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4 dicembre 2011

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NON PROVATECI!


L’amico Germano Bosisio mi ha mandato un «"poderoso" contributo di pensiero, su ciò che stiamo vivendo o forse meglio dire stiamo rischiando di subire». Non sono in grado di valutare l’intero contenuto, anche se condivido la preoccupazione e soprattutto la grande voglia di aprire gli orizzonti, purtroppo ancora chiusi da una visuale economica del profitto che sembra, non da oggi, direi da sempre, prevalere su qualsiasi altro valore, a iniziare dalla persona umana, senza dimenticare però che non siamo isole o zone franche, ma facciamo parte dell’Umanità, nell’Universo.
Tuttavia, scusate se insisto, ma sono caparbio nelle mie convinzioni. Sono Utopista, ma anche realista. Vivo di Sogni, ma mi preoccupano le situazioni d’emergenza. Dal momento che da più parti sono criticato - anzi mi sembra di essere l’unico o quasi ad aver preso una chiara posizione - di sostenere questo governo di tecnici, vorrei che ciascuno mi rispondesse alla domanda: oggi come oggi, in questa attuale cristi socio-politico-economica, a chi affideresti il Paese? Non cominciate ipocritamente a dire no a tutto e a tutti, perché così l’Italia affonderà in pochi giorni. Forza, coraggio, adesso subito a chi affidereste il Paese? Io la mia l’ho detta, e non mi faccio intimorire da quei sapientoni della sinistra che sognano ancora il sole dell’avvenire, e che poi se ne stanno al calduccio in casa  o nei salotti della tv, ben pagati alla faccia dei disoccupati, a difendere i diritti dei più deboli. Chi potrebbe tirarci fuori dal baratro dandoci caramelle e salamelle a buon mercato? Forza, coraggio, dite la vostra. Lasciamo stare per un momento poesie o altro, lasciamo stare di citare filosofi del passato, rispondete: chi potrebbe ora salvarci dal baratro? Cavoli, siamo realisti, anche se non dobbiamo smettere di sognare, proprio perché, fuori dalla crisi, non dobbiamo tornare di nuovo come prima. Le crisi si preparano nei momenti di grandi boom economici. È giunto il momento di capire la lezione. Uscire sì dal baratro, ma non per tornare nella idiozia di prima, quando le cose andavano bene a tal punto da dimenticarci di essere persone umane. 
Il fatto è che siamo tremendamente egoisti, e ciascuno pensa alla propria pancia. Non ci va bene nessun taglio che ci tocchi sul vivo. Ognuno non vuole fare un passo indietro. I sindacati sono ormai il partito dei depressi mentalmente. Non hanno mai fatto il vero bene del Paese: un clan di minchioni. Ci stiamo auto-distruggendo con le nostre mani. Ci stanno distruggendo proprio coloro che dovrebbero per primi sentirsi realisticamente responsabili di una nazione. E i giovani dove sono? Cosa fanno? Immaturi socialmente e politicamente. Depressi per crisi di astinenza da cose, da godimenti, da cazzate varie. Vittime della propria incapacità di uscire dal bozzolo. E quando tentano di uscire si sentono disorientati e prendono il primo sentiero che capita, e il più delle volte porta lontano dalla realtà.
Sogniamo pure, ma con i piedi per terra. E alè, forza, diamoci una mossa, prendiamo posizione, senza fare il solito populista che tira la pietra e poi nasconde la mano.


NON PROVATECI!

LETTERA APERTA DI IN CITTADINO COMUNE
CHE CERCA DI DISCERNERE I SEGNI DEI TEMPI
COSTITUZIONE ALLA MANO

Lo avvertite ?
C’è, è nell’aria.
Un sottile e sordo vociare sta crescendo dal basso lentamente ma inesorabilmente.
Gira per le strade, rimbalza nei luoghi di lavoro, irrompe nelle istituzioni, riempie i luoghi dell’aggregazione sociale assumendo  il volto di una cittadinanza dolente ma sempre più indignata.
È quel moto di resistenza-ribellione ad una situazione di crisi economica e morale che tutto sta ingabbiando, e che soprattutto pretende di  applicare presunte “ricette” risolutive suggerite, forse è meglio dire imposte, da quella stessa classe dirigente che l’ha prodotta.
