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15 dicembre 2011

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ICI: una tassa doverosa per tutti, anche per la Chiesa affaristica


Voglio riproporvi la lettura di alcuni miei interventi che risalgono al mese di giugno del 2008 sulla proprietà privata e sull’Ici. Ma vorrei prima dire la mia a riguardo dell’Ici sui beni immobili ecclesiastici.

In questi giorni si sta surriscaldando – anche per motivi ideologici – la polemica riguardante l’Ici da cui la Chiesa è stata esentata con i soliti privilegi, ma soprattutto perché, pur fatta la legge, si è “trovato l’inganno”, e l’inganno noi preti, soprattutto i religiosi che dicono di fare il voto di povertà, lo sappiamo molto bene giustificare o addirittura santificare, in nome di un servizio di una non ben chiara gratuità. Basta inserire in un albergo “religioso” una cappellina privata, e la legge è raggirata. Chiarisce molto bene Vittorio Bellavite, portavoce nazionale di “Noi Siamo Chiesa”, in un documento apparso in questi giorni:

“La questione dell’ICI non pagata dalla Chiesa si è abbastanza chiarita per le informazioni date da molti media. Così le riassumo: esiste, in base a una legislazione sostanzialmente bipartisan, la possibilità per tante attività commerciali gestite da enti ecclesiastici di non pagare l’ICI quando esse siano collegate ad iniziative ecclesiali, caritative, di culto o altro. Pagano l’ICI invece attività “esclusivamente” commerciali. Questa normativa ha dato vita a controversie faticose e interminabili: chi stabilisce l’esistenza del “collegamento”? E perché questa esenzione? E’ certo che di questa norma si servano una gran parte delle strutture ricettive diffuse ovunque nel nostro paese facenti capo, in diverso modo, alla Chiesa. Che esista il fenomeno, esteso e pesante dal punto di vista del mancato gettito fiscale (si parla di 700 milioni), lo testimoniano sia i contenziosi sollevato da amministrazioni comunali direttamente interessate, sia la conseguente posizione dell’Associazione nazionale dei Comuni (ANCI) e anche la ormai antica controversia in sede europea dove si obietta che questa esenzione rappresenterebbe un aiuto di Stato in deroga alle norme sulla libera concorrenza (a danno, cioè, di tutte le altre strutture ricettive)” (Vittorio Bellavite, “Noi siamo chiesa”).

Qual è il mio pensiero? La risposta è semplice anche se distinguo. Su ogni ambiente “a scopo commerciale”, religioso o no, è giusto che si paghi l’Ici. Esenterei invece dall’Ici i luoghi strettamente di culto (cattolici o non cattolici) e gli ambienti ad uso esclusivamente educativo e sociale. E qui vorrei essere chiaro. Oggi, con la carenza di soggetti (gli oratori non sono più frequentati come una volta, di conseguenze si pone il problema di come utilizzarli) è facile cadere nella tentazione di affittarli o di usali per pranzi o cene, che hanno ben poco a che fare con gli scopi religiosi o educativi o sociali. Qui dobbiamo essere drastici. O gli ambienti parrocchiali mantengono la loro finalità strettamente socio-educativa o si abbia l’onestà di pagare l’Ici.
In breve: sono d’accordo nel far pagare l’Ici sugli ambienti ecclesiastici con scopi commerciali. Per evitare inganni, si facciano controlli più severi, e si faccia un elenco degli ambienti che non hanno scopi strettamente educativi e socio-caritativi.
Non solo se ne avvantaggerà la cassa dello Stato, ma la Chiesa stessa potrà purificarsi la coscienza, e soprattutto ri-convertirsi al Vangelo. Lo Stato guadagnerà per maggiori entrate, e la Chiesa potrà essere più credibile, in nome di quella giustizia che non fa privilegi: tornerà ad essere testimone del Vangelo radicale.   

NotaBene.
I seguenti miei articoli che ora vi propongo li sconsiglio ai leghisti e ai pazzoidi fondamentalisti cattolici: perderebbero tempo, non li capirebbero. Poveretti! Sono ottusi di cervello!

1/ LA PROPRIETÀ PRIVATA È UN FURTO?

venerdì 6 giugno 2008

Il tema su cui vorrei invitarvi a riflettere è la proprietà privata. Le cose da dire sono tante, per cui ho ritenuto necessario dividere il mio intervento in più parti.

