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17 ottobre 2011

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Filippine, ucciso P. Fausto Tentorio, missionario del Pime nativo di Santa Maria Hoè (Lc)


Un prete che lotta rischiando la vita merita sempre un grande rispetto. Di fronte alla sua uccisione mi pongo sempre la domanda: perché? Non credo che il ministro di Cristo sia preso di mira solo per il fatto di essere un burocrate o un servitore della religione. Preti e missionari, e talora anche vescovi, sono stati eliminati perché servivano l’Umanità difendendo i deboli, gli oppressi, i più poveri. Sono i poteri forti che fanno fuori le voci forti, i testimoni coraggiosi del Vangelo più radicale. 
Se ammiriamo i missionari che evangelizzano portando un messaggio che incarna la salvezza intesa non solo delle anime, ma dell'essere umano nella sua realtà esistenziale, perché non accettiamo i preti che qui da noi, in Italia, alzano la voce contro i soprusi del potere corrotto? Io misuro la fede e la testimonianza del Vangelo anche dal martirio. Quanti preti in Italia hanno lasciato la vita per aver difeso i diritti umani? Pochi, pochissimi! Quanti vescovi? Nessuno! Eppure il nostro Paese avrebbe bisogno in questo momento di qualche martire come prova che il Vangelo non è una semplice dottrina, e come prova che la vera Chiesa è l’Umanesimo difeso ad oltranza.


Dal sito diocesidimilano
 
FILIPPINE
«Padre Tentorio aveva sposato
la causa degli indios»

Il missionario lecchese del Pime assassinato ad Arakan, nel ricordo del confratello padre Luciano Benedetti: «Li difendeva e questo gli è stato fatale»

di Mauro COLOMBO

17.10.2011
«Aveva sposato completamente la causa degli indigeni e questo, alla fine, gli è stato fatale». Padre Luciano Benedetti, missionario del Pime, conosceva bene il confratello Fausto Tentorio, il padre lecchese ucciso stamane nel Sud delle Filippine, a 59 anni. «Siamo stati ordinati insieme - ricorda - e insieme siamo partiti per le Filippine, nel 1977. Io ero in un’altra missione, più a ovest, e sono rientrato in Italia un mese fa, ma vedevo padre Fausto due volte all’anno, in occasione degli incontri periodici dei missionari».
Secondo quanto riferito dalle stesse fonti del Pime, padre Fausto - nato il 7 gennaio 1952 a Santa Maria di Rovagnate (Lecco) e cresciuto a Santa Maria Hoè - è stato assassinato davanti alla sua parrocchia di Arakan, North Cotabato (Mindanao). Verso le 8 del mattino stava salendo sulla sua auto per recarsi a Kidapawan, a 60 chilometri dalla missione, per un incontro diocesano, quando un killer con casco in motocicletta si è avvicinato e ha sparato diversi colpi, raggiungendolo alla schiena e alla testa.
«Un omicidio premeditato - padre Benedetti non ha dubbi -, legato all’impegno profuso da padre Fausto in difesa delle popolazioni indigene, i cui diritti sulla terra erano minacciati dagli interessi dei grandi latifondisti». Da oltre 32 anni Fausto lavorava a stretto contatto con la popolazione locale dei Manobos, formando e organizzando piccole comunità montane. Cercava di rispondere alle loro necessità quotidiane, ma questo l’ha inevitabilmente posto nel “mirino” di forze molto potenti e interessate al possesso di quelle terre, ricche di risorse minerarie. Già nel 2003 il missionario era sfuggito a un attentato, e in quell’occasione era stato protetto dagli stessi Manobos. Due anni fa era stato fatto oggetto di nuove minacce.
Negli ultimi tempi, però, la situazione sembrava più tranquilla. «L’avevo incontrato in agosto e non l’avevo visto per nulla preoccupato - racconta ancora padre Benedetti -. Sembrava anzi molto contento del lavoro che stava conducendo. Trovandosi in una zona rurale, non aveva problemi di rapporti con gli estremisti islamici. Prendeva le difese dei più poveri puntando sul dialogo per appianare le controversie e trovare soluzioni condivise. Ma anche così si rischia di passare per “rompiscatole” e quindi di trovarsi in pericolo».
Ora rimane il ricordo di un missionario «molto socievole, che usava il basso profilo per accostarsi ai suoi interlocutori - ricorda padre Benedetti -. Padre Fausto era una persona semplice, che a partire dal vestiario si metteva allo stesso livello degli indigeni con cui viveva». Persone, come lui stesso ha scritto in una lettera, «squisite, che ti chiedono cento volte scusa se ti passano davanti mentre stai parlando, che si alzano dalla sedia per lasciarti il posto, che ti sorridono e ti salutano anche se non sanno chi sei, che ti contagiano con la loro genuinità ed allegria, che hanno poco, ma quel poco lo devono condividere anche con te, straniero, bianco, di usi e costumi diversi...».

