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6 novembre 2011

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PAOLO VI E MARX NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE



Da Il Dialogo

PAOLO VI E MARX
NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE

di Mario Pancera

Che cosa è cambiato nella borghesia dal «Manifesto» alla «Populorum progressio» ad oggi? Nulla

Il 26 marzo 1967, papa Paolo VI pubblicò la lettera enciclica «Populorum progressio» in cui affrontava alcuni importanti problemi sociali: «Nella nostra società si è malauguratamente instaurato un sistema che considera il profitto come motivo essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto senza limiti, né obblighi sociali corrispondenti». Sono parole di oggi, potrebbe sottoscriverle – penso - anche papa Benedetto XVI.

Bastano queste parole, perché i cattolici boccino governo, parlamento, maggioranza, opposizione, confindustria, e perfino quei sindacalisti che, tentennando di qua e di là, vogliono far credere ai lavoratori che possono discutere alla pari con i datori di lavoro. In realtà, i datori di lavoro (per il loro profitto, come ricorda papa Montini in due parole) possono licenziare i lavoratori, i lavoratori non possono licenziare i datori di lavoro che ritengono «la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto senza limiti, né obblighi sociali corrispondenti». Altro che berlusconismo. Queste parole fanno piazza pulita del liberismo, delle speculazioni finanziarie, della globalizzazione che impoverisce i popoli anziché emanciparli, delle crisi economiche create ad arte per il potere di pochi e la schiavitù di intere moltitudini.

Non c’è nessuna parità tra chi comanda e chi è costretto ad obbedire. È la lotta tra Davide e Golia. Il richiamo di Paolo VI a me sembra così normale, che trovo anormale che lo debba scrivere un papa di settant’anni per farlo capire a milioni di persone. Invece, è come se non fosse mai stato pronunciato da nessuno, né mai pubblicato da nessuno. Sono passati quasi 45 anni e siamo ancora qui a meravigliarci che un papa – certo non rivoluzionario, anzi: era figlio di un banchiere – abbia detto a gran voce queste cose e il mondo non gli abbia dato retta.

Passo ad altro. «La borghesia ha giocato nella storia un ruolo altamente rivoluzionario. Dove è giunta al potere ha distrutto tutti i rapporti feudali, patriarcali, idilliaci. Ha lacerato spietatamente tutti i variegati legami feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato tra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. Ha annegato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i fremiti dell’esaltazione religiosa [...] Ha dissolto la dignità personale nel valore di scambio, e, in luogo delle innumerevoli libertà faticosamente conquistate, ha posto come unica libertà quella di un commercio senza scrupoli. In una parola, in luogo dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha introdotto lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido.»

Non basta. «La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività fino ad allora guardate con rispetto e pia soggezione: ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in operai salariati. Ha strappato il tenero velo sentimentale ai rapporti familiari, riducendoli a un semplice rapporto di denaro [...] Il continuo sconvolgimento della produzione, l’ininterrotta messa in discussione di tutte le condizioni sociali, l’insicurezza e il movimento perpetuo distiguono l’epoca borghese da tutte quelle precedenti…»

Quando Paolo VI scrive «nella nostra società» parla della società borghese del suo tempo ovvero della borghesia dei nostri giorni, che rivoluziona di continuo gli strumenti di produzione, che mette ogni giorno in discussione tutte le condizioni sociali, e si distingue per la precarietà dei deboli e la sua affannosa ricerca di nuovi sbocchi e di nuovo denaro: «Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia su tutto il globo terrestre. Essa deve insediarsi ovunque, ovunque allacciare collegamenti». Chi lo dice?

Questa radiografia della borghesia, questa denuncia di una società gelida, poltrona e senza scrupoli, così simile a quella pubblicata dal vecchio Paolo VI nel 1967, è nel «Manifesto del partito comunista» scritto nel 1847 da Marx e Engels: il primo aveva 29 anni, il secondo 27. Atei. Disincantati. In centovent’anni (anzi 164 anni, se vogliamo arrivare a oggi) che cosa è cambiato della borghesia? Nemmeno il nome.
Mario Pancera

Lunedì 24 Ottobre 2011 

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