Benedetto XVI, nel suo Messaggio per la Quaresima di quest’anno, scriveva al punto secondo:

«Secondo l’insegnamento evangelico, noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo.
Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, i beni materiali rivestono una valenza sociale, secondo il principio della loro destinazione universale (cfr n. 2404).
Nel Vangelo è chiaro il monito di Gesù verso chi possiede e utilizza solo per sé le ricchezze terrene. Di fronte alle moltitudini che, carenti di tutto, patiscono la fame, acquistano il tono di un forte rimprovero le parole di san Giovanni: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il proprio fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17). Con maggiore eloquenza risuona il richiamo alla condivisione nei Paesi la cui popolazione è composta in maggioranza da cristiani, essendo ancor più grave la loro responsabilità di fronte alle moltitudini che soffrono nell’indigenza e nell’abbandono. Soccorrerle è un dovere di giustizia prima ancora che un atto di carità».
Leggendo queste parole, ho gioito perché ho trovato una conferma, molto autorevole, delle mie convinzioni, e ho sperato che almeno i cattolici - perfino coloro che sono sempre pronti a dare ragione al Papa - potessero fare un serio esame di coscienza, visto che proprio questi ultimi sono i più strenui difensori della cultura dell’avere. Ma non è successo così, perché costoro si sono subito preoccupati di chiarire le parole del Papa, rimettendole nel rigido schema di sempre. Appena uscito il Messaggio, ho trovato articoli su siti cattolici in cui si cercava di addomesticare con mille distinguo le affermazioni di Benedetto XVI.
 
Certo, il Papa non ha condannato in modo esplicito la proprietà privata. Ma secondo me ha dato alcuni spunti per porvi dei paletti.

Se le parole del Papa hanno un senso, e io credo che ce l’abbiano, occorre anche tirare qualche conseguenza. Lo vedremo. Vorrei tanto che Benedetto XVI tornasse sulla sua affermazione: «noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo». E vorrei che il Papa insistesse chiarendo meglio il senso di quanto ha scritto, per evitare che i suoi fedelissimi amici di casa lo accusassero di un momento di debolezza o di confusione mentale. Questi amici super-cattolici sono capaci di tutto, anche di proteggere il papa dal papa. Subito pronti a rettificare le sue parole, a farlo ritrattare. Ci vuole poco. Un pensiero buttato lì chissà per quale via provvidenziale si volatilizza in fretta nel marasma di una ottusità cattolica che mira anzitutto a salvaguardare sia la struttura gerarchica che l’ordine sociale fondato sul diritto dell’avere. È difficile per un Papa liberarsi da questi legami che lo tengono prigioniero di un mondo spaventosamente refrattario alla Novità evangelica.

Eppure ci sono i grandi Documenti della dottrina sociale della Chiesa. Molto chiari. Invidiati anche dal mondo laico. Purtroppo, rimangono sulla carta, tenuti nel cassetto. Basterebbe che il Papa citasse uno solo di questi documenti, e avrebbe dalla sua la Chiesa migliore. Ma lui sta attento: si troverebbe isolato, in casa. O forse nemmeno lui è convinto del tutto di quanto i suoi Predecessori hanno scritto: che anche loro abbiano avuto un momento di debolezza o di confusione mentale?

Non avrei difficoltà a citare passi e passi di questi Documenti ecclesiali di carattere sociale, anche se so che coi ciechi di professione non c’è miracolo che possa aprire loro gli occhi.

E sarei tentato di citare anche qualche famoso testo dei cosiddetti Padri della Chiesa, ad esempio qualche frase provocatoria di S. Ambrogio, che è stato uno dei più duri nel condannare i soprusi del diritto alla proprietà privata.

Il grande patrono di Milano sosteneva che se tu hai ad esempio due beni e uno di questi è superfluo, non lo puoi tenere, ma lo devi dare al bisognoso. Notate: lo “devi” dare: quindi, non per spirito di pura generosità, ma per giustizia: se lo tieni per te, sei un ladro. E don Primo Mazzolari andava oltre, stabilendo il criterio per stabilire “il di più”, cioè il superfluo. Il criterio più valido è l’amore, e l’esempio supremo l’abbiamo in quel Cristo che è stato così radicale nell’amarci da dare la sua stessa vita. Ha ritenuto la sua vita “il di più” da offrire all’umanità intera.

Ma ci sono stati anche grandi teologi che non la pensavano come sant’Ambrogio. Teologi che hanno fatto scuola, purtroppo. Vorrei citarne uno: Tommaso d’Aquino, il quale sulla proprietà privata così scrisse:
«La proprietà privata è necessaria alla vita umana per tre ragioni: primo, perché ognuno si preoccupa, più di qualcosa che sia di sua sola responsabilità, piuttosto che di ciò che è posseduto in comune o da molti - poiché in questo caso ognuno evita il lavoro e lascia la responsabilità a qualcun altro, cosa che succede quando troppi sono coinvolti. Secondo, perché le attività degli uomini vengono organizzate in modo più efficiente se ogni persona ha le sue responsabilità a cui adempiere; ci sarebbe il caos se tutti si occupassero di tutto. Terzo, perché gli uomini vivono in maggior pace quando ognuno è contento del proprio compito (“re sua contentus est”). Vediamo infatti che spesso scoppiano dispute tra uomini che possiedono cose in comune senza distinzione».

