la separazione stile GlassSteagall non si è più parlato. Ma l’indebolimento della Dodd-Frank rispetto all’ispirazione iniziale è ancora poca cosa, in confronto a quel che le lobby di Wall Street sono riuscite a fare in seguito. Una volta varata quella legge, le lobby si sono ingegnate per svuotarne l’applicazione. Qui la battaglia più importante è stata quella contro la nuova agenzia per la protezione del depositante e dei consumatori di servizi finanziari. Quell’agenzia doveva essere uno dei capisaldi della riforma. Prima le banche hanno ottenuto che non fosse un’authority indipendente bensì sotto la tutela della Federal Reserve (dove gli stessi banchieri sono ben rappresentati soprattutto a livello locale). Poi è partita la formidabile guerra di Wall Street contro Elizabeth Warren, la coraggiosa docente di Harvard che era stata la vera e propria "madrina" dell’agenzia e che Obama voleva nominare alla sua testa. L’hanno spuntata le lobby, la Warren non è riuscita ad ottenere il via libera al Senato. Decisiva, in tutti questi casi, è stata la convergenza fra Wall Street e la destra repubblicana.

Nel frattempo il capitalismo americano non ha fatto nulla per emendarsi dei propri eccessi. Lo scandalo più eclatante rimane quello della superpaghe ai top manager. L’ultimo caso è quello di Léo Apotheker, il disastroso chief executive di HewlettPackard defenestrato dal consiglio d’amministrazione il mese scorso. Tutti sembravano d’accordo: il top manager aveva condotto il colosso informatico della Silicon Valley sull’orlo del baratro, andava cacciato al più presto. Risultato: il board della società lo ha "ringraziato" con un "premio di licenziamento" di 13 milioni di dollari. Se si aggiungono a quello che lui aveva guadagnato di stipendio"normale" (10 milioni), Apotheker ha stabilito un nuovo record. Perché il suo periodo alla guida di Hp è durato appena 11 mesi.

In questi tempi di crisi economica acuta, con 25 milioni di disoccupati, c’è un’America dove qualcuno viene licenziato per scarso rendimento e si ritrova con 23 milioni di dollari in tasca. Lo scandalo dei superstipendi per i top manager ormai ha prodotto quasi una sorta di assuefazione: una vicenda come quella di Apotheker vale un titolo in evidenza sui giornali per un paio di giorni al massimo. Poi si passa al successore, anzi la successora: Meg Whitman, ex chief executive di EBay, che è stata chiamata a sostituire Apotheker al vertice di Hp. Naturalmente con un contratto di assunzione blindatissimo, che anche a lei garantisce somme favolose a prescindere dal rendimento. Hp non è un’eccezione, è la regola.

Sapevamo di Wall Street, dove i banchieri colpevoli del tracollo sistemico del 2008 sono ancora ai loro posti oppure si godono una pensione dorata con dei bonus stratosferici. Ma anche la Silicon Valley, tanto decantata per la sua cultura dell’innovazione e del rischio imprenditoriale, in realtà rischia poco quando si tratta dei chief executive. Quello di Amgen (biotecnologie) se n’è andato con 21 milioni di stipendio annuo dopo che il valore dell’azienda in Borsa era caduto del 7% e lui aveva licenziato 2.700 dipendenti. E nessuno che tenti di stracciare i contratti blindati dei capi. Nell’America dove gli operai di Gm e Chrysler si son visti dimezzare lo stipendio e decurtare le pensioni, l’unica categoria che ha dei "diritti acquisiti" rigidissimi è l’oligarchia manageriale. Com’è possibile? Finalmente uno studio rivela il perché. Anzi, tre studi, perché del tema scottante si sono occupate tre équipe di ricercatori universitari, guidate rispettivamente da Michael Faulkender (University of Maryland), Jun Yang (Indiana University) e John Bizjak (Texas Christian University).

