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20 ottobre 2011

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Sud, chi sghignazza nella crisi


da L’Espresso

Sud, chi sghignazza nella crisi

di Emiliano Fittipaldi

La recessione ha trasformato il Mezzogiorno in un deserto di fabbriche e in un inferno di precarietà. Dove l'economia è in mano a grandi mercanti, a volte collusi con le mafie, il cui potere cresce sempre di più

(19 ottobre 2011)

Al Sud di dinastie alla Moratti o all'Agnelli, che comandano a Milano e Torino e poi hanno un'influenza in tutt'Italia, non c'è traccia. Di imprenditori conosciuti in tutto il mondo, come Benetton o Del Vecchio di Luxottica, nemmeno l'ombra. Di banchieri alla Corrado Passera o Alessandro Profumo, neppure a parlarne: gli istituti, da Roma in giù, sono stati comprati tutti dalle banche del Nord. Nel Mezzogiorno, al posto di capitani d'industria e multinazionali, ci sono i gattopardi. Un pugno di imprenditori e uomini d'affari con storie diverse (alcuni provengono da famiglie con vecchie tradizioni alle spalle, altri hanno accumulato enormi fortune in tempi così rapidi da risultare sospetti, qualcuno è stato accusato di essere contiguo alla criminalità organizzata) con un minimo comune denominatore che li accomuna: in tempi di crisi e di partiti deboli, il loro potere è aumentato. Nella politica, nelle associazioni imprenditoriali. Soprattutto nelle zone dove la disoccupazione è alta, e chi fa girare un po' di soldi e assume manodopera è visto come il salvatore della patria.

Secondo l'economista Mariano D'Antonio il loro modus vivendi, rispetto a ciò che accadeva negli anni Ottanta e Novanta, è profondamente cambiato: "La vecchia alleanza tra gli imprenditori e i politici della Prima Repubblica, basata sullo scambio finanziamento pubblico-assunzioni, non esiste più. Agli occhi degli imprenditori il sistema politico è diventato sempre più inaffidabile e magmatico: così i pochi big in circolazione si sono trasformati in lobbisti, in gruppi di pressione che, di volta in volta, si alleano con un partito o un altro per ottenere benefici o il via libera a progetti e investimenti". D'Antonio ci tiene a sottolineare che la borghesia manifatturiera, al Sud, è sempre più debole: "Nel deserto di fabbriche che è diventato il nostro Mezzogiorno, il territorio è in mano ai mercanti, ai furbi che evadono milioni e, soprattutto, alle imprese criminali".

Campania felix

Andiamo con ordine, e partiamo dalla Campania. Qui, se un cronista chiede in giro la short list del "who's who" di Napoli e dintorni, ottiene sempre gli stessi nomi: sono quelli di Antonio D'Amato, Gianni Punzo e Ambrogio Prezioso. Tra loro, è D'Amato il più celebre. Ex presidente di Confindustria passato alla storia per il braccio di ferro (perso) con Sergio Cofferati sull'articolo 18, ha recentemente affondato la candidatura a sindaco di Napoli del suo acerrimo nemico Gianni Lettieri. Con una serie di interviste-bomba sui giornali ha demolito la sua immagine, spiegando che l'imprenditore sarebbe stato "unfit", inadatto, a governare la terza città d'Italia. Il nuovo sindaco Luigi De Magistris deve la sua vittoria anche a lui.

D'Amato è proprietario di una delle poche multinazionali del Mezzogiorno (2 mila dipendenti e quasi 800 milioni di fatturato) che ha testa e cuore nel Napoletano, ad Arzano. E' il big mondiale del packaging alimentare: dai bicchieri di Mc Donald's e Coca-Cola, agli involucri di gelati Magnum fino ai contenitori delle pizze da asporto, c'è sempre D'Amato quando scartiamo un prodotto. Anche la moglie è in affari: Marilù Faraone Mennella ha investito molti denari per il rilancio di Napoli Est, e sta costruendo il Palaponticelli, che sarà il più grande stadio per la musica d'Europa. Ma per Antonio il vero pallino è la politica, e sotto il Vesuvio le sue opinioni contano: sarà un caso ma qui il Terzo Polo (D'Amato è vicinissimo a Casini e in buoni rapporti con Caltagirone) ha fatto il botto, sia alle ultime Regionali che alle Comunali.

