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22 novembre 2011

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Intervista a Maria Rita D'Orsogna: Paradiso per petrolieri


dal sito Altreconomia
 
Intervista a Maria Rita D’Orsogna

Paradiso per petrolieri

Costi minimi e normative arretrate a tutela dell’ambiente e della salute. Ecco spiegati oltre mille pozzi per estrarre il greggio nel nostro Paese. “In altri Paesi del mondo ai petrolieri vengono applicate speciali tasse, perché si riconosce che l’attività petrolifera risulta essere altamente lucrativa” spiega il professore associato presso il Dipartimento di Matematica alla California State University di Northridge.

La crisi libica apre nuovi scenari internazionali in merito alla sfruttamento e all’importazione del petrolio nordafricano.

In primo piano c’è l’azione di Eni e Total, due imprese -italiana la prima, francese la seconda- che operano anche in Italia. Anche nel nostro Paese, tra royalty e notevoli impatti ambientali, i temi dell’estrazione di greggio e dell’approvvigionamento energetico fanno discutere. L’Italia è una vera e propria gruviera: erano 1.010 i pozzi produttivi a giugno 2010, tra terraferma e mare. L’attenzione nei confronti del nostro Paese deriva, in larga parte, dal livello dei canoni di concessione, più bassi, e della legislazione ambientale, meno pressante.

“In altri Paesi del mondo ai petrolieri vengono applicate speciali tasse, perché si riconosce che l’attività petrolifera risulta essere altamente lucrativa” racconta Maria Rita D’Orsogna, abruzzese, professore associato presso il Dipartimento di Matematica alla California State University di Northridge. La D’Orsogna è un tecnico che ha deciso di accompagnare le lotte dei territori e dei cittadini “per un profondo senso di giustizia sociale”, perché non è tollerabile che “multinazionali petrolifere come Eni, Shell o Petrolceltic possano venire nelle nostre comunità a stravolgere la qualità di vita di cittadini con l’inganno o con il silenzio”.

Se queste imprese arrivano nel nostro Paese è perché in Italia vigono percentuali di compensazione ambientale -le cosiddette royalty- tra le più basse del Pianeta. Quali sono le principali differenze con il resto del mondo?
In Norvegia, ad esempio, oltre alle normali tasse aziendali -che pagano tutti- c’è un’imposta extra sulle estrazioni di idrocarburi che arriva fino al 50% dei ricavati. Il governo, che è partner delle ditte petrolifere, incassa anche sui guadagni, e in più ci sono tasse sulle emissioni di inquinanti, tra cui l’anidride carbonica ed i nitrati. Per farla breve, in Norvegia l’80% del ricavato dell’industria petrolifera viene riscosso dallo Stato. Introiti che in larga parte finiscono in uno speciale fondo pensioni che, ad oggi, ammonta a circa 300 miliardi di euro, quanto il Pil annuale norvegese.
In Inghilterra, invece, le compagnie devono pagare una tassa speciale aggiuntiva del 32%. In Italia, di contro, oltre alle tasse governative le società cedono solo il 4% dei loro ricavati per le estrazioni in mare e il 10% (7% + 3% destinato a un Fondo idrocarburi, ndr) per le estrazioni sulla terraferma.
È anche per questo che i petrolieri, ripetutamente, affermano ai loro investitori che trivellare in Italia è estremamente facile: parlano di “regimi fiscali convenienti”, di spese d’ingresso irrisorie, di commercializzazione rapida. Accanto alle basse royalty c’è, poi, il problema delle leggi per la tutela dell’ambiente, a dir poco “blande”.

A suo avviso, quali sono le principali carenze delle norme italiane in materia di tutela ambientale nel settore delle estrazioni petrolifere?
Uno degli aspetti più sconcertanti è che fino al 2010 si potevano costruire piattaforme in mare un po’ dove si voleva. Infatti, nel 2008, la Petroceltic di Dublino trivellò un pozzo preliminare nei mari antistanti la Riserva naturale regionale di Punta Aderci a Vasto (in provincia di Chieti, in Abruzzo, ndr), a soli 2 chilometri dalla riva. Questo in altri Paesi sarebbe impossibile. L’anno scorso, però, sull’onda emotiva dello scoppio della piattaforma British Petroleum nel Golfo del Messico, in Luisiana (Usa), è arrivato il “decreto Prestigiacomo”, che ha imposto il limite delle trivelle a circa 9 chilometri dalla costa.

Questo limite è adeguato?
Assolutamente no. In California, dove lavoro, è dal 1969 che non si costruiscono nuovi impianti petroliferi a mare, e la zona di interdizione alle trivelle è di circa 160 chilometri. Una scelta dettata dalla volontà di proteggere turismo e pesca. Nello Stato della Florida, invece, il divieto è posto a 200 chilometri dalla riva. Ciò che avviene in Italia è, per questo, inaccettabile. Le leggi vigenti favoriscono concessioni petrolifere nelle strette vicinanze di Venezia, di Chioggia, delle isole Tremiti, di Pantelleria e del Salento, solo per citarne alcune.
Nemmeno l’incidente avvenuto nel Golfo del Messico il 20 aprile del 2010 sembra averci insegnato nulla.

 

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