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25 ottobre 2011

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Gheddafi: l’osceno linciaggio in mondovisione e il cadavere del diritto internazionale


Finalmente qualcuno reagisce all’orrendo strazio di immagini buttate in prima pagina, e fatte vedere in continuazione in tv, una più macabra dell’altra, forse a farci ricordare che la morte ha il brutto volto della rivincita, o della vendetta. Il mostro richiama un altro mostro!
Soffrivo nel vederle, facevo di tutto per scansarle, non aprivo l’internit per non trovarmele lì davanti: sempre quel volto mal dirotto, ripreso in tutte le posizioni, per non parlare poi dei commenti bestiali di giornalisti bestiali. Vorrei vedere se qualcuno se la prenderà per il mio linguaggio. Stavolta la parola è azzeccata: siete bastardi figli di troie! Tutti quanti! Di destra e di sinistra! Maledetti!
Notabene.
Anche sulla morte tragica del pilota Marco Simoncelli era proprio necessario far vedere sempre le immagini dell’incidente? Una persecuzione! Ma voi giornalisti siete malati, assetati di macabro, pervertiti! Non sapete che cos’è il rispetto della privacy. Siete peggiori dei vampiri! Fatevi curare!

da Micromega

Gheddafi:
l’osceno linciaggio in mondovisione
e il cadavere del diritto internazionale

ANNAMARIA RIVERA

Sono atroci le immagini del volto insanguinato dell’uomo che fino a ieri era blandito e omaggiato con salamelecchi e baciamano.

Oscene e crudeli le sequenze del linciaggio e poi del corpo nell’obitorio improvvisato, contornato da miliziani in posa, sorridenti per l’ennesimo scatto. Fra loro perfino una donna che affetta un sorriso ancora più largo. A rendere più barbarica la messa a morte, il fatto che il boia sembra sia un minorenne, quindi non processabile: “un eroe che difenderemo”, ha dichiarato dapprima una fonte vicina alle autorità libiche, che in seguito hanno smentito questa versione. Comunque sia,  l’esecuzione appare accuratamente progettata, forse con la complicità della Nato, così da sottrarla a qualsiasi tribunale.

Se qualcuno avesse finora coltivato l’illusione del progresso, ecco l’ennesima prova della barbarie progressiva in cui precipita questo nostro tempo infelice. Convenzioni planetarie e diritti umani, Onu e tribunali internazionali si rivelano ancora una volta istituzioni vacue, prive di sostanza, buone solo quando valgono a riaffermare la supremazia dei padroni della terra. Rigurgita e prevale lo spirito che una volta si sarebbe detto primitivo: la logica sacrificale, la messa a morte di un avversario divenuto Nemico totale, assoluto, ontologico, da abbattere nel più orrendo dei modi per fondare ritualmente il nuovo ordine sociale e politico.

Né trattamento migliore è stato riservato al corpo di Mutassim, uno dei figli di Gheddafi. Luc Mathieu, inviato speciale di Libération, racconta che il suo cadavere, gettato sul pavimento di  un’abitazione modesta, nella strada polverosa di un sobborgo di Misurata, è stato subito mostrato, appena protetto da una specie di coperta lacera e sporca,  alla folla ansiosa d’insultarlo e fotografarlo. Fra la calca urlante, in un angolo, “un bambino di appena tre anni osservava in silenzio il cadavere seminudo, con gli occhi aperti e la gola trapassata da un buco rosso di sangue”.

Avevamo sperato all’inizio che l’insorgenza contro la Guida divenisse rivolta di popolo e come tale prevalesse per liberare il paese dalla dittatura appena mascherata dalla retorica populista e antimperialista, coccolata dall’Europa e dagli Stati Uniti, sfruttata per il suo immenso serbatoio petrolifero e come cane da guardia dei nostri sacri confini. Essa, invece, si è via via sottomessa alla protezione e agli interessi occidentali, che peseranno come un macigno sulla costruzione della “nuova” Libia.  Il nuovo ordine finirà per somigliare ineluttabilmente al vecchio, anche perché nasce da un analogo progetto di annientamento di chiunque lo intralci o gli si opponga e dalla medesima logica simbolica: ben esemplificata dall’intento dichiarato di conservare la sharia, alla faccia della svolta democratica.