In breve, secondo san Tommaso, il diritto di proprietà privata sarebbe la migliore garanzia per la pace e per una società ordinata, poiché assicura il massimo degli incentivi per la gestione responsabile della proprietà.

Che cosa dire in proposito? Come confutare le parole di uno dei più grandi teologi della Chiesa?

Vorrei anzitutto distinguere tra proprietà e possesso. La proprietà mi dà diritto a ritenere mia una cosa (è mia a tutti gli effetti). Invece il possesso mi mette a disposizione una cosa, anche nel suo uso, senza tuttavia che io ne diventi il proprietario. Premetto anche che le mie convinzioni riguardano in particolare i beni della Terra, perciò vorrei evitare obiezioni inutili. È proprio in riferimento alla Terra che affermo che nessuno ha il diritto di ritenersi “proprietario” neppure di un centimetro di Terra. Posso possederlo, ma non esserne il proprietario. Dunque, non può esserci alcun diritto di proprietà nei riguardi dei beni della Terra, e neppure dell’Universo. Non dovrà accadere che, un domani, quando andremo su un altro pianeta saltasse in mente a qualcuno di applicare la perversa legge del “chi primo arriva meglio si accomoda”. Se per ipotesi ci fosse il diritto alla proprietà privata mi dovresti rispondere se esiste un criterio veramente “giusto” nella divisione dei beni della Terra. È giusto che i più deboli, i meno veloci, i più imbranati, gli svantaggiati in tutti i sensi siano scartati dal diritto di proprietà? Prova a ragionare, e vedrai che, se ci fosse il diritto di proprietà sui beni della terra, tale diritto sarebbe fondato inevitabilmente sulla più grave ingiustizia umana e sociale.

San Tommaso - mi direte - è un teologo cardine della dottrina della Chiesa. Come puoi mettere in discussione le sue ragioni? Dico subito che anzitutto ringrazio Dio di appartenere a questo secolo, avendo la fortuna di ereditare un progresso di conoscenze che con tutto il rispetto del grande teologo allora - ai tempi di san Tommaso - erano più limitate. Anche se apparentemente l’umanità moderna sembra ancora quel mostro capace solo di ingoiare la parte migliore del Creato, in realtà oggi abbiamo una maggiore consapevolezza della grandezza dell’Uomo e del Creato, forse perché siamo continuamente stimolati da un progresso tecnologico che, con poco e in breve tempo, potrebbe distruggerci. Oggi ci sentiamo più fragili, ed è per questo che ci difendiamo dando più anima al nostro agire.

Potrebbe sembrare paradossale dirlo, ma la società moderna la sentiamo e la viviamo in tutta la sua drammaticità proprio perché maggiore è la coscienza della dignità dell’Uomo e del Creato. Ad esempio, san Tommaso non aveva quella coscienza del valore della pace come l’abbiamo oggi. Tra le sue affermazioni sulla guerra e le dure e inequivocabili parole di condanna di don Primo Mazzolari, scelgo a occhi chiusi don Mazzolari. Casomai san Tommaso mi piace per le sue numerose contraddizioni, perché proprio in queste si intravede il cammino faticoso del progresso teologico, che consiste nell’avvicinarsi al Mistero di Dio, e non per chiuderlo in formule dogmatiche che, per fortuna, si stanno oggi sempre più rivelando deboli, anche per il coraggio di qualche teologo “progressista”. Il dogmatismo della Chiesa ha rallentato per secoli il cammino della verità, la quale è stata costretta a rimanere ferma come in una prigione. Forse si stanno aprendo orizzonti nuovi. Ne vedremo delle Belle.

Sono uscito fuori tema? Non mi sembra. Stiamo parlando della proprietà privata. Le mie convinzioni si basano su un nuovo concetto dell’Uomo e dell’Universo. E soprattutto sull’armonia vitale che esiste tra l’Uomo e l’Universo. Sta qui il punto chiave: l’armonia inscindibile tra l’Uomo e l’Universo.

Convinzioni che possono sembrare a qualcuno troppo radicali. In realtà lo sono. Se tu togli il velo che finora ha protetto una ristretta ed egoistica visuale dell’Uomo e dell’Universo, non c’è parola migliore da usare che “radicalità”. In che senso?

2/ LA PROPRIETÀ PRIVATA È UN FURTO?

venerdì 13 giugno 2008

Riassumendo ciò che ho detto settimana scorsa: sui beni della Terra non esiste il diritto di proprietà. In altre parole: non posso dire che è “mio” un pezzetto di terra anche se ne sono in possesso. Possedere non implica di per sé il diritto di proprietà sulla cosa che possiedo. So che queste affermazioni possono apparire a qualcuno sconvolgenti. Ma forse è giunto il momento di mettere le cose in chiaro.