RICORDO

«Padre Fausto era un uomo semplice,
come i piccoli del Vangelo»

Il religioso lecchese prima di passare al Pime aveva frequentato per due anni il Seminario diocesano di Saronno. Don Maurizio Rolla, amico e compagno di studi, parla di lui…

Luisa BOVE

17.10.2011
Della morte di padre Fausto Tentorio, missionario del Pime ucciso questa mattina ad Arakan nelle Filippine, ha saputo subito anche don Maurizio Rolla, oggi responsabile della Comunità pastorale “Crocifisso Risorto” di Saronno, e suo amico dagli anni Settanta. Erano infatti compagni di Seminario insieme a mons. Gianni Zappa, Moderator Curiae; mons. Luigi Testore, presidente della Caritas Ambrosiana e mons. Giuseppe Scotti, Segretario aggiunto Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali.
«È rimasto con noi fino alla seconda Teologia», racconta don Rolla, «e dopo il biennio di studi a Saronno è passato al Pime. Era un tipo semplice, molto radicale nel vivere la sua vita sia umana che di fede, un esempio straordinario e attaccato alle cose che contano».
«Era anche molto riservato e schivo, però determinato nella sua fede e nell’essere vicino ai poveri, agli ultimi e a quelli che erano considerati i devastati della terra. È un luminoso esempio: un grande uomo e un grande prete. Una persona limpida, trasparente, dallo sguardo del piccolo del Vangelo».
«Padre Fausto non tornava a casa spesso, perché voleva vivere e stare là», spiega don Rolla. «L’ultima volta che è tornato, due o tre anni fa, sono andato a trovarlo a Santa Maria Hoè ed era ancora un uomo semplice… Tutta la nostra classe lo ricorda sempre con grande stima. Anche in Seminario faceva sempre dei servizi molto semplici, ma con vivacità. Non possiamo che dire bene di padre Fausto, anche nella vita, non solo nella morte».

TESTIMONIANZA

«Uomo del Vangelo in difesa dei più deboli»

Il ricordo del missionario del Pime padre Tentorio è anche occasione per sottolineare i valori per cui è vissuto e ha donato la vita