Peraltro, niente di positivo può sorgere da una caccia e un abbattimento simili a quelli di cui sono vittime gli animali selvatici, col cadavere straziato della bestia conservato ed esposto in una cella frigorifera per polli, per la gioia di folle esaltate e col gusto del macabro: analogie che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, quale continuità leghi la violenza inflitta alle creature non umane a quella esercitata sugli umani. Dicono gli antropologi che uno dei caratteri distintivi della civiltà umana rispetto alle società animali sarebbe il trattamento rispettoso dei cadaveri, il fatto di tributare ai non più vivi qualche rituale più o meno solenne e di organizzare in loro onore cerimonie di cordoglio. In verità, non solo gli innumerevoli esempi del passato ma anche la reiterazione di quelli dei giorni nostri sembrano non più definibili come le eccezioni che confermano la regola: la loro serialità mette in dubbio la superiorità della specie umana.

Pochi hanno osato dichiarare – fra questi Emma Bonino – che Gheddafi meritava un processo equo, da parte di un tribunale indipendente e condotto nel pieno rispetto dei diritti umani dell’imputato. Questa sì sarebbe stata una nemesi perfetta: processare la Guida per i suoi crimini, rispettando rigorosamente quei diritti che egli ha sistematicamente conculcato ai suoi “sudditi”, soprattutto agli avversari. Ma un esito simile avrebbe comportato il rischio che l’ex dittatore rivelasse cose imbarazzanti per i protettori della “nuova” Libia. I quali oggi si confermano nella miserabile etica personale e politica che li contraddistingue.

Il despota nostrano, compare della Guida in affari, merende e bordelli, a commento della sua fine orrenda fa emergere dal fondo delle scarse reminiscenze scolastiche un beffardo “Sic transeat gloria mundi”. L’ingessato –anche mentale- ministro degli esteri si compiace con parole più esplicite dell’esecuzione dell’ex alleato, definendola  “una grande vittoria del popolo libico”. Proprio lui, Frattini, che solo nove mesi fa, dopo la caduta del regime di Ben Ali, additava ai tunisini come modello da imitare giusto Gheddafi, esempio luminoso “di dialogo con le popolazioni di un Paese arabo”. Non era ancora soddisfatto, il collezionista compulsivo di gaffe, della cantonata recente: l’8 gennaio, appena  sei giorni prima della fuga di Ben Ali, lo aveva elogiato come campione della lotta contro il terrorismo e con ammirevole lungimiranza aveva parlato della rivolta popolare in Tunisia come di una turbolenza passeggera.

Che dire? Il nostro tempo è abitato da folle di muti cadaveri martoriati e da cadaveri putrefatti che prendono la parola e parlano in nostro nome. Speriamo che un’insurrezione pacifica planetaria prima o poi abbatta la tanatocrazia che, insinuandosi anche nel nostro immaginario, ci domina, ci sfrutta e ci opprime.

Annamaria Rivera – Da Liberazione, versione aggiornata
(25 ottobre 2011)

da MicroMega
La morte di Gheddafi
e le ipocrisie dell’occidente

di Angelo d’Orsi

Così muore un tiranno, hanno intitolato, senza fantasia, alcuni quotidiani, e servizi televisivi. Visione, appunto: la visione degli ultimi istanti di vita di Muhammar Gheddafi (la grafia non rende giustizia alla lingua araba, ma continuiamo a scrivere così, per capirci), ha rappresentato il momento culminante di giubilo dei libici osannanti per la “libertà conquistata”, a giudicare dai resoconti di regime. Del nostro regime monocratico, non tanto perché il nostro presidente del Consiglio come un (modesto) tirannello, che si accontenta di veline portate a domicilio da lenoni e ruffiane, ma sognando di essere un Cesare, destinato a passare alla storia non dei bordelli, ma della Grosse Politik; ma soprattutto perché la cloroformizzazione dello spirito critico è diventata la peggiore delle forme di dispotismo.

