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7 novembre 2011

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Alluvioni criminali, non fatalità!


Jacopo Fo, parlando non di fatalità, ma di criminalità dice ciò che è in realtà la nostra cultura nei riguardi dell’ambiente: cultura che si traduce nel nostro modo comune di pensare, nel nostro modo comune di agire nel contesto del territorio dove abitiamo.
È chiaro che la politica fa tutto il resto: si appoggia su questa cultura popolare per distruggere maggiormente l’ambiente. Promette rispetto, ma non mantiene nessuna delle mille promesse, in vista di uno sviluppo edilizio che fa parte di quella cultura economica che riduce tutto ad una macchina trita-terra, pur di ricavarne qualche guadagno immediato. 
In questi giorni, a parte la mia solidarietà umana alla gente che sta pagando il duro prezzo di una politica dissennata, provo tanta rabbia nel leggere articoli e nel sentir parlare politici e opinionisti del momento che sembrano i soli a scandalizzarsi per tutto ciò che sta succedendo nella nostra Nazione, a causa di smottamenti e di alluvioni, con la stessa faciloneria con cui parlano della malattia di Antonio Cassano o delle fughe rocambolesche dei fedelissimi del Premier.
Mi chiedo: tutta questa gentaglia che vorrebbe ergersi come giudice della distruzione dell’ambiente dov’era qualche tempo fa, quando altri avvertivano del pericolo a cui sarebbero andati incontro i nostri paesi?
Siamo stati ridicolizzati, ritenuti uccelli di malaugurio, da far tacere, pericolosi contestatori di condoni fatti passare come benefici della nostra precaria economia.
Da anni sto lottando perché nella mia Brianza si evitino scempi ambientali, per colpa di speculazioni edilizie, favorite anche da certe Amministrazioni comunali. Ma chi mi ha sostenuto finora? A parole, certo, ma non basta!
I leghisti dov’erano, e dove sono? Neppure costoro, che dovrebbero lottare per il loro territorio, muovono un dito, anzi, in nome di un presunto bene locale, fanno di tutto per accontentare le pretese più assurde della gente del posto, senza tener conto del bene comune.
Sì, qui in Brianza, finora non siamo a rischio di alluvioni catastrofiche, ma siamo a rischio di criminalità ben peggiori. Le alluvioni possono aprirci gli occhi sulle malefatte degli uomini, ma certe distruzioni della natura avvengono nella più assoluta indifferenza. Noi apriamo gli occhi quando ci crolla addosso una casa, ma ce ne freghiamo se ogni giorno sorgono complessi edilizi, in modo selvaggio.
Abito in una zona collinare che è un gioiello di paradiso, immerso nel verde, ma a poco a poco il verde è sempre più costretto a lasciare il posto al cemento, a strade asfaltate: i sentieri sono malridotti, calpestati da gente maleducata, dalle ruote di mountain bike che si divertono a lasciare segni sempre più profondi; le rive sono trascurate, i muri a secco lasciati andare, i piccoli ruscelli non lasciano più passare acqua.
Non avete l’idea di quanti siano i tentativi di costruire complessi edilizi: oggi, è vero, le richieste sono diminuite per la crisi economica, ma, anche qui, l’idiozia è tale che si chiedono le licenze, si ottengono, si parte con le costruzioni, e poi… succede frequentemente che non si arrivi nemmeno al tetto, perché nessuno vuole acquistare, e così da anni si vedono scheletri di case e di condomini che sono uno sfregio alla natura, all’economia e alla saggezza dei nostri amministratori.
Che dire? Una cosa sola: non si vuole assolutamente capire che la strada intrapresa è sbagliata. Si pensa: arriveranno prima o poi i tempi migliori, ovvero che si possa di nuovo costruire, e vendere! Ecco la stupidità che è anche criminalità!
Quando arriva la catastrofe, allora sembra che la gente si ravveda, ma è pura illusione! Tanto è vero che può succedere, e succede, che coloro che contestano poi, a tragedia consumata, i sindaci per non aver provveduto alla sicurezza dell’ambiente, sono proprio quelli che, prima, hanno fatto di tutto per premere perché il sindaco concedesse permessi facili.
La gente non capisce, perché non vuole capire. Capisce quando è troppo tardi, e solo perché ha subìto un danno, ma non capisce di non ripetere più gli stessi errori. 
La gente non sa che cosa sia il Bene comune! La gente non si rende conto del valore della Natura! La gente grida perché ha perso la casa, ma, se potesse, la ricostruirebbe nello stesso punto dove era costruita prima. E se non lo fa, è solo perché ha paura di un’altra alluvione, e non perché quella casa, costruita lì, in quel posto sbagliato, era di danno all’ambiente. 
Oggi tutti sembrano ambientalisti. Ma è pura illusione! Riuscire a parlare di ecologia, sarebbe già tanto, ma parlare di eco-sofia, così come l’intendeva Raimon Panikkar, è utopia. Eppure la parola sofia dà un altro senso alla parola “eco”, ovvero casa, ambiente. L’ecologia è solo parlare di “eco”, ecosofia è dare saggezza all’ambiente. Altra cosa. Utopia? Certo, oggi come oggi. Ma le Utopie, perché diventino realtà, bisogna che siano proposte con caparbietà, costanza, coraggio, senza stancarsi mai.