Usando la documentazione raccolta dalla Sec gli studiosi hanno raggiunto la stessa conclusione. Dietro l’aberrazione delle supergratifiche c’è il fenomeno del "peer benchmarking". Per "benchmarking" si intende un metodo che fissa degli obiettivi standard che un’azienda deve raggiungere o superare (è molto usato nel marketing). "Peer" sta per "pari grado". Dunque, i ricercatori hanno scoperto che il 90% dei consigli d’amministrazione delle grandi aziende Usa al momento di assumere un amministratore delegato fissano la sua paga guardando alle paghe dei suoi simili. E con una regola precisa: invocando il pretesto che bisogna "attirare i migliori", le paghe dei neoassunti devono essere "superiori al compenso mediano" (la mediana, in statistica, è il valore più frequente in un gruppo).

Quindi la spirale perversa che spinge sempre più su le paghe dei top manager ha una causa semplice: il tuo chief executive va pagato più di quello della porta accanto. E’ così che dagli anni Settanta i compensi dei top manager sono più che quadruplicati (in potere d’acquisto reale) mentre nello stesso periodo lo stipendio medio dei dipendenti è arretrato del 10% in termini reali. L’hanno battezzata anche la "sindrome del Lago Wobegon", nome del luogo immaginario inventato dall’animatore radiofonico Garrison Keillor, "dove tutti i bambini sono superiori alla media". Peccato che non possa dirsi altrettanto per la maggioranza degli americani.

(11 ottobre 2011)

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da Articolo 43
 
LA PROTESTA
Rabbia anti-Bankitalia
Da Milano a Napoli gli indignati hanno accerchiato le sedi.
 
I tagli e il degrado della scuola, ma non solo. Dietro alla protesta degli studenti e centri sociali italiani ci sono la precarietà, la disoccupazione, la «rabbia» verso le corporazioni e le speculazioni finanziarie. Sembra arrivato in Italia il vento della protesta degli Indignados di Wall Street. Momenti di tensione mercoledì 12 ottobre: da Bologna a Milano, fino a Roma e Napoli. Proprio nel capoluogo emiliano un tafferuglio ha preso vita davanti alla sede di Bankitalia (guarda la photogallery).
Un centinaio di studenti, ha tentato di entrare nel palazzo di piazza Cavour. Davanti all'ingresso, erano schierati polizia e carabinieri in assetto antisommossa. Di fronte alla pressione del gruppo di giovani, sono partite le manganellate e una breve carica. I ragazzi si sono riparati utilizzando scudi di polistirolo. L'azione delle forze dell'ordine ha fatto uscire i manifestanti dal portico. L'intenzione del corteo, era di protestare contro il debito. Hanno esposto striscioni e hanno simulato una processione, portando a braccio una statua di «Santa Insolvenza». 
UNA RAGAZZA FERITA NEGLI SCONTRI. «Una ragazza è stata colpita, ferita alla bocca, siete vergognosi». Lo ha detto Gianmarco DePieri, leader del centro sociale Tpo, con un megafono, durante la protesta degli 'indignati'. Sul posto è arrivata un' ambulanza per medicare Martina, 23 anni, con la bocca sanguinante. Dopo un ultimo lancio di uova e di palloncini di vernice contro il palazzo e contro le forze dell'ordine, gli 'indignati', studenti e gruppi dei centri sociali, sono partiti in corteo, per le strade del centro: «La giornata non finisce qui», hanno gridato.
 
Milano, una lettera per Draghi e Trichet
Il mondo del precariato milanese si è preparato alla Giornata europea contro l'Austerity, in programma sabato 15, con un presidio che raggruppa diverse associazioni e sigle sindacali (da San Precario a Cub e Usb) davanti alla sede di Bankitalia (guarda la photogallery).
LE RICHIESTE. Al termine dell'iniziativa, una delegazione è entrata negli uffici dell'istituto per consegnare al vicedirettore della sede Giovanni Mario Alfieri una lettera con le richieste di salario minimo, di cancellazione dell'articolo 8 della manovra finanziaria e dell'accordo tra sindacati e Confindustria del 28 giugno. Oltre alla cancellazione sia del debito pubblico, sia di quello che grava sulle spalle delle famiglie messe in difficoltà dalla crisi economica. La missiva, indirizzata «all'attenzione dei direttori della Banca centrale italiana e europea Mario Draghi e Jean Claude Trichet», vuole essere una «risposta provocatoria», hanno spiegato, al documento che i due banchieri hanno indirizzato lo scorso 5 agosto al Governo italiano.