Gianni Punzo ha un profilo completamente diverso. Meno politicizzato (ma grande amico di Luca Cordero di Montezemolo: i due si sono buttati insieme nell'affare dell'Alta Velocità fondando l'Ntv che presto farà concorrenza a Trenitalia), controlla l'interporto più importante d'Italia.

La storia di Punzo ha dell'incredibile: da ex venditore di pezze nei vicoli di Napoli in pochi lustri è riuscito a costruire un impero alle porte di Nola. Il Cis, il Vulcano Buono disegnato da Renzo Piano, l'Interporto, la banca Bps che annovera tra i soci pure Silvio Berlusconi, le Officine Ntv: il distretto nolano, un tempo il regno del boss Carmine Alfieri, oggi è cosa sua. Il Cis si estende per 5 milioni di chilometri quadrati, riunendo quasi mille aziende e 9 mila addetti per un fatturato che supera i 6 miliardi.

Non è stato facile. Venuto dal nulla, finito in carcere nel 1995 con l'accusa di associazione camorristica (dopo due anni il gip, su richiesta dei pm, derubricò l'accusa in favoreggiamento, che risulta prescritta: Punzo non ha mai subito alcun processo), oggi Gianni di fatto controlla quasi tutti le merci che passano per il Mezzogiorno. "Un genio visionario con un potere mai visto, senza il suo Interporto il Pil campano crollerebbe sotto lo zero", dicono tutti.

Il terzo con cui fare i conti sotto il Vesuvio è il costruttore Ambrogio Prezioso. Il Richelieu napoletano che in città tesse alleanze tra fazioni e gruppi di potere meglio di chiunque altro: cuore che batte per il centro-sinistra, riservato e mediatore nato, s'è preso sulle spalle l'Associazione dei costruttori dopo gli anni bui di Tangentopoli, trasformandola in una delle più autorevoli sul territorio. Da Bassolino ai nuovi leader vicini a De Magistris, passando per Caldoro e i reggenti del Pdl, è alla sua porta che i politici bussano per conoscere intenzioni e progetti del mondo delle imprese, per interpelli e consigli. Naturalmente Prezioso non tralascia i suoi business: le sue aziende non costruiscono solo in città, ma in tutta Italia, Milano in primis.

Mattoni pugliesi

In Puglia i potentati sono tanti, e i gattopardi si dividono per settori. Ci sono i fratelli Columella, originari di Altamura, chiamati "i re dei rifiuti della Murgia". Carlo Dante con la sua Tra.de.co. ha scalato le gerarchie in vent'anni di duro lavoro e ora gestisce un business milionario che s'è intrecciato con gli interessi dei politici e, qualche volta, della criminalità. Nel settembre 2010 è stato condannato a cinque mesi in primo grado per concorso in lottizzazione abusiva, mentre il figlio Michele Columella nel luglio dello stesso anno è finito agli arresti domiciliari per le irregolarità (presunte) sull'assegnazione di un appalto per il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti speciali di alcune strutture sanitarie. Qualche anno fa anche un loro dirigente, Raffaele Crivelli (al tempo segretario provinciale di Rifondazione comunista), finì in un'inchiesta contro il traffico illecito di rifiuti: alla fine fu prosciolto dalle accuse.

Se le simpatie tra i Columella e la sinistra sono solo sussurrate, il salentino Paride De Masi, boss del business delle energie alternative, è considerato dai suoi nemici un dalemiano di ferro, amico di imprenditori come Roberto De Santis ed Enrico Intini. La sua azienda si chiama Italgest, ed è leader nell'eolico, nel fotovoltaico e nella biomassa liquida: a Lecce e dintorni comanda lui.