 
da Il Fatto Quotidiano

 Alluvioni criminali, non fatalità!

di Jacopo Fo

7 novembre 2011

Nel 1968, quando ci fu l’alluvione a Firenze, io frequentavo la seconda media, e ci spiegarono che la tremenda inondazione aveva cause ben precise.

I grandi boschi italiani, con alberi centenari, enormi, erano stati abbattuti, lasciando il posto ad alberelli. Così si era ridotta in gran parte la copertura di foglie. La pioggia non veniva rallentata dall’impatto con le chiome frondute e dallo strato di foglie morte che ricopriva il suolo per diversi centimetri. Alberi più piccoli e meno foglie per terra facevano sì che la pioggia scendesse a valle più velocemente.

Inoltre la pioggia, colpendo direttamente il terreno, trascinava a valle una maggior quantità di terriccio che andava a saturare il letto dei fiumi. In questo modo diminuiva progressivamente la quantità di acqua che essi potevano contenere. Dimezzando la copertura arborea delle montagne e dimezzando la portata dei fiumi si era ottenuto che bastassero piogge poco potenti per provocare lo straripamento dei fiumi.

E questo non lo dicevano solo a scuola. Anche in televisione parecchi esperti ripetevano questo concetto. E i politici promisero politiche lungimiranti di protezione dei boschi e di scavo del letto dei fiumi.

Sono passati 40 anni e si è continuato ad abbattere i boschi e a non dragare il letto dei fiumi. È vero che la superficie boscata in Italia è aumentata notevolmente, a causa della crisi agricola, ma il volume dei boschi, l’altezza delle piante, ha continuato a diminuire grazie a tagli selvaggi. Inoltre, per secoli, il sistema più efficiente per ridurre i danni delle piogge è stato quello di creare vaste aree di sfogo per le acque, cioè bacini che le acque dei fiumi in sovrappiù riempivano invece di tracimare.

In questi 40 anni si è costruito in modo demenziale lungo le rive dei fiumi, andando a distruggere questo “polmone” di sicurezza. Ma si è realizzata anche un’altra str…ata pazzesca: la cementificazione dei corsi d’acqua. L’Italia batte ogni record per via che i cementificatori sono molto generosi con i politici. Così abbiamo interi fiumi e torrenti che sono colate di cemento, a volte addirittura condutture sotterranee. È evidente che un fiume, pieno di anse, slarghi e ostacoli, rallenta naturalmente la velocità dell’acqua. Invece nelle condutture cementate l’acqua raggiunge il massimo della velocità possibile.