Roma, «via la Casta da Montecitorio»
Anche la Capitale è stata presa d'assedio. Decine di persone hanno bloccato il traffico in via del Corso, urlando slogan come «via la casta da Montecitorio». I manifestanti 'anti-casta', partiti da piazza Montecitorio, non hanno striscioni né manifesti, ma sventolano solo bandiere tricolore. È salita la tensione con alcuni funzionari di polizia.
«OCCUPIAMO LE FILIALI». Sono così iniziate le proteste «contro la dittatura finanziaria delle banche e della speculazione globale che usano la crisi per attaccare e smantellare i servizi pubblici, il welfare, la formazione, per cancellare i diritti e appropriarsi dei beni comuni».
La 'multi-generazione senza futuro' ha lanciato per mercoledì nel 12 pomeriggio 'Occupiamo Banca d'Italia', un appuntamento pubblico dalle 16 di fronte a Palazzo Koch. L'occasione è ghiotta, perché nella sede di via Nazionale si è tenuto un convegno a cui hanno partecipato il capo dello Stato Giorgio Napolitano e il presidente della Banca d'Italia Mario Draghi.
Non è un caso, infatti, che abbiamo consegnato alle forze dell'ordine che hanno presidiato la piazza, una missiva da consegnare direttamente al Presidente della Repubblica: «Vogliamo che una nostra delegazione dia una lettera a Napolitano dove contestiamo i tagli alla manovra e chiediamo che si faccia garante dei principi della Costituzione». Da altri tre studenti, altra lettera in cui si è chiesto «che Napolitano prenda parola sulla situazione reale del Paese».
Gli studenti e gli altri manifestanti sono poi rimasti in via Nazionale fino a tarda notte, quando sono stati sgomberati
- non senza qualche tensione - dalle forze dell'ordine.

«Firenze odia le banche»
Esponendo uno striscione con scritto 'Ama la Vita, Odia le Banche', alcuni militanti e simpatizzanti della Federazione della Sinistra e di Rifondazione comunista (che si riconoscono nel movimento degli 'indignati') hanno protestato davanti alla sede fiorentina della Banca d'Italia.
I contestatori hanno protestato contro «i diktat della Bce e di Draghi»
per uscire dalla crisi. «Sono tagli che se attuati diminuirebbero i diritti sociali e il potere d'acquisto di salari e pensioni».

Napoli, presa la filiale Bnl
A Napoli una cinquantina di giovani ('Draghi Ribelli') ha preso di mira la sede della Banca d'Italia, in via Cervantes (guarda la photgallery).
Davanti alla sede è stata allestita anche una piccola tenda, simbolo degli 'indignados' europei. I manifestanti individuano come responsabili della crisi economica le banche e gli istituti finanziari del Paese.
Al grido «noi la crisi non la paghiamo» si sono poi diretti verso la sede della Bnl nella vicina via Toledo, occupandola per alcuni minuti. Non si sono registrati incidenti o scontri. I manifestanti, dopo la protesta alla Bnl, sono poi tornati davanti alla sede della Banca d'Italia, urlando slogan ed esponendo cartelli con scritte contro il governatore e contro gli istituti finanziari.

Trento, «si usino le risorse per la scuola»
Uno striscione con la scritta: «Noi il debito non lo paghiamo. Il 15 ottobre a Roma» davanti alla sede della Banca d'Italia è stato steso anche a Trento dagli 'indignati'. Una manifestazione senza tensioni.
Tra gli aderenti al coordinamento ci sono persone del centro sociale Bruno di Trento, del collettivo della facoltà di Sociologia dell'università e sindacalisti, «ma non sono le etichette che vogliamo portare nel movimento, bensì ricette alternative a quella della Banca centrale europea. Il debito non deve pagarlo il popolo: sono le banche a dovere rivedere il loro sistema». «E il Trentino non è immune dalla crisi perché le risorse sono da usare meglio, a iniziare dal tesoretto accantonato per il tunnel del Brennero. Niente Tav, ma si usino le risorse per scuola, precarie sviluppo».
Mercoledì, 12 Ottobre 2011

 

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