La Terra è di tutti ed è di nessuno in particolare. Dio - anche se sei ateo non cambia nulla - ci ha dato un mondo meraviglioso perché fosse la casa comune, e se è una casa comune non posso dire: questa parete è mia, questo tavolo è mio, questo quadro è mio. La casa è di tutti, ed è di nessuno. Certo, posso far uso delle cose, ma rispettando sempre la casa. Non posso fare quello che mi pare e piace. La casa, se è comune, deve rispettare le esigenze di tutti, e le esigenze di tutti devono rispettare la casa che è di tutti.

Sembrano verità elementari. Sembrano. In realtà non lo sono, se è vero che finora, dall’inizio del mondo, gli uomini si sono comportati come se ciascuno avesse il diritto di prendersi qualcosa di questa casa e di tenerla per sé, di farne ciò che voleva, dimenticando che l’Universo è la casa di tutti, e non solo di tizio, di caio o di sempronio. Questo è un altro punto su cui discutere. Non è vero - una cosa da sfatare - che l’uomo è il re dell’universo, e come tale si deve comportare. Non è vero. È blasfemo per un credente. Siamo ospiti sulla terra, per non dire pellegrini: passiamo come tutte le cose che non sono eterne. E passiamo lasciando delle tracce, e sono queste tracce che possono abbellire o rovinare il mondo. Non saprei che cos’è il peccato originale. Non l’ho ancora capito. La teologia finora ci ha detto solo delle favole. Vive ancora di miti. In realtà è un mistero la capacità di distruzione che l’uomo ha dentro. Non c’è battesimo che possa attutire tale forza distruttiva. Non sono riusciti gli uomini prima di Cristo, e non sono riusciti gli uomini dopo Cristo. Credo in Cristo, eccome!, eppure mi chiedo come mai in duemila anni di cristianesimo il mondo sembra oggi peggiore di prima, nonostante la Chiesa, nonostante il battesimo, nonostante i sacramenti, nonostante la Messa. Come mai? Manca ancora la cosa principale: la coscienza dell’uomo di essere un ospite su questa terra, di essere un pellegrino, e come tale di rispettare l’Universo, e invece ciascuno sembra un folle nel farsi la guerra per un pezzetto di terra che non è suo. Chi ha insegnato all’uomo a rispettare l’Universo, e ha detto chiaramente che sono ladri coloro che si credono proprietari di un pezzetto di terra, e che lo siamo tutti nel desiderio di averla per poi farne ciò che vogliamo?

Ancora oggi san Tommaso D’Aquino fa scuola, e la stessa Chiesa non fa altro che avere dell’essere umano una concezione puramente misticoide: “santìficati per andare in paradiso”, dimenticando completamente che il primo dovere dell’uomo è quello di “custodire” l’Universo. Il cristiano sembra che viva su questa terra come se questa terra fosse maledetta, facendo di tutto per disinteressarsene, lasciando che i ricchi la sfruttino speculando sopra un bene di Dio. Già, noi siamo nati per andare in paradiso! Che senso ha questa vita, sulla Terra? Me lo chiedo, e lo vorrei chiedere alla mia Chiesa, la cui unica o quasi preoccupazione è quella di far nascere tanti figli sulla Terra, ma per quale motivo? Lo vorrei chiedere alla mia Chiesa che per secoli e secoli ha mandato all’inferno coloro che si masturbavano nel corpo, lasciando che i potenti masturbassero l’Universo!

Perché nessuno ha il coraggio di dire che siamo ospiti su questa terra, che siamo pellegrini, e che il nostro compito è quello di abbellire la casa, e non quello di consumare la bellezza del Creato, di accaparrarsi più beni possibili come se fossimo proprietari? Con quale diritto - lo voglio sapere, se esiste: spiegatemelo! - posso prendermi un pezzetto di terra, un pezzetto di oceano, un pezzetto di cielo, un pezzetto dell’Universo, e dire: Questo è mio, e ne faccio ciò che voglio? Perché i soldi hanno il potere di proprietà su un bene che è di tutti? Sì, la Chiesa ci dice che siamo ospiti sulla Terra, che siamo pellegrini, ma fa solo un discorso etico in vista della santificazione individuale.