Aggiungiamo che l’abbandono dei terreni ha diminuito la loro capacità di assorbire acqua in modo simile a una spugna. Un terreno arato è permeabile. E se invece dell’aratura usiamo le tecniche della permacultura, che portano a coprire il terreno di uno spesso strato di sostanze organiche, favorendo il lavoro di scavo di insetti e vermi, otteniamo un aumento ulteriore della capacità di assorbimento. Un terreno abbandonato è invece maggiormente impermeabile.

E sono pure aumentate le aeree asfaltate o edificate che hanno un livello di assorbimento delle acque vicine allo zero.

Quel che succede è che una pioggia che 100 anni fa non creava nessun disagio, oggi scende tutta a valle alla velocità di un colpo di fucile, senza essere assorbita e rallentata dai boschi e dalle terre coltivate. Arriva in fiumi intasati di terriccio o cementificati e poi succede quel che è successo a Genova: un torrente trasformato in un tubo sotterraneo esplode, allaga le strade con una violenza inaudita e travolge le persone uccidendole.

Ma questa non è fatalità, è essere cretini. E anche un po’ criminali.

Da MicroMega

Piove, governo ladro

di ANGELO D’ORSI

Scrivo la frase non con sarcasmo, ma con dolore, e rabbia. A differenza di altri non imputo al sindaco di Genova, Marta Vincenzi, di non aver chiuso le scuole il fatidico giorno 4: giorno della “vittoria”, si diceva un tempo, e che d’ora in poi sarà ricordato come giorno dell’ennesima sconfitta italiana. Ma di quale Italia? L’Italia delle regole, l’Italia della corretta amministrazione, l’Italia delle buone pratiche politiche. Un altro 4 novembre, come quello di Firenze del 1966, o i tanti novembre delle nostre alluvioni. I media hanno usato i soliti toni fuori luogo, con parole in libertà: addirittura “tsunami”. Irresponsabilità? Semplice superficiale ignoranza? O sottile pensiero volto allo scarico di coscienza dei pubblici amministratori?
Ho detto che non metto la Vincenzi alla gogna, per non aver chiuso le scuole: un gesto, che, col senno di poi, possiamo dire sarebbe stato necessario, forse provvidenziale. Ma in una società che non ha paracadute sociali, al di là delle famiglie, e, solo per qualche cosa, e non sempre, delle parrocchie (le sezioni del Pci non esistono più: grande alternativa alle parrocchie), a chi i genitori che lavorano lasciano i figli piccoli che normalmente passano la giornata o quanto meno la mezza giornata negli edifici scolastici? In una Italia che sta anzi sistematicamente debellando quel che rimane del vituperato “Stato sociale”, anche la chiusura delle scuole diventa un problema enorme. E dei tanti cittadini che stanno insultando la sindachessa, io vorrei sapere quanti possano davvero scagliare la prima pietra per lapidarla. Quanti non hanno beneficato in passato di condoni edilizi, quanti non hanno sollecitato ampliamenti, sopraelevazioni, strappi alla regola… ? Vorrei sapere quanti, insomma, siano davvero innocenti.
Il che nulla toglie alle responsabilità oggettive e soggettive del sindaco, ma anche a quelle dei suoi predecessori, di presidenti di Provincia e di Regione, di assessori, di autorità varie preposte al “controllo del territorio”. E di uno staff della Protezione Civile che era diventato un bel giocattolo autoritario, macchina mangiasoldi e di distribuzione di prebende, di appalti e di escort, sotto il mitico Bertolaso. Oggi tutti parlano di “territorio”, e abbiamo anche un partito territoriale assiso (forse non per molto) al governo del Paese; ma quel territorio troppo spesso è puro bacino elettorale. E dei bacini fluviali, dei prati e dei boschi, dei greti dei torrenti, degli alvei dei fiumi, della montagna che frana, delle campagne che si spopolano o diventano terreni edificabili per ipermercati e centri commerciali, chi si occupa? “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” – si chiederebbe ancora il poeta.