di don Alessandro VAVASSORI
Pastorale Migranti Zona IV
 
17.10.2011
Dedico queste brevi linee alla cara e semplice memoria di padre Fausto Tentorio, missionario del Pime ucciso nella sua missione di Arakan. Con lui trascorsi alcuni giorni in quella missione durante la mia permanenza nelle Filippine. Padre Fausto era un uomo semplice e convinto della bontà dell’annuncio del Vangelo in difesa dei diritti dei più deboli, di quei Cablocos - nativi delle Filippine del sud - così minacciati dalle politiche dissennate di quanti vogliono arricchirsi sfruttando i più deboli e distruggendo la terra.
Trascorsi nella missione di Arakan Valley circa una settimana al termine dei miei studi presso l’Università del Salle a Manila: volevo sperimentare la vita di quei filippini che a Manila quasi non esistono e non contano, di quei nativi che mantengono tradizioni, lingue e cultura a rischio di estinzione, ma che vengono ignorati dal Governo perché poveri: troppo deboli per prendersene cura; troppo forti, invece, gli interessi di chi ha compensi da offrire in cambio dello sfruttamento della loro terra. Di quei giorni porto nella memoria il forte sapore del pesce salato, unico cibo accompagnato dal riso per colazione, pranzo e cena, e la bellezza dei villaggi adagiati nelle conche verdi dell’interno, visitati dal missionario a bordo di una moto o a piedi: terre isolate dalle piogge torrenziali e da fiumi che nutrono una natura rigogliosa, abitata da gente laboriosa e sorridente.
Come molti altri suoi confratelli, padre Fausto non si arrendeva a vedere quelle terre depredate e i suoi abitanti maltrattati con il silenzio connivente delle autorità governative. Padre Tentorio era un grande conoscitore di quelle antiche culture e delle loro lingue: se ne prendeva cura come suoi figli, conscio che erano sopravvissuti a secoli di dominio coloniale e alle ondate di migrazione interna dei coloni. Padre Fausto parlava con semplicità e tenerezza di quei popoli minacciati dalle multinazionali sempre assetate di nuove risorse naturali da sfruttare, di compagnie straniere sempre in agguato per comprare la terra e sloggiarne hli abitanti. Stava al fianco della sua gente, viveva con loro, dialogava con loro, formava in loro una coscienza critica per aiutarli a difendersi, a determinare il loro futuro.
La sua azione partiva dal rispetto della diversità, che spesso contrappone gli uomini per origini e tratti umani, e arrivava alla comunione, frutto del dialogo e dell’ascolto reciproco, via alla pace e strumento indispensabile alla convivenza civile. La prima parla dell’umanità fatta di pensieri, affetti, tradizioni ed educazione; la seconda è frutto della fede, dove l’umanità non viene cancellata, ma completata in ciò che di essa rimane imperfetto. La comunione è dono di Dio a chi si impegna a cercare nell’altro un fratello da apprezzare e rispettare. È ricerca sincera di ciò che ogni uomo porta in sè a prescindere dal suo credo; è disponibilità all’incontro con l’altro, libertà da pregiudizi che ne appannano il volto. La fede deve rimanere il primo approccio del cristiano con il diverso, certo che ciascuno porta in sé i tratti di Colui che ci è Padre e ci chiede di vivere da fratelli. Di questo padre Fausto dava testimonianza come cristiano e come prete.
La famiglia dei credenti, riuniti nell’unica Eucaristia della domenica, celebra e rinnova in parrocchia questo mistero, Padre Fausto, come parroco, lo sapeva bene e si spendeva per costruire tra i nativi quella stessa comunione. La sua missione è stata quella di dire a tutti che nessuno è solo o escluso. Venendo a Milano nell’inverno scorso e celebrando la Messa con i Filippini della Comunità Santo Niño che avevano adottato a distanza alcuni bambini della sua parrocchia, ci disse che anche la Chiesa di Milano - di cui era figlio - deve dire a tutti che il Padre ci vuole vedere fratelli, camminando con pazienza l’uno accanto all’altro, denunciando con coraggio ogni abuso e menzogna.


da Lettera 43

IL CASO

Missionario anti lobby

Dietro l'omicidio Tentorio forse i latifondisti delle Filippine.

di Alessandro Ursic

Difendeva gli indigeni della tormentata isola di Mindanao, nel Sud delle Filippine, ma qualcuno non gradiva il suo lavoro. E così padre Fausto Tentorio, 59 anni, parroco della città di Arakan valley è stato freddato lunedì 17 ottobre da un sicario che lo ha atteso all’uscita di casa, per sparagli tre colpi e poi dileguarsi a bordo della motocicletta guidata dal complice.
Il missionario, che lavorava da 30 anni al fianco delle marginalizzate tribù locali dei Lumad, era diventato una spina nel fianco dell’industria mineraria e dei proprietari di piantagioni.
OPPOSITORE DELLE LOBBY MINERARIE. Già nel 2005, il sacerdote originario di Santa Maria Hoè in provincia di Lecco, minacciato da tempo per quanto stava facendo in difesa dei diritti degli indigeni, raccontando in prima persona un agguato a cui era scampato, aveva spiegato il suo ruolo scomodo sull'isola. «Da almeno tre anni», aveva scritto Tentorio, «i tribali dei villaggi si stanno opponendo al piano di alcuni politici e alcune compagnie di impossessarsi delle loro terre per farne piantagioni di banane e ananas. Sono stato coinvolto da quando li abbiamo sostenuti nella lotta per la difesa delle loro terre ancestrali».
Sulla zona, ricca d’oro e altri metalli, avevano infatti messo gli occhi anche alcune aziende minerarie, trovando in Tentorio un formidabile avversario.