Gli indiscussi padroni di Bari sono invece i Degennaro, ossia i Matarrese del nuovo millennio. Una famiglia spaccata in due rami, che equamente s'è spartita tra destra e sinistra. I costruttori del gruppo Dec, fatturato da 350 milioni, sono capitanati da Gerardo, che fa il consigliere regionale del Pd ed è vicinissimo al sindaco di Bari Michele Emiliano. Quest'ultimo ha così stima della dinastia da aver chiamato nella sua giunta la sorella Annabella, solo 28 anni ma già assessore comunale con deleghe importanti. I Degennaro, pure albergatori, sono vip della Bari-bene, che aspetta con ansia i risultati di un'inchiesta sulla Dec della Guardia di Finanza, incentrata sulla realizzazione di parcheggi sotterranei e alcune lottizzazioni, quasi 500 appartamenti destinati inizialmente alle forze dell'ordine e poi venduti ai privati.

Poi ci sono i cugini, tendenza centrodestra (anche loro vantano un consigliere regionale), capeggiati da Emanuele Degennaro detto Lello, ricchissimo imprenditore, proprietario dell'Interporto barese e di enormi magazzini, nonché padrone dell'università Lum, la Libera università mediterranea. "I Degennaro", dicono in città, "la usano per fare public relation, tra i professori c'è pure l'ex capo del Sismi Nicolò Pollari". Nel 2007 Lello finì sui giornali locali per aver battuto un record: appena laureato s'incoronò Magnifico rettore del suo ateneo. Oggi è indagato per concorso in riciclaggio, nell'ambito di un'inchiesta sul clan mafioso dei Parisi.

Giù in Sicilia

In Sicilia il numero uno è Mario Ciancio, editore, giornalista, latifondista discendente della casata Sanfilippo di Adrano, che trasmette la sua influenza attraverso l'impero mediatico di famiglia. "La Sicilia", il quotidiano più influente dell'isola, è roba sua. Ma negli anni i tentacoli del nobile, anche finito nelle indagini della procura di Catania per concorso esterno in associazione mafiosa (accusa che va verso l'archiviazione), hanno raggiunto anche l'etere: da Antenna Sicilia a Teletna, da Telecolor a Radio Video 3, sono tante le radio e le tv sotto il suo controllo. Un potere enorme, che fa dire ai politici dell'assemblea regionale: non conviene avere Ciancio come nemico.

L'editore, ottimi rapporti con il centrodestra prima, con il governatore Raffaele Lombardo poi, ha interessi pure nell'edilizia, nel business dei musei (ha vinto la gara dei servizi aggiuntivi dei musei archeologici di Messina, Lipari e del teatro antico di Taormina) e, ultimamente, una vera passione per i centri commerciali: grazie a una legge ad hoc varata dalla vecchia giunta di Totò Cuffaro (a Catania era stato già superato il tetto massimo fissato dalla normativa regionale sul commercio), Ciancio - insieme ad altri soci - ha costruito il più grosso ipermercato della Sicilia.

Anche a Maurizio Zamparini, friulano d'origine e siciliano d'adozione, piacciono i centri commerciali. Il suo carisma sull'isola è legato ai successi del Palermo calcio, e in città è così famoso che qualcuno lo vedrebbe volentieri sulla poltrona di sindaco. Di politici, però, ne frequenta pochi: il suo amico del cuore in città è il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso (che non manca mai di fare un saluto al ritiro estivo della squadra). Il polmone finanziario del suo gruppo è nel Varesotto, ma il presidente che ama esonerare i suoi allenatori come si gettano i Kleenex, sta puntando anche sulla Sicilia: il progetto più ambizioso è il cosiddetto Zampacenter, megacentro che dovrebbe sorgere vicino allo Zen di Palermo. Un business delicato: nel 2001, a causa dei tentativi di infiltrazione mafiosa degli eredi di Tano Badalamenti nei lavori di costruzione di un market a Cinisi, Zamparini fu persino indagato per concorso esterno in associazione mafiosa (la posizione fu subito archiviata dalla Dda di Palermo).