Il cinico, e insieme grottesco commento del solito barzellettiere, in procinto di uscire di scena (“che almeno queste piogge se lo portassero via”, ho sentito dire ieri per strada: e ho subito capito a chi si riferisse quell’ignoto passante…), è stato illuminante: “Si è costruito troppo”: lo dice uno che se ne intende, essendo proprio lui, che si pretende il più grande statista della storia italiana (ma le sue ambizioni vanno oltre i confini), invece semplicemente il più grande “condonista”, possiamo prestargli fiducia. Peccato forse che tra i 12 condoni di cui si è parlato nei giorni scorsi, nella super-manovra finanziaria, ora per evitare di essere presi a sputi in faccia per strada, gli onorevoli nostri ministri dovranno ripensare l’ennesima sanatoria di abusi edilizi. Ma questi sono capaci di tutto, e dunque non mi stupirei del contrario.
Già. Si è costruito troppo. Le immagini di Genova sono un atto d’accusa che non salva nessuno, non la classe politica (nel terribile intreccio bipartisan del Partito del Cemento), non gli amministratori locali, spesso professionisti, insegnanti, impiegati, agricoltori, commercianti che nulla sanno di geologia, di climatologia, di idraulica e ingegneria edilizia; ma non salvano neppure milioni di concittadini. Perché se è vero che i condoni edilizi sono una piaga, è anche vero che centinaia di migliaia di italiani aspettano ogni anno, se possibile, il condono prossimo futuro. Che inesorabilmente, presto o tardi, arriva, ma arriva proprio perché  governanti e amministratori sanno che la sanzione morale negativa non mancherà, ma sarà flebile, provenendo da quella parte di italiani che è stata condonata in passato.
È un problema, certo, di speculazione finanziaria, e di ignoranza colpevole, ma lo è anche di semplice educazione civica. Chi è davvero “cittadino” in questo Paese? Quanti si prendono a cuore non soltanto i propri interessi di singoli e di famiglie, ma gli interessi della collettività, del territorio, delle piazze, degli edifici storici, della montagna, del paesaggio?
Un bell’esame di coscienza andrebbe fatto, pubblicamente. Per esempio, mentre l’alluvione si sta abbattendo sul Piemonte nel quale risiedo, sentire i Fassino e i Cota, travestiti da ammiragli sulla tolda della nave, dare avvertimenti ai cittadini, come faccio a non pensare che l’uno e l’altro, come del resto Chiamparino e  Bersani, o prima la Bresso e l’intero Pd, fraternamente abbracciato alla Lega Nord e al Pdl, stanno sostenendo il progetto TAV? Opera delittuosa, che finisce per recare l’ultimo colpo proprio al territorio, mentre svuoterà le tasche già esangui della gran parte degli italiani, per riempire quelle debordanti di pochi: opera inutile, se non fosse pure dannosa, opera i cui costi insostenibili devono essere immediatamente spostati sui lavori improcrastinabili di difesa della terra.
Ciò detto, il sindaco Vincenzi, quanto meno per mostrare un briciolo di sensibilità umana, e per compiere comunque un gesto di serietà, bene avrebbe fatto a dire: “Si tratta di errori, disattenzioni, colpe che vengono da lontano, ma per il ruolo che ricopro, me ne assumo comunque la responsabilità e rimetto il mandato”. E presa la pala si fosse recata a spalare il fango, accanto ai suoi concittadini e ai tanti meravigliosi volontari (l’altra Italia esiste, per fortuna!), si sarebbe riguadagnata forse la carica. E la stima dei genovesi e degli italiani.
Angelo d’Orsi
(7 novembre 2011)

 

 

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