E questo moto cresce, in modo inarrestabile, alimentato spesso da una consapevolezza anche solo “intuitiva”, tipica di chi deve fare i conti giornalmente con le difficoltà della vita. Di chi magari non conosce  a fondo tutte le componenti che concorrono a questa crisi epocale, sa a malapena di speculazioni, mercato finanziario, debito sovrano, fattori di crescita… ma avverte nitidamente il rischio che tutto ciò si risolva con la perpetuazione della solita legge, per nulla naturale, che a pagare siano sempre coloro che hanno di meno. Altri invece, pure loro e forse a maggior ragione sempre più indignati, traggono questa consapevolezza critica da dati e fatti certi, magari frutto di faticosa ricerca personale e collettiva in ambiti mediatici spesso “fuori dal coro”, visto il livello d’omologazione medio dei nostri maggiori mezzi di comunicazione, tv in testa, al cosiddetto “pensiero unico”. Anch’io, tra questi, non rinuncio a pensare  e “criticamente” cerco di soppesare le varie analisi o pseudo analisi che pretenderebbero di dettare legge in materia economica, ma non solo.
Proprio per questo mi sono formato delle opinioni, che sommessamente metto a disposizioni di altri, convinto che mai come ora sia necessario non affidare a pochi soloni (presunti e spesso interessati) il monopolio delle analisi e delle ricette risolutive. Lo faccio anche nella consapevolezza che soprattutto coloro su cui inesorabilmente si scaricheranno concretamente le conseguenze delle scelte, possano e debbano “contare” appunto nei momenti decisionali, rompendo un vecchio e purtroppo consolidato schema che assegna alla sola “classe dirigente” od ai “soliti esperti” il monopolio delle discussioni e delle scelte i cui effetti non graveranno mai concretamente su di essi, almeno non nella misura che subiranno i più vulnerabili.
Il tutto ovviamente senza alcuna pretesa esaustiva né certo di verità assoluta, ma attingendo da fonti documentali autorevoli, ed inoltre cercando, nei limiti del possibile e delle mie capacità, di semplificare e di usare termini alla portata dei più, perché mi interessa prioritariamente rivolgermi alle persone comuni come del resto sono anch’io.

Innanzitutto occorrono alcune premesse ineludibili, senza le quali, pur in forma semplificata, non si riuscirebbe a cogliere, a mio parere, la vera posta in gioco.
La Politica (quella appunto con la p maiuscola), come non mai, è succube dei poteri e delle logiche economiche e soprattutto finanziarie.
Siamo inoltre in presenza di un intreccio di varie situazioni di crisi
con, proprio per questo, implicazioni a vari livelli tra loro interconnessi, che di seguito cercherò di tratteggiare, limitandomi a pochi elementi essenziali.

Sistema mondiale – Stiamo assistendo nei fatti ad una vera e propria dittatura della finanza sull’economia reale. A dimostrazione evidente basta citare l’origine della cosiddetta bolla speculativa americana ed il “semplice” ammontare del volume complessivo attuale dell’OTC (mercato opzioni e derivati) che viene stimato circa 13 volte il PIL mondiale: come dire che c’è ancora un’enorme massa speculativa che grava sull’economia reale, senza peraltro, a detta degli esperti stessi, aver saputo o voluto varare da parte del consesso mondiale delle misure efficaci per prevenire il rischio alla base dell’attuale drammatica situazione planetaria. In sostanza, siamo tutti ancora in balìa dello strapotere finanziario, come se nulla fosse successo.  Alla faccia dei soloni che, da una parte, pontificano sul presunto deficit della cosiddetta “governance” come causa principale dell’attuale situazione (negando pretestuosamente così in radice la crisi strutturale di sistema) e dall’altra non fanno nulla per evitare che tutto ciò si ripeta. Qualcuno potrebbe dire che, come per tanti altri ambiti, ci stanno prendendo per i fondelli!!! 
