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14 novembre 2011

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L'atomo presenta il conto


da Lettera 43
IL CASO

L'atomo presenta il conto

Smantellare le centrali e smaltire le scorie: 4,8 miliardi di euro.

di Marco Mostallino

L'energia atomica in Italia non c'è, ma la paghiamo comunque. E la paghiamo cara. Fino al 2025, lo smantellamento delle quattro centrali spente nel 1987 e lo smaltimento delle scorie sono destinate a costare ancora 4,8 miliardi di euro.
Lo ha annunciato la Sogin, società statale per la gestione dei siti nucleari, nel Piano industriale 2011-2015, presentato nei giorni scorsi dall'amministratore delegato Giuseppe Nucci.
«Sogin è chiamata a realizzare la più grande bonifica ambientale nella storia di questo Paese», ha spiegato Nucci illustrando i programmi.
OPERE FINANZIATE DALLA NUCLEAR TAX. L'obiettivo è trasformare i quattro impianti di Trino (Piemonte), Caorso (Emilia), Latina (Lazio) e Sessa Aurunca-Garigliano (Campania) in «prati verdi» senza più alcuna traccia di radioattività, oggi ancora presente nelle strutture e in alcuni casi nel terreno.
In più, Sogin deve intervenire negli impianti dove il combustibile nucleare era prodotto e conservato: si tratta dei laboratori di Saluggia e Bosco Marengo (Piemonte), Casaccia (Lazio) e Trisaia di Rotondella (Basilicata).
Lavori impegnativi e delicati, finanziati con la «nuclear tax» versata, spesso inconsapevolmente, da ogni cittadino con una quota della bolletta elettrica (circa sei centesimi a kilowattora di consumo): secondo calcoli delle associazioni ecologiste, il ciclo di bonifica costa almeno un centinaio di euro.

Nella bonifica il pericolo dell'infiltrazione mafiosa

L'operazione complessiva è chiamata «decommissioning» ed è considerata a rischio di infiltrazione mafiosa, a causa del gran mole di appalti e subappalti per interventi grandi e piccoli.
Tanto che il 23 marzo la Sogin ha firmato un «protocollo di legalità» con i nove prefetti delle Province dove hanno sede le strutture da bonificare.
I timori sono forti, al punto che nella sorveglianza sono inseriti - si legge nell'accordo - «anche appalti di importo inferiore alle attuali soglie comunitarie»: «Il limite, infatti, si abbassa da 4.845.000 a 250 mila euro per lavori e da 387 mila a 150 mila euro per servizi e forniture. In particolare, il protocollo estende le verifiche antimafia anche ai sub-appalti e ai sub-contratti per opere e lavori, e ai sub-affidamenti di prestazioni maggiormente a rischio di infiltrazioni mafiose, indipendentemente dal loro valore».
L'ANTIMAFIA MONITORA TUTTA LA FILIERA. Inoltre, «le verifiche e l'acquisizione delle informazioni antimafia sono estese anche alle prestazioni non inquadrabili nel subappalto e ritenute sensibili, come il trasporto di materiali a discarica, il trasporto e lo smaltimento rifiuti, la fornitura e il trasporto terra, i materiali inerti, il calcestruzzo, il ferro lavorato e i noli di macchinari».
Monitoraggio completo, anche in considerazione della durata del piano, che dovrebbe concludersi nel 2025, ma potrebbe slittare ancora, con un ulteriore incremento di costi e problemi.
La Sogin ha spiegato che «nel primo semestre 2011, la società ha realizzato attività di decommissioning pari a 22,1 milioni di euro, con un incremento del 50% rispetto alla media del periodo 2007-2010». Si cerca di accelerare, per concludere un'opera che sembra infinita a causa della sua complessità e delicatezza.
LATINA, RIAPERTO IL MARE DELLA CENTRALE. L'esempio viene dalla centrale di Latina dove, per «anticipare le demolizioni delle parti convenzionali (cioè quelle non contaminate, ndr) degli impianti in decommissioning» in agosto è stata realizzata «una struttura in cemento armato lunga 750 metri. Un risultato ottenuto con un cantiere in opera 24 ore su 24, che ha permesso a Sogin di restituire alla cittadinanza l'utilizzo della costa e del tratto di mare antistante la centrale» al posto del vecchio pontile della centrale che è stato demolito.

In Italia manca un deposito per le barre di uranio

Ma il ruolo della Sogin adesso non si limita al decommissioning: nonostante la bocciatura del nucleare avvenuta con il referendum di giugno, restano da collocare in luogo sicuro le scorie dei reattori che hanno operato fino al 1987. Le barre di uranio vengono da anni periodicamente inviate negli impianti di riprocessamento francesi e inglesi dove viene ridotta la durata della radioattività (da migliaia di anni a centinaia), con un procedimento che viene pagato dal cliente (l'Italia), ma che permette alle società di gestione di estrarre materiali utili alla realizzazione di nuovi combustibili nucleari e proiettili all'uranio impoverito. Le barre però prima o poi devono tornare a casa.
Il punto è che il nostro Paese non ha mai realizzato un deposito sicuro, a causa di incertezze politiche e delle proteste delle popolazioni di Basilicata e Sardegna, il cui territorio era stato scelto nel 2003 in un primo progetto di costruzione del cimitero radioattivo.
SOGIN ALLA RICERCA DEL SITO UTILE. Nucci ha spiegato che «il nuovo contesto normativo, nel 2010, ha affidato a Sogin la localizzazione, realizzazione e gestione del parco tecnologico e deposito nazionale per i rifiuti radioattivi. Il deposito permetterà di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi prodotti dal decommissioning e dalle quotidiane attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca, che ogni anno producono circa 500 metri cubi di rifiuti, oggi custoditi in diversi depositi temporanei sparsi nel territorio italiano. La sua realizzazione rappresenta dunque una priorità per l'Italia, garantendo la massima sicurezza per i cittadini e l'ambiente ed eliminando la necessità di immagazzinamento temporaneo sui siti», alcuni dei quali, come quello di Saluggia, hanno in passato dato ai tecnici alcune apprensioni riguardo ai livelli di sicurezza contro le fughe radioattive.
NUOVI POSTI DI LAVORO CON LA STRUTTURA. L'obiettivo del deposito resta complesso, nonostante le assicurazioni alle comunità locali sul fatto che ospitarlo porterà nuovi posti di lavoro e occupazione nel territorio che verrà prescelto. Anche qui in ballo vi sono cifre importanti, valutate attorno ai 3 o 4 miliardi per la sola costruzione.
Costi elevati in quanto, ha spiegato Sogin, «il deposito sarà una struttura di superficie, progettata sulla base delle migliori esperienze internazionali, che consentirà la sistemazione definitiva di circa 80 mila metri cubi di rifiuti di bassa e media attività e la custodia temporanea per circa 12.500 metri cubi di rifiuti di alta attività. Degli oltre 90 mila metri cubi di rifiuti il 70% proverrà dagli impianti nucleari in dismissione mentre il restante 30% dalle attività di medicina nucleare, industriali e della ricerca. Tra questi rientrano, per esempio, i rifiuti derivanti da radioterapie e diagnostica».
Lunedì, 14 Novembre 2011

 

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