Non ho mai sentito una voce ufficiale della Chiesa che dica che nessuno può avere il diritto di proprietà sui beni della Terra. Non sarebbe ora di rivedere tutto l’impianto teologico che finora non ha fatto altro che imporci una visuale distorta dell’Uomo e di Dio, e di conseguenza dell’Universo? L’ultimo libro di Vito Mancuso, “L’anima e il suo destino”, è una benedizione in questo senso: anche se talora faccio fatica a capire del tutto le risposte del teologo, mi piace il fatto che egli ha messo in discussione un impianto che non regge più. Un impianto che la religione cristiana sostiene, ma il cristianesimo non è una religione. Qui sta il punto. Se è così, se il cristianesimo non è una religione, crolla tutta la costruzione teologica. Ma capite le conseguenze che ne verrebbero anche per tutto il mondo della evangelizzazione in genere, e della nostra pastorale parrocchiale?

Chiarito che non esiste il diritto di proprietà sui beni della terra - il che significa che nessuno deve dirsi proprietario del pezzetto di terra che attualmente ha, o per averlo acquistato o perché l’ha ricevuto in eredità: la Terra è invendibile sotto tutti gli aspetti - si tratta ora di stabilire se il possesso (che non è la proprietà, ma l’amministrazione o gestione) possa essere illimitato. Attualmente la legge non mette alcun limite: non solo la legge civile, anche la morale comune non mi proibisce di comperare ciò che posso comperare. Ho soldi, dunque prendo. E così succede che più ho soldi, più voglio beni fino a conquistare il mondo, se potessi. Non allarghiamo la visuale, stiamo nel piccolo. Succede che nei paesi ci siano pochi proprietari, perché c’è chi ha troppo e c’è chi ha poco, o neppure questo, dal momento che c’è una corsa sfrenata al possesso, e chi corre di più (ovvero chi ha più soldi) acquista di più fino a portar via agli altri il loro diritto ad avere un pezzetto di terra. Questo è giusto? Dal punto di vista della legge, sì. Ma dal punto di vista etico, o della legge naturale? Nessuno si pone il problema, anche se i dubbi vengono, ma vengono subito rimossi dal fatto che la legge lo permette e quando la legge permette tutti s’inchinano, per non sembrare disfattisti.

In teoria, bisognerebbe dividere la terra in tanti pezzetti quanti sono i suoi abitanti; dividerla non in proprietà, sia ben chiaro, ma nella gestione o amministrazione. Dio, creando il mondo, l’ha affidato all’uomo perché ciascuno si sentisse responsabile della bellezza del Creato. Non ha certo pensato alle multinazionali o ai capitalisti il cui scopo è quello di accumulare più roba possibile. Ora, se questa era ed è la volontà di Dio - come puoi pensare un Dio diverso? - ne viene che è inaccettabile che un paese sia diviso tra tre o quattro signorotti che fanno il bello e il brutto tempo, acquistando oggi per rivendere domani, speculando sopra la Terra che è sacra, intoccabile e invendibile.

Nessuno può entrare in possesso oltre il proprio diritto a quel pezzetto ipotetico di Terra da dividere fra tutti gli abitanti del mondo. Se tu lo fai, rubi il diritto al mio pezzetto ipotetico. E qual è questo pezzetto ipotetico? Non voglio sembrare un idealista campato per aria, perciò rispondo concretamente. Il pezzetto ipotetico diventa reale nel senso che ciascuno ha diritto ad una abitazione, che è possibile solo se si ha un pezzetto di terra su cui costruire la propria casa. Posso abitare in un condominio, e il condominio occupa uno spazio comune a più famiglie, ma, anche in questo caso, ogni famiglia ha il diritto ad avere un suo orticello.

Sui condomini ci sarebbero tante cose da dire; certo, si occupa meno terreno, ma non so fin dove abitare nei condomini sia del tutto vivibile. Un discorso, comunque da affrontare. Anche qui entrano in gioco speculazioni d’ogni genere. Non penso che esistano costruttori edili che abbiano la vocazione del missionario. Per loro la persona è l’ultima preoccupazione. Forse neppure l’ultima, perché proprio non esiste la considerazione della persona che dovrà abitare quella casa.

Dunque, tornando al discorso del possesso della Terra, deve entrare nella coscienza comune, e possibilmente nella legge umana, il diritto di tutti ad avere (ovvero, possedere) un suo spazio per vivere al meglio la propria esistenza. Il capitalismo, ovvero l’accumulo di beni nelle mani di pochi, diventa allora la violazione dei diritti universali. È il male per eccellenza, ed è per un credente la peggiore violazione del disegno di Dio. C’è anche il piccolo capitalismo, quello dei nostri paesi. Chi possiede più terre al di là del limite - quello fissato dal diritto degli altri - è da condannare.