Solo per citare un'altra caratteristica base dell’attuale sistema economico mondiale, è assolutamente utile evidenziare che siamo tutti “sotto schiaffo“ di “ricette economiche” precostituite da organismi sovranazionali non elettivi (e quindi non votati dai Popoli) quali il FMI (fondo monetario internazionale), BMI (banca mondiale) e WTO (Organizzazione mondiale del Commercio) che già hanno dimostrato la loro disastrosità sociale in vari Paesi del cosiddetto Terzo o Quarto Mondo. Sarebbero queste ricette molto simili ai famigerati PAS (piani d’aggiustamento strutturale) veri e propri “contratti capestro” che hanno martoriato interi popoli condannandoli a politiche socialmente suicide. In sostanza la formula è sempre simile: facendo leva sulla rinegoziazione del debito, spesso accumulato in modo iniquo e non dipendente dalla volontà dei Popoli, si impongono tagli alla spesa pubblica, in particolare quella sociale, si privatizzano i servizi di base, si precarizzano i rapporti di lavoro, si promuove la vendita del patrimonio pubblico e via di seguito. Non è una pura coincidenza che alcuni di coloro che si sono opposti a tale visione siano stati “casualmente” eliminati, come ad esempio il presidente del Burkina Faso Thomas Sankara ucciso nel 1987, come documentato da una recente puntata di “Report”.
Ora queste ricette, già negativamente verificate anche in termini di effettivo risanamento dei bilanci, secondo eminenti economisti, vengono in sostanza “vendute” come presunte risolutive anche in questa parte di mondo.
Un’altra grande, e guarda caso poco risaputa anomalia, è quella delle cosiddette Agenzie di Rating, dipinte, spesso dai media come dei veri e propri mastini della virtuosità degli Stati ed istituti finanziari, ma in effetti di “proprietà” di Fondi d’investimento, banche, gruppi finanziari come ben documentato sempre dalla puntata di “Report” sopracitata. In pratica sarebbe come affidare il pollaio ad una volpe, visto che gli  attori che possiedono la maggioranza di queste Agenzie, sono gli stessi che hanno un interesse primario nella speculazione finanziaria. In altri termini, gli stessi che danno i voti di “merito”, spesso causa di contraccolpi sul cosiddetto mercato azionario e dei titoli sovrani dei vari Stati (ed anche quindi sul famigerato SPREAD, vero e proprio incubo, non a caso enfatizzato giornalmente dai media), hanno forti interessi proprio nello sfruttare le oscillazioni così prodotte.
E cosa dire poi dei “Paradisi Fiscali”, le zone franche (vere e proprie “macchine” di “sottrazione di massa”) prodotte o perlomeno tollerate dal “Sistema”, che sistematicamente vanificano gli sforzi per una “finanza etica” ed una vera equa fiscalità, sottraendo immense risorse economiche alla collettività? Anche qui è proprio il caso di parlare apertamente di ipocrisia del “Sistema” che pretende poi di venirci a fare la morale su sacrifici, coesione e senso di responsabilità.

Sistema Europeo – È attualmente e vistosamente condizionato da organismi non eletti dai Popoli quali la Banca Centrale Europea (BCE), come dalle cosiddette Economie Forti, in particolare quella tedesca, che ovviamente s’intrecciano con le dinamiche a livello mondiale soprarichiamate che stanno di fatto sancendo il primato della finanza speculativa (pardon, si chiamano investitori internazionali che dovremmo essere, sempre secondo il GCMS -Gran Circo Mediatico e di Sistema- perennemente pronti a tranquillizzare). Questo intreccio di poteri, che alcuni si augurerebbero a difesa del Bene Comune, di fatto richiede, o forse è meglio dire impone, soluzioni alla crisi sulla base delle stesse ricette sempre sopra richiamate, con la presunta parziale variabile dell’attivazione di meccanismi per il rilancio della cosiddetta Crescita. Su quest’ultimo elemento, essenziale a detta di quasi  tutti, bisognerà che qualcuno prima o poi (meglio prima visto il baratro su cui ci ha portato la cosiddetta “classe dirigente nazionale, europea, mondiale) ci spieghi come sia possibile crescere illimitatamente su un pianeta che non basta più, in termini di risorse e di capacità di smaltimento, per garantire come applicabile ad ogni suo abitante il cosiddetto “nostro modello di sviluppo”, basato sul forsennato consumo. Ma di questi aspetti cercherò di trattare meglio in alcuni passaggi successivi.