A sostegno dei diritti delle popolazioni locali

Padre Giulio Mariani, missionario a Zamboanga (sempre sull’isola di Mindanao) che conosceva il sacerdote fin da quando era uno suo studente al seminario di Monza, negli Anni 70, ha spiegato a Lettera43.it il lavoro di Tentorio: «Fausto cercava di dare alle popolazioni tribali un riconoscimento all'interno della società filippina, difendendo i loro diritti. Era la voce di chi non ha voce: la gente gli voleva tanto bene, per loro era un fratello e con lui si sentivano a casa. Ormai si vestiva e parlava quasi come loro».
«Padre Pops», come lo chiamano affettuosamente i locali, si prendeva cura degli indigeni a livello sanitario, mandava i loro bambini a scuola e li aiutava nel riconoscimento dei loro diritti sulle terre ancestrali. Le stesse che facevano gola a chi le voleva utilizzare a scopi commerciali, espropriando i residenti.
MINACCIATO DAI «BAGANI». Padre Tentorio era già sfuggito a un agguato nel 2003. Alcuni dei suoi fedeli lo avevano messo in allarme riguardo la presenza di uomini armati che lo attendevano per sorprenderlo a metà tragitto durante una trasferta in un paese vicino.
Le bande di «Bagani», una milizia indigena assoldata per terrorizzare la popolazione, lo minacciavano di «tagliargli la testa, arrostirgli le orecchie e mangiarsele». Grazie alla soffiata, padre Tentorio attirò in un altro paese i Bagani mandati a ucciderlo.
UCCISO PER VECCHI RANCORI. A confermare il ruolo scomodo del missionario, anche il fratello Felice, che si è detto certo della vendetta. «Mio fratello», ha detto Tentorio, «penso sia stato ucciso per vecchi rancori». E la versione è confermata anche dai collaboratori del sacerdote. «Chi lavorava con Fausto», ha continuato Felice, «mi ha detto che non erano arrivate minacce e quindi l'assassinio potrebbe essere legato a vecchi rancori, dovuti al suo impegno a favore delle popolazioni locali. Fausto ha sempre difeso gli abitanti della zona dai latifondisti che volevano espropriare i terreni».

Le accuse al governo di Aquino III per il clima di impunità

Un’associazione locale per i diritti umani, «Bagong Alyansang Makabayan», ha accusato intanto il governo del presidente Benigno «Noynoy» Aquino III per non aver fatto abbastanza contro il clima di impunità che impera a Mindanao, una terra contesa tra cristiani e musulmani impegnati - e divisi in diversi gruppi ribelli - in una lotta separatista da Manila.
«Aquino ha le mani sporche di sangue per questo ennesimo omicidio», è l’accusa del gruppo, che quest’anno conta già altri cinque assassinii di attivisti contro le miniere.
Secondo l’associazione, i «Bagani» sono una creazione dell’esercito filippino per favorire gli interessi commerciali nella zona.
MISSIONARI AD ALTO RISCHIO. «Purtroppo c’è sempre la possibilità di essere uccisi per il nostro lavoro», ha spiegato padre Peter Geremia, un sacerdote italo-americano che avrebbe dovuto vedere Tentorio proprio lunedì 17 ottobre in un incontro tra religiosi del presbiterio di Kidapawan.
«Ci sono diversi gruppi armati contrari all’impegno pastorale per difendere i diritti e le terre degli indigeni, o semplicemente persone che si aspettano un aiuto finanziario e si indispettiscono se non lo ricevono. Recentemente però la situazione sembrava essersi calmata. Avevo visto per l’ultima volta padre 'Pops' il mese scorso, era sereno».
Chi l’ha ucciso, probabilmente, stava invece già progettando il modo in cui toglierlo di mezzo.
Lunedì, 17 Ottobre 2011

 

 

 

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