Direi di più: la legge civile dovrebbe contrastare e punire chi viola il diritto di tutti ad avere un suo pezzetto di terra. Dico legge civile. Ma quella religiosa dov’è? Perché la Chiesa continua a fare l’equilibrista, per timore di scontentare chi, in fondo, gli fa comodo, perché, diciamola francamente, più possiede, e più può elargire a opere religiose. E poi, la Chiesa è a posto in fatto di rispetto del diritto universale ai beni della Terra? Quanti terreni essa possiede? Non solo possiede, ma sostiene di avere addirittura la proprietà su di essi. Secondo l’insegnamento ufficiale della Chiesa, ancora oggi dire che la proprietà privata è un furto, ciò è giudicato peccato, eresia: sarebbe andar contro il volere di Dio. Ma quale volere di Dio? Avete letto su qualche documento ufficiale la condanna del capitalismo? Viceversa, è stato condannato proprio il comunismo che, in teoria, doveva realizzare il grande sogno di dare a tutti il diritto ai beni della Terra. Lasciamo stare che cosa poi è successo: la Chiesa lo ha condannato per il suo apparente ateismo, mentre il capitalismo, siccome non si presenta ateo (anche se in realtà è il peggior ateo che esista), allora la Chiesa ha fatto finta di nulla, attutendo con mille ragionamenti alla Tommaso D’Aquino le conseguenze deleterie, ma soprattutto il principio fondante, ovvero l’accumulo di beni, e perciò la cultura dell’avere che porta a giustificare il furto per eccellenza, che è la proprietà privata.

3/ LA PROPRIETÀ PRIVATA È UN FURTO?

venerdì 20 giugno

Riassumo i due interventi precedenti sulla proprietà privata. Una prima affermazione. Sui beni della terra non esiste il diritto di proprietà privata. Essere possidente di un pezzetto di terra non è la stessa cosa che esserne il proprietario. Posso possedere, avere cioè in uso, amministrare un bene della terra, ma nessuno deve dirsi proprietario di quel pezzo di terra. Quel pezzo di terra non è mio: la Terra è di tutti. Una seconda affermazione. Il possesso però non mi dà il diritto su tutta la terra, ma solo su quel pezzetto ideale o ipotetico a cui ciascun abitante ha diritto in nome della destinazione universale dei beni della Terra.

Nessuno, dunque, può, nessuno deve “possedere” più dell’indispensabile, il che significa: tu, anche se hai in banca miliardi e miliardi tali da poter comperare il mondo intero, non puoi avere a tua disposizione per gestire o amministrare (non sono tuoi!) terreni più di quanto ti permette il principio inviolabile della destinazione universale dei beni. La Terra non è del miglior offerente. Non può andare sul mercato. E questa non è l’idea fissa di un pazzoide, derivante da chissà quale ideologia marxista. La destinazione universale dei beni è fondata sul diritto naturale, che per un credente è anche un diritto divino.

Per essere più chiaro e concreto. Pensiamo ad un paese. (Tra parentesi: il problema della città è grosso; mi chiedo: che senso ha una città, ovvero un insieme di condomini, l’uno addossato all’altro come sardine, senza uno spazio di verde, tutto cemento e asfalto? Il cittadino si sente tagliato fuori dalla Terra: uno sradicato). Nei nostri piccoli paesi, in cui la terra è la vita che respiriamo tutti i secondi, l’ambiente che ci circonda con il profumo del suo verde e dei suoi boschi, è più facile vedere il rapporto diretto abitante-terra, ed è più facile notare il contrasto possidente e non possidente. Uno si chiede: perché lui sì, ed io no? Perché il ricco può possedere latifondi, ed io non ho neanche la possibilità di costruirmi una casetta? Perché? Certo, il perché rimane lì sospeso: non mi sfiora il dubbio che la proprietà privata sia un furto, tanto è vero che, se potessi, se avessi i soldi, se riuscissi ad entrare nella concorrenza, non esiterei a comportarmi come fanno tutti i latifondisti. Ed è qui che dico che manca una formazione o, meglio, una coscienza del diritto naturale secondo cui nessuno ha il diritto di proprietà privata sulla Terra e secondo cui non si può possedere oltre il dovuto che è stabilito dal diritto di tutti ad avere in gestione un suo pezzetto di terra.

Vorrei essere ancora più brutale. Se tu hai due pezzetti di terra, rubi a un altro il suo diritto ad avere il suo. Perciò per me sei un ladro, se ti prendi anche il mio diritto. Di ladri nei nostri piccoli paesi ce ne sono. Ogni paese ha i suoi. Sono coloro che hanno troppo, più del dovuto, quel dovuto i cui limiti sono fissati dal diritto degli altri. So di insistere. So di annoiare. Ma non importa. Coi sordi bisogna usare tutti i sistemi possibili per arrivare a toglierli dalla loro sordità preconcetta, dovuta anche a una millenaria malsana convinzione di ritenere giusto il diritto assoluto di proprietà privata, un diritto per di più stabilito dalla legge del mercato più liberale. Liberale naturalmente per chi lo può sfruttare al massimo, sul criterio dell’avere più sfrenato. Si potrebbe anche parlare di principio liberale, quando però tutti vengono messi sullo stesso piano. Come puoi usare la parola “liberale”, quando in realtà i soldi circolano coi soldi? Capisci che cosa vuol dire la parola “liberale”?