Comunque sia, il “tormentone” è ancora a base di Spread, debito sovrano, “non c’è più tempo” e via discorrendo. Si fa finta di non sapere che la variabile europea della crisi planetaria è anche e soprattutto dettata da esigenze di autotutela degli Stati più forti, secondo le loro strategie economiche e finanziarie tese a privilegiare principalmente gli interessi delle loro rispettive banche private oltre che Centrali che hanno in pancia ancora titoli “spazzatura” prodotti dalla cosiddetta “finanza creativa”. Così pure si tende ad alimentare, con la tacita acquiescenza di molti media, un’idea di giustizia e correttezza dei meccanismi di “correzione virtuosa” dei comportamenti da “cicala” di alcuni Stati, tra cui il nostro, colpevoli di “gestione disinvolta” dei propri bilanci, assumendo come indicatore primario il “debito pubblico”.  Anche su questo, se da una parte sarebbe scorretto non riconoscerne l’oggettività e le gravi responsabilità, comunque addossabili principalmente più alle classi dirigenti che si sono alternate che non ai loro rispettivi Popoli, elemento questo tutt’altro che trascurabile, dall’altro sarebbe altrettanto ingenuo non riconoscere il carattere di strumentalità di questa improvvisa “levata di scudi” imputabile, molto probabilmente, più al girovagare su scala planetaria della finanza speculativa (aripardon, dei fantomatici – al contrario conoscibilissimi - investitori internazionali che dovremmo costantemente tranquillizzare) che partendo “ad arte” da situazioni “delicate”, o fatte passare per tali, vi si precipita con effetti distorsivi contando sugli o meglio co-producendo effetti oscillanti continui, vera linfa per la speculazione a brevissima.Proprio per questo stupisce, o meglio non stupisce affatto stante la situazione attuale, che tutti gli attori istituzionali e politici, senza grosse differenze di colorazione, non evidenzino adeguatamente questi aspetti finendo col “giustificare” la speculazione e quasi  accreditandola come virtuosa.
Ma l’Uomo conta più dei profitti oppure è il mercato, in questo caso finanziario, a dominare sui Popoli e sul Bene Comune?
Il sospetto è che questo modello spacciato come virtuoso e risolutivo sia in gran parte confezionato su misura delle esigenze dei Paesi forti ed in particolare per Germania e Francia, anche se quest’ultima non è definita tale da molti osservatori. Non è certo casuale che certi insigni economisti stanno parlando dell’esigenza di rinegoziare e ritrattare le manovre continentali minacciando di non pagare quote dei debiti sovrani in mano a banche tedesche, danesi e finlandesi. Altri prospettano palesemente l’opportunità di intraprendere un’azione persuasiva finalizzata al “ravvedimento operoso” di certe forme spinte di autoprotezione di questi paesi forti in nome dei rischi che anche le loro economie correrebbero in caso di deflagrazione del sistema euro. Tutto questo si sta svolgendo sopra milioni di teste di cittadini europei su cui costantemente si attua una palese azione di “ricatto riparatorio” di una situazione che questi cittadini non hanno certo determinato, ma invece subìto a cura di gran parte dei sistemi bancari internazionali.  Anche su questo non è un caso che un Paese, pur piccolo, come l’Islanda si sia “ribellato” al sistema, non pagando nei fatti il debito per quanto prodotto dalla propria classe dirigente e riformando “dal basso” l’intero loro sistema statuale.
Per ultimo, ma non come importanza, occorre ben evidenziare che secondo eminenti studiosi, ma anche secondo la percezione di buona parte dell’opinione pubblica più “avvertita”, sia in corso un doppio attacco al “sistema Europa” : da una parte quello eminentemente speculativo-finanziario (ari-ari-pardon si deve dire degli investitori internazionali che dovremmo sempre tranquillizzare… ) e dall’altra, interconnesso con la prima, quello al modello di Welfare (Sistema di protezione sociale) tipicamente europeo, cercando di smontarne strumentalmente la congruità e compatibilità economica, ma anche e soprattutto quello di addossare  a parte di  esso il  ripagamento dell’enorme voragine di risorse economiche drenate per turare la falla prodotta dalla speculazione planetaria, iniziata con la crisi  dei cosiddetti “subprime” americani.