L’ultima riprova si è avuta, appunto, a leggere, ascoltare, vedere i servizi e i commenti sulla “fine del regime”. Disturba, nell’unanimismo sconcertante, l’ipocrisia. Si veda il solito Adriano Sofri, che scrive una lunga e dotta articolessa densa di citazioni e riferimenti, dall’Antico Testamento a Omero e via seguitando. Esprime concetti e sentimenti condivisibili, sia pure nello stile aulico e vagamente profetizzante che ha adottato; la deplorazione, la pietà, lo sdegno davanti a quelle immagini che non potremo dimenticare. Ma non era, Sofri, tra coloro che hanno sostenuto la giusta causa della guerra alla Libia? Non ci aveva spiegato quanto fosse necessario combattere il tiranno, per “proteggere” i civili dalle sue atrocità? Ora si indigna, anche lui si indigna.

Si indignano tutti. A cominciare da coloro che hanno teorizzato questa nuova, non ultima, delle “nuove guerre” post-1989. Tutta la variopinta schiera dei difensori dei diritti umani. E ancora Sofri, il giorno dopo, ha commemorato Antonio Cassese, grande giurista, “uomo dei diritti umani”. Già: Cassese, scomparso prematuramente, un simpatico partenopeo, che ho avuto modo di conoscere, discutendo (e bonariamente litigando) con lui proprio sul tema dei diritti umani che, nella concezione di Cassese (non certo il solo), apparivano diritti a senso unico. Diritti da proteggere quando si manifestavano violazioni da parte di alcuni, diritti ignorati o svalutati quando a violarli erano “gli altri”. Chi? L’Occidente, in una parola sola. Gli Stati Uniti, e i loro alleati/subordinati. Di cui l’Italia è il fiero rappresentante. L’Italia che raramente ha saputo avere momenti di politica estera (Andreotti ha tentato, pur nell’atlantismo, di avere una “linea”, quanto meno), e che ora, con il maestro di sci Franco Frattini, che si crede ministro degli Esteri, in sodalizio con il picchiatore fascista (ex, per carità!), che si crede ministro non della Difesa, bensì della Guerra, ha toccato vertici abissali forse ineguagliabili. Ipocrisia, insipienza, arroganza: un cocktail micidiale.

Su YouTube la performance di La Russa che cerca di parlare l’astrusa lingua inglese fa impallidire le migliori scene di Totò. Le dichiarazioni di entrambi questi figuri dopo la morte di Gheddafi sono entrambe da antologia dell’horror. La torcia che fruga nella bocca di Saddam Hussein, i colpi sparati a bruciapelo forse contro il volto di Osama bin Laden, il cui cadavere peraltro ci è stato misteriosamente nascosto, l’assassinio di Ceausescu e consorte, sotto gli occhi della videocamera… “Madamina, il catalogo è questo”, canta Leporello nel Don Giovanni di Lorenzo Da Ponte, musicato da Mozart. Ecco, il catalogo degli orrori è questo, lungo, senza fine. Abbiamo aggiunto altri nomi. Nuove immagini. Nuovi suoni e rumori: le urla sguaiate degli assassini, i colpi di kalashnikov per far giungere al Cielo il proprio giubilo, ma anche le ultime parole smozzicate della bestia ferita, coperta di sangue, mentre il cacciatore si appresta a finirla.