Qualcuno potrebbe obiettare: “A che servono le tue belle idee, quando la realtà è totalmente diversa ed è stabilita dalla stessa legge? Un Comune non può proibire ad un cittadino di comperare tutte le terre che vuole”. È vero. E andremo avanti così fino a quando non si avrà la forza di far cambiare una legge, quella che ritiene leciti la proprietà privata e il possesso illimitato dei beni della Terra. “Ma è una legge secolare!”. È vero. Ma ciò non toglie che sia sbagliata. Fino all’altro ieri era convinzione comune che la guerra fosse anche giusta. Oggi è maggiore, corale, direi popolare la convinzione che la guerra, ogni guerra, è ingiusta, da condannare, da bandire dalla faccia della Terra. Sono convinto che si arriverà a riconoscere ciò che ora sto dicendo sulla proprietà privata. Ma… perché aspettare domani? Non sarà troppo tardi? Occorre insistere nel seminare le verità, anche perché le verità che oggi sono certezze sono il frutto di semine, talora col sangue, di profeti del passato.

Non serve lanciare oggi una idea, e poi lasciarla subito evaporare. Bisogna far sì che l’idea entri nella cultura, e la cultura richiede una educazione costante, capillare, tenace.

Inoltre riflettiamo: forse non si vuol riconoscere che tutte le tragedie legate alla Terra dipendono dal diritto di proprietà privata. La Terra è data in gestione perché sia onorata, curata, salvata dall’egoismo dell’uomo. È il diritto di proprietà che favorisce l’egoismo.

Qualcuno si aspetta ora che io dica una parola su quella tassa che va sotto il nome di ICI (Imposta Comunale sugli Immobili). Una tassa tanto vituperata quanto oggetto di seducente propaganda elettorale. Tanto odiosa per il cittadino quanto provvidenziale per i nostri Comuni. Ed ecco la domanda: l’ICI è un peso insopportabile che andrebbe eliminato, una di quelle tasse “ingiuste” che il governo si è inventato per prenderci dei soldi (anche se a scopo sociale), oppure - ecco il punto - l’ICI ha un suo fondamento direi giuridico, in quanto richiama la destinazione universale dei beni della Terra? La mia risposta è chiara, se teniamo presente quanto ho detto sulla proprietà privata. L’ICI rientra a pieno titolo tra i doveri che il possidente di un terreno ha in quanto affittuario di quel terreno. Se sono affittuario, devo pagare la tassa d’affitto. Quel terreno non è mio, lo amministro, dunque ho il dovere di pagare una tassa. L’ICI perciò non è una tassa sulla casa in sé, ma sul terreno su cui è stata costruita la casa. La casa certamente è mia, se l’ho acquistata o ereditata: sono sì il proprietario a tutti gli effetti della mia casa, ma non posso dire altrettanto del terreno su cui si trova la casa. Sono proprietario della casa, ma non del terreno. Perciò è giusto che io debba pagare una tassa: non sulla casa in sé, ma sul terreno. Una tassa che andrà per il bene comune.

Dunque, abolire totalmente l’ICI sul terreno è una violazione della destinazione universale dei beni della terra. È chiaro che la tassa andrà valutata in base alla quantità del terreno di cui sono il possessore, di qualsiasi terreno, anche se non fosse edificabile. Sono contro l’abolizione totale dell’ICI anche sulla prima casa, ma sono favorevole ad una sua più equa valutazione.

Detto questo, se le mie convinzioni sono giuste, diventano veramente ridicole e insopportabili le ragioni che solitamente si portano in favore dell’ICI o contro l’ICI. I Comuni si lamentano che senza gli introiti dell’ICI i loro bilanci andrebbero in crisi (dunque, i motivi sono di convenienza economica), mentre, dall’altra parte, alcuni politici parlano di una tassa “ingiusta”, per non dire “scellerata”. Vi leggo ciò che ha scritto Maurizio Lupi, di Forza Italia e ciellino - il quadro è completo! - il quale, costretto a dar ragione al suo padrone che in campagna elettorale aveva promesso l’abolizione dell’ICI sulla prima casa, così scrive: «Dunque perché tagliare l’ICI? Il motivo è semplicissimo: l`ICI è un’imposta che colpisce l’abitazione, un bene che la maggior parte degli italiani ha acquistato a costo di enormi sacrifici. E per questo motivo viene percepita come una delle tasse più odiose. Noi del Popolo della libertà riteniamo invece l’abitazione un diritto di ciascun individuo e per questo non intendiamo che su di esso gravi alcun tipo di prelievo fiscale».