Sistema Italia – Va subito ricordato che, come già riconosciuto in un precedente passaggio, esiste ovviamente il problema dell’eccessivo Debito prodotto da anni di politiche allegre e dissipatorie, peraltro imputabili al tipico sistema clientelare e di mantenimento del consenso della nostra classe politica e non certo alla maggioranza dei cittadini italiani. Ma questo non dà certo diritto ai burocrati del sistema bancario europeo come al potere politico dei cosiddetti Stati Forti di commissariare la gestione del nostro “risanamento”, che è  e deve restare saldamente a carico del nostro Sistema Democratico. Certo in questi ultimi anni si sono andati acuendo i proverbiali difetti della nostra classe dirigente che col Berlusconismo ed i suoi “derivati” (leggasi gran parte della presunta Opposizione) ha toccato i vertici del Malgoverno, ma questo non può costituire certo un pretesto per comprimere i diritti di autodeterminazione del Popolo Italiano, perlomeno per rispetto per quella gran parte di Italiani che questo sistema l’hanno combattuto e continuano a combatterlo. Ovviamente tutto ciò vale per qualsiasi altro Popolo, meglio, per qualsiasi altro cittadino del mondo. Per indignarsi basterebbe rileggere alcuni significativi passaggi, sia per contenuti che soprattutto per toni usati, della famosa lettera “segreta”, ma poi fortunatamente divulgata, del 5 Agosto scorso a firma Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, rispettivamente presidente “entrante” ed “uscente” della BCE. Le “ricette”, peraltro anche di recente rafforzate, sono le “classiche” già abbondantemente sopra richiamate che a fronte di concetti apparentemente suadenti e condivisibili quali “l’aumento della concorrenza, il miglioramento dei servizi pubblici, il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro”, propinano nei fatti la solita “cura sociale disgregatrice” quali le esplicite richieste-intimazioni (spulciando qua e là il senso e soprattutto i modi risultano chiari): “Sono passi importanti ma non sufficienti (ndr. riferendosi alle manovre già intraprese dal nostro ex Governo)… occorre fare di più (ndr. immaginate la maestra in piedi  con in mano la matita rossa)… siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio… Il Governo ha l’esigenza (ndr. bontà loro che indicano a noi le nostre esigenze…)  di assumere misure immediate… 1a) È necessaria una complessiva… strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici… 1b) C’è anche l’esigenza di riformare il sistema di contrattazione salariale collettiva permettendo accordi a livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende… L’accordo del 28 Giugno… si muove in questa direzione (ndr. bontà loro che ci indicano la direzione…). 1c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti… 2a) È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico…“. Mi fermo qui, pensando d’aver ben dimostrato l’assunto sopraevidenziato.
Del dibattito interno occorre sottolineare perlomeno 4 questioni: le “due scuole di pensiero” alla base dell’approccio alle azioni correttive, il livello dell’attuale nostra classe dirigente (in particolare quella parlamentare), il sistema informativo-mediatico, le ricette alternative a quanto sta delineandosi come ulteriori manovre correttive in corso d’allestimento a cura del neonato Governo Monti.
1) È indubbio che ormai l’approccio esclusivamente “da pareggio dei conti” (1° scuola – Tremontiana ed affini) ha lasciato il posto, almeno sulla carta e nei proclami, ad una visione più articolata che cercherebbe di coniugare il “pareggio di bilancio” con le esigenze della Crescita (non c’è tg che non parli dei vari aspetti ed indicatori della crescita, un vero e proprio tormentone). Il vero problema sembra però essere quello del come si “serve” la crescita, oltre agli aspetti base della qualità della crescita che cercherò di sviluppare in modo mirato nell’ultima parte di questo mio contributo di pensiero. È comunque indubbio che l’elemento essenziale su cui far leva, aldilà di considerazione d’ordine etico per me prioritarie, è quello di una redistribuzione più equa dei redditi in modo da alimentare meglio la domanda interna di consumi, vero volano, a detta degli esperti, per far ripartire l’economia nostrana.  Nota personale: ho fatto fatica ad addentrarmi in queste logiche, pur concrete e necessarie, perché mi sembra eticamente riduttivo e fuorviante ridurre a livello di “tubo digerente o consumante” le esigenze vitali delle Persone.