Lavorare in un ambiente ad alto tasso di criminalità è difficile. Pressioni, racket, dipendenti e colleghi spesso contigui con la criminalità organizzata: e i gattopardi che fanno carriera finiscono nelle cronache giudiziarie. In guai grossi è Salvatore Moncada, re dell'eolico e del fotovoltaico e capo di un gruppo che in pochi anni è arrivato a macinare fatturati vicini ai 60-70 milioni di euro. Un anno e mezzo fa si è dimesso, polemicamente, da Confindustria. "Spero che nessuno pensi di poter utilizzare l'azione antimafia in modo strumentale per decidere chi in questa regione può o non può fare impresa", ha scritto in una lettera, con chiaro riferimento alla decisione del presidente degli industriali Ivan Lo Bello di cacciare dall'associazione i colleghi in odore di cosche. Moncada dice di non voler scendere a compromessi: "Non l'ho fatto con i mafiosi, non lo farò con qualche colletto bianco". Moncada, se avesse aspettato un anno, sarebbe stato cacciato lo stesso. Lo scorso aprile una sua azienda è finita infatti nell'inchiesta "Grande Vallone" dei carabinieri del Ros: la ditta avrebbe affidato alcuni subappalti alle società di mafiosi legati al boss Giuseppe Madonia.

Tra i nuovi padroni dell'isola, infine, non si possono dimenticare Gaetano Miccichè e Francesco Maiolini. Due manager di peso: se quest'ultimo è dominus di Banca Nuova del gruppo Zonin, che nelle relazioni del potere ha sostituito il ruolo un tempo occupato dalla Banca di Sicilia, Miccichè è l'uomo in ascesa. Fratello del politico Gianfranco, è dal 2010 direttore generale di un colosso come Intesa Sanpaolo. Chi ha bisogno di soldi in prestito, in Sicilia, spesso deve bussare alle loro porte.

Buoni e cattivi in Calabria

Tassi record di disoccupazione giovanile, industria ai minimi, investimenti inesistenti. La Calabria resta un caso nazionale, e qui il potere vero è in mano alle 'ndrine che si sono divise la regione a fette, come fosse una torta. Le giunte Loiero e quella di Scopelliti non hanno invertito il trend. Pippo Callipo, invece, ci prova. Erede della dinastia che da quasi cent'anni produce e vende tonno e altri prodotti ittici, è alla testa di un gruppo composto da sei società e 300 addetti. Ma Callipo basa la sua influenza innanzitutto sull'impegno civile: gli appelli contro il racket e il crimine organizzato non si contano ("Mandateci l'esercito", disse qualche anno fa, quando era capo della Confindustria calabrese).

L'imprenditore nel 2010 s'è candidato alla presidenza della Regione con una lista sostenuta da Luigi De Magistris dell'Idv e una finiana doc come Angela Napoli, poi ha accettato di fare il commissario della Confindustria di Reggio.

Altri calabresi influenti sono Santo Versace, a capo del gruppo inventato dal fratello stilista Gianni, deputato che ha appena lasciato il Pdl, e uno dei brasseur d'affari più famosi d'Italia, quell'Antonio Saladino protagonista dell'inchiesta Why Not di De Magistris. Saladino, condannato in primo grado a due anni di reclusione per il reato di abuso d'ufficio, è infatti ancora al centro di una ragnatela di relazioni di alto livello.

Ma l'alter ego di Callipo, da un punto di vista mediatico, è senza dubbio Antonino Gatto, detto Tonino, presidente della Despar Italia, un gruppo da 25 mila dipendenti e oltre 2 mila punti vendita in tutta Italia. Un successo senza precedenti, macchiato nel 2008 da una relazione della Commissione antimafia. Dove si evidenziano rapporti tra alcune società del gruppo e soggetti come Salvatore Scuto (membro del comitato direttivo Despar, il padre ha precedenti per associazione mafiosa) e Giuseppe Grigoli, imprenditore che rifornisce i supermercati Despar della Sicilia occidentale accusato di associazione mafiosa. "Con loro ho normali rapporti d'affari", si difese Gatto, "e la famiglia Scuto era ed è una delle più importanti famiglie imprenditoriali del meridione d'Italia".

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