La morte del tiranno, appunto. Turba, avvilisce, e sgomenta la violazione di quei diritti che si dichiara di voler proteggere, l’efferatezza belluina, l’osceno trionfo del telefonino che riprende in diretta gli istanti crudeli di quell’accanimento contro chi non si può difendere; e l’ultima sigaretta del figlio del dittatore, prima della implacabile giustizia dei vincitori. Personalmente sono disturbato altrettanto dai commenti: sia quelli improntati a una tardiva pietà, sia quelli sconvolgenti di chi ha confermato la propria contentezza. Riflettiamo, chi si scandalizza oggi (tutti, a parte i nostri ministri), non sono gli stessi che hanno organizzato non solo l’aggressione alla Libia, ma la caccia all’uomo? Non sono forse i civili governanti del civile Occidente, che hanno deciso che la popolazione libica andava da noi difesa? Difesa da Gheddafi? E quella siriana, non andrebbe difesa da Assad? Come mai due pesi e due misure? E i Palestinesi, a cui ancora recentissimamente, si è negato il diritto a uno Stato, ancorché minimo, non andrebbero protetti dalle angherie dei governanti israeliani e dai coloni che continuano a impiantarsi sulle terre loro sottratte? E non è forse la NATO, che ha del tutto sostituito l’ONU, nella gestione delle situazioni di “crisi” sul piano internazionale, ad essere responsabile della distruzione di una nazione, quella libica, prima che del linciaggio di un uomo?

Il ministro La Russa ha sbraitato: chissà quanti sarebbero stati i morti se non fossimo intervenuti… Ma intanto perché non ci dicono quanti sono stati i morti da noi procurati? Noi italiani, dico, che abbiamo fatto la parte del leone nei bombardamenti, salvo essere esclusi dal salotto dei parenti ricchi, e lasciati in anticamera, quando si è trattato di spartire il ricco bottino… E l’ONU, che ora emette qualche flebile vagito, chiedendo l’autopsia del cadavere e una inchiesta, non ha avallato tutto ciò? Quella ONU che poi diventa impotente davanti alle violazioni del diritto internazionale, e dei diritti umani da parte di Israele o degli stessi USA. Insomma, noi abbiamo armato le mani dei carnefici, e ora meniamo scandalo. Noi abbiamo mostrato come sia dissolto il diritto internazionale, che nel lontanissimo 1625 aveva provato a creare Ugo Grozio, con l’opera De iure belli ac pacis, opera che teorizza non soltanto lo ius ad bellum, ossia quando si abbia diritto a condurre una guerra, ma anche lo ius in bello, vale a dire le norme e le regole del conflitto militare.

Anche i banditi tra loro hanno delle leggi, scrive Platone. Il felice Occidente, forse le ha, ma valgono a corrente alternata: valgono, e non sempre, “tra noi”, ma non con “gli altri”, appunto. E se noi siamo gli esponenti della “Civiltà”, gli altri sono ovviamente i “barbari”. E ora dopo che i potenti mezzi aerei della Santa Alleanza Occidentale hanno scovato con raffinatissimi sistemi di individuazione il tiranno, e hanno indirizzato i loro missili sul piccolo convoglio in cui si trovava, hanno poi lasciato il lavoro finale, il “perfezionamento della pratica”, ai libici: tanto, loro sono i barbari. E il sangue di Muhammar Gheddafi, e dei figli, e dei suoi “fedelissimi” (ma non erano tutti “mercenari”?), ricadrà su essi, non certo sulle candide manine grassocce di Frattini, o su quelle adunche di La Russa. Gli stessi che fino a poco fa si inchinavano al passaggio del leader libico, chiamandolo “grande statista” e “difensore della pace, “amico dell’Italia”...

La palma d’oro, tra tutti i commenti, la guadagna, nondimeno, ancora una volta, il nostro barzellettiere di governo, il quale talora sfoggia il suo “latinorum”. L’uomo politico n. 1 d’Italia, anzi, d’Europa: no, mi correggo: a suo stesso dire, della storia universale, secondo solo a Gesù Cristo, un grande, indubbiamente, ma certo non uno statista... Ebbene, costui che poco prima si era reso ridicolo agli occhi del mondo, con la sua accoglienza all’Illustre Ospite Gheddafi, davanti al quale si è genuflesso, spingendosi al baciamano, proprio costui, impunito, ha sentenziato: Sic transit gloria mundi. Ma un dubbio mi assale: era un commento alla fine di Gheddafi, o una (involontaria) profezia, magari scaramantica, su se stesso?

(25 ottobre 2011)

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