2) Che dire dell’attuale livello della nostra classe dirigente ed in particolare di quella parlamentare?
È sin troppo facile condividere la valutazione della grandissima parte degli Italiani che ne ha una bassissima stima, del resto continuamente alimentata da un’infinità di episodi gravi e gravissimi che non finiscono mai, ma è pur vero che dipende anche, forse direi soprattutto, da noi l’effettiva possibilità di cambiamento. Contro le logiche di certa “Casta” non c’è altro modo che un rinnovato impegno ed una assunzione di responsabilità “dal basso”, come hanno dimostrato i recenti episodi dei referendum di giugno, su cui esiti bisogna continuare a vigilare o come certi passaggi elettivi amministrativi in citta chiave come Napoli e Milano. Una cosa comunque risulta particolarmente indigesta alla stragrande maggioranza degli Italiani: la spocchia dei nostri politici che pretendono d’indicare a noi cittadini comuni la “virtuosa” strada dei sacrifici e della responsabilità sociale quando gran parte di loro sono la negazione vivente di questi “valori”. Soprattutto deprime e contemporaneamente irrita sentire continui appelli ipocriti alla coesione sociale da parte di chi nei fatti e nelle scelte avvalla la disgregazione sociale. A tutti questi soloni dalla predica facile andrebbe ricordato che non c’è vera coesione se non ci sono passi effettivi verso la giustizia sociale.
3) Sul sistema informativo mediatico non si può non registrare perlomeno un appiattimento sui modelli di quello che qualcuno chiama “il pensiero unico neoliberista” basato quasi sempre sui soli indicatori economici e sulla ripetizione “martellante” giornaliera dei riti delle borse, dello spread ecc. ecc. Un vero e proprio continuo “pressing” che suona  a detta di molti come un’azione di “ricatto perlomeno psicologico” sugli interlocutori spesso passivi. Purtroppo sono rare, e penso che anche questo non sia casuale, le trasmissioni televisive che “squarciano” il velo dell’omologazione culturale al modello di sviluppo neoliberista o capitalista, in sostanza veicolandolo come l’unico possibile. In pochi casi ad esempio si possono sentire o vedere perlomeno altre “campane” in un dibattito aperto a 360 gradi, senza banalizzarle o relegarle nella solita comoda, tranquillizzante e forse un po’ folcloristica nicchia dei ragionamenti “ideologici”.
4) Sulle ulteriori manovre correttive il neopresidente Monti ha detto che si ispirerà a 3 criteri base: rigore, crescita ed equità sociale. Sulle ricette alternative, a quanto sembra profilarsi contraddicendo apparentemente le premesse soprattutto di equità sociale, sarò breve e concreto, come sono concrete le scelte possibili da sottoporre. Mi permetterei, ma so che su questo siamo in molti a pensarla allo stesso modo, di invitare pressantemente coloro che possono avere un ruolo attivo nella elaborazione della cosiddetta manovra di risanamento, a trovare adeguate risorse secondo principi di effettiva equità sociale. A puro titolo d’esempio ne cito di seguito soltanto alcune, significative quanto immediatamente praticabili (prendendo spunto da dati forniti da autorevoli fonti documentali):
60 miliardi di euro sarebbe il costo annuale della corruzione nel nostro Paese.
120 miliardi la stima del mancato annuale introito statale derivante dall’evasione-elusione fiscale.
8 miliardi il costo diretto della cosiddetta politica.
300 miliardi l’ammontare degli introiti delle varie mafie.
104 miliardi l’ammontare di una possibile quanto auspicabile tassazione sul patrimonio immobiliare Privato (3 % sul patrimonio stimato in 3800 miliardi  con già escluse le prime case = 5800-2000 ).
    592 È il totale: quindi recuperando solo la metà di queste voci (qualche esperto sostiene che ciò sarebbe possibile, perlomeno per alcune di loro, nell’arco di una legislatura, solo lo si voglia  veramente) avremmo introitato circa 300 miliardi per il cosiddetto risanamento).
Quante manovre correttive si potrebbero fare, senza tagliare capitoli essenziali di spesa pubblica primaria sociale, senza privatizzare servizi di base ( se non sono efficienti perché non li si rendono tali senza svenderli ai privati?), senza tagli (ennesimi) allo “ Stato Sociale” e via di seguito. Inoltre quanti finanziamenti verso politiche attive per il lavoro, la ricerca e l’innovazione, la tutela dei più deboli, il sostegno all’inserimento giovanile per un lavoro stabile e dignitosamente retribuito, la valorizzazione femminile, le politiche congrue all’accoglienza degli immigrati basate su diritti e doveri uguali per tutti ecc. ecc. si potrebbero così liberare? Quindi non ci si venga ancora a riproporre, come in effetti sta avvenendo, le solite ricette costruite pretestuosamente su pensioni (dopo ben 5 riforme successive che hanno prodotto bilanci in attivo dell’ente e limiti d’età maggiori di altri Paesi Europei), Stato Sociale, privatizzazioni o mettendo strumentalmente contro figli ai padri, nord contro sud, dipendenti pubblici e privati ecc. ecc. A tutto ciò non potrebbe non corrispondere una diffusa opposizione “dal basso” nel Paese. Quindi a tutti coloro che possono determinare le scelte definitive diciamo che la vera discriminante di queste situazioni non sta nelle alchimie delle formule ma nella precisa volontà politica di tradurre concretamente gli sbandierati propositi di equità sociale. A tutti costoro chiediamo, in tantissimi,  coerenza ed in caso contrario diciamo: NON PROVATECI !

Al termine di questa mia articolata perlustrazione degli scenari attuali, così intricati ma contemporaneamente così “leggibili” agli occhi di un semplice cittadino-analista che voglia cercare, da solo come in gruppo e comunque sempre a fatica, risposte non di facciata allo svolgersi degli avvenimenti in cui siamo tutti immersi, vorrei esprimere alcune ultime considerazioni, ultime non certo come importanza, anzi.
Sono considerazioni e valutazioni, anche queste suffragate da un’attenta osservazione sia del quotidiano che dei “massimi sistemi” pure altrettanto concreti, su cui sempre più in tanti ci stiamo interrogando, con i piedi ben piantati nel terreno ma la testa rivolta verso il futuro che a seconda delle scelte planetarie, ma anche di ognuno di noi, potrà essere di buio pesto o di  ragionevole speranza. Qualcuno sintetizza questo atteggiamento anche come un “agire locale, pensare globale”, è da lì che nasce il termine “Glocale”.
Pur in situazioni così critiche come le attuali è determinante non farsi schiacciare dal “contingente” o, meglio, quello che si vuol far passare come tale. La domanda base da porsi è la seguente: il nostro “ modello di sviluppo” è compatibile con le esigenze umane primarie? le leggi economiche che ci siamo date, meglio, che ci hanno imposto come “normali”, rappresentano veramente l’unico modello possibile e praticabile?Stiamo anche qui a dati ormai incontrovertibili. Secondo praticamente tutti gli esperti di proiezioni future fondate sulle tendenze attuali, se esportassimo su scala planetaria il modello di sviluppo degli USA, non molto dissimile dal nostro europeo, non basterebbero 5 mondi come il nostro per garantire sia gli approvvigionamenti di materie prime che le opportunità di smaltimento dei residui delle produzioni. In altri termini questo modello non è più compatibile con la nostra Terra. Ed allora, riducendo all’osso il ragionamento, perché stiamo facendo della Crescita Illimitata un feticcio? Perché allora tutti i sacrosanti giorni siamo tempestati da messaggi ansiogeni sempre più allarmanti che ci ricordano “l’ignominia” della debole crescita? Oddio stiamo rallentando, noooo addirittura rischiamo la recessione!!! E tu telespettatore, non sei un bravo cittadino se non consumi e non fai girare l’economia!
Ma, banalmente, riflettiamo: esiste in natura un organismo che cresce e si sviluppa all’infinito? ma cosa ci vogliono far credere? Svegliamoci e torniamo semplicemente a pensare: non sarebbe invece perlomeno irrimandabile uno sviluppo “qualificato” (Kyoto è lì disatteso), una crescita contenuta e compatibile non solo col pianeta ma anche con vere esigenze umane che non possono essere ridotte alla pura dimensione economica. Addirittura udite, udite una Decrescita intesa come una liberazione dagli sprechi, più attenta alla qualità integrale della Vita che al possesso di beni, all’armonioso sviluppo integrale dell’Uomo, delle sue relazioni e delle sue vere potenzialità…  umane.
C’è poi la questione della “torta”. Quella “torta” che se non cresce non permetterebbe, secondo i soliti interessati, la distribuzione di cospicui benefici per tutti. Ma perché allora non si dice apertamente che c’è chi ne mangia a piene mani fette enormi e chi si deve accontentare delle briciole, che tali rimangono anche se la torta cresce, anzi addirittura c’è chi, fuor di metafora, pur in presenza di un PIL (il maledetto Pil, indicatore grezzo e molte volte iniquo della crescita) planetario o nazionale, non importa, in espansione riduce ulteriormente le proprie briciole fino a letteralmente morirne? È evidente il  punto di rimbecillimento a cui ci hanno portati.
Il vero indicatore del grado di civiltà umana (la vera Crescita) di un popolo si deve invece misurare sul suo grado di distribuzione della “ricchezza” questa volta in particolare economica anche se non solo.
Un altro pseudo-pilastro di questo neo-liberismo  o  vetero-capitalismo, che dir si voglia elargito quasi fosse una “legge naturale” è la cosiddetta Libera Concorrenza. Qualcuno la conosce nella realtà o è una semplice ipotesi “ di scuola”. Lo sappiamo tutti, a partire dagli stessi “liberisti seri”, che una vera libera concorrenza non esiste e che è sistematicamente aggirabile sotto varie forme a partire dai cosiddetti “cartelli” o oligopoli. Il fatto è semplicemente dimostrato dall’esistenza delle cosiddette Authority che dovrebbero essere superpartes ma spesso sono tutt’altro.
Infine la Competitività, altro Molok moderno, su cui non si può neppure scherzare, visto che il termine è quasi impronunciabile e spesso causa d’inceppamenti (neppure le parole giuste sanno trovare…). Perché invece che competitivo non potrei essere Collaborativo? Dove sta scritto che la solidarietà e la cooperazione non siano più proficui della competitività per assicurare un vero sviluppo? E questo dovrebbe essere nel dna soprattutto di coloro che si richiamano a Gesù Cristo che non mi sembra abbia sostenuto la competitività.  In un recente incontro molto interessante, per via di relatori qualificati, è stato evidenziato un recente studio botanico che avrebbe riaggiornato la teoria evolutiva Darwiniana dimostrando che solo l’alleanza di varie specie di piante produce il miglior risultato e non la competizione tra loro, da sempre del resto foriera di far sviluppare maggiormente istinti egoistici.
Su di un piano sociale e lavorativo i soloni della competitività ci dovrebbero anche dire come si può “competere” contro salari miserrimi incomparabilmente inferiori ai nostri proprio perché elargiti a lavoratori senza diritti di base (e relativi “costi”). In particolare bisognerebbe apertamente dire che la competitività, come la concepiscono certi industriali, è solo l’alibi per legittimare la rincorsa allo sfruttamento.

Mi fermo qui, anche se avrei altro da dire.
Ognuno di chi ha avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto, avrà sicuramente cose da aggiungere, da criticare  o da condividere, sarebbe ben strano il contrario. Io ho solo avuto un moto, adesso non so quanto razionale vista perlomeno la lunghezza di quanto mi è  quasi naturalmente “fuoriuscito”, o meglio un rigurgito d’indignazione ma anche di rinnovata speranza che tutto questo si possa cambiare.

Germano Bosisio, lavoratore e cittadino del mondo, in ricerca.

PS- Penso proprio, vista la lunghezza, che lo leggeranno in pochi, ma se leggete questo PS vorrà dire che ce l'avete fatta!

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