Come vedete, l’onorevole Maurizio Lupi non ha idee per nulla chiare e non sa che esiste la destinazione universale dei beni della terra, non sa che la proprietà privata su di essi è un furto, non sa che è giusto pagare una tassa su un terreno che non è mio e che la tassa non è sulla casa ma su quel terreno. Più confusione di così!

Alcune osservazioni finali. Non capisco perché pochissimi, quasi nessuno, tra i Comuni italiani hanno contestato l’abolizione dell’ICI, e non l’hanno fatto neppure in nome di un motivo prettamente economico. Che i nostri Comuni siano talmente ricchi da fare a meno degli introiti dell’ICI? Più coglioni di così si muore!

E vorrei dire un’altra cosa: non sarebbe stato un segno di grande maturità civica proporre da parte dei cittadini di pagare liberamente la tassa sul terreno che ciascuno possiede? Fino a quando l’onorevole Maurizio Lupi parla di giustizia sociale, posso essere d’accordo, ma la lezione non deve venire certo dal suo Padrone. E stiamo attenti: è facile dire: siccome le tasse sono distribuite male, allora è bene toglierle. Ma tutti sanno che le tasse ci vogliono, ma nessuno ha il coraggio di dire che, se si toglie una tassa da una parte, se ne inventano altre dieci dall’altra.

E a pagare è sempre il cittadino, non i politici, caro Lupi, e tanto meno il tuo padrone che, quando gli serve, si fa le leggi ad personam per purificarsi la coscienza, naturalmente con la connivenza dei cattolici ciellini sempre pronti a prostrarsi al dio avere.

A parte questo, più che dare soluzioni semplicistiche, forse bisognerebbe educare la gente ad una maggiore coscienza del bene comune: se ho diritto ad un servizio sociale, è anche giusto che il cittadino collabori al mantenimento di tale servizio e, se bisogna tagliare inutili apparati statali, forse le prime da tagliare sono le teste vuote e inefficienti, ma costose che rappresentano la buona parte del parlamento italiano.

Caro Lupi, di’ al tuo padrone, che di terreni ne ha molto più del dovuto, che lui sì è il capo dei ladri, perché toglie la possibilità a milioni di italiani di avere un loro pezzo di terra. Altro che togliere l’ICI dalla prima casa: bisognerebbe fare una legge per togliere ai ricchi le loro terre in più che hanno.

NESSUNO CI RUBI LA BELLEZZA
DELLA TERRA
venerdì 27 giugno 2008

Se è vero che - per me lo è e sono convinto che lo sia perché è di diritto naturale - che nessuno può appropriarsi di un benché minimo pezzetto di Terra (la proprietà privata è contro la destinazione universale dei beni della Terra), dovrei dire la stessa cosa, anzi di più, della Bellezza della Terra. Intendo dire che nessuno può rubarci il diritto di contemplare la Bellezza dell’Universo. Nessuno può proibirci di guardare le cose Belle. La Bellezza di questo mondo è di tutti. Se non ho la possibilità di “amministrare” un bel angolo di paradiso in terra, ho però almeno il diritto di “contemplarlo”. La Bellezza del Creato non è solo tua. Perciò non puoi proibirmi di “vedere” ciò che è Bello. Ecco perché sono contrario alle siepi protettive della privacy di una bella villa circondata da un Bel giardino. Perché mi proibisci di “contemplare” il giardino e la tua Bella casa? Se hai la possibilità di rendere “Bello” un angolo di Terra, perché mi proibisci di contemplare la Bellezza che è qualcosa di divino? Se tu potessi leggere ciò che ho scritto, noteresti che uso la lettera maiuscola quando parlo di Terra e di Bellezza. Ciò fa già capire l’importanza che do sia alla Terra che alla Bellezza. Un’importanza che richiama attenzione, rispetto.

Quando poi parlo di Bellezza è come se entrassi in un altro mondo, ma questo “altro” mondo è già qui. A mia disposizione. È mio, e non è mio. È mio da contemplare, ma non da proprietario. La Bellezza non è vendibile. È a disposizione di tutti, perché tutti se ne facciano catturare. E se la Bellezza fosse vendibile, non ci sarebbe una cifra disponibile per comperarne un solo respiro nemmeno per un attimo. La cosa più vergognosa - una specie di blasfemia - è quando metto sul mercato le cose Belle. E parlo di opere d’arte. Ripugna che si possa comperare un’opera d’arte, o un brano musicale. Qui i discorsi si farebbero lunghi, e complessi.

Torniamo alla Terra e alla sua Bellezza. Dio ci ha messo del suo quando ha creato l’Universo. Questo “qualcosa di suo” è proprio la Bellezza. Prendere la Bellezza e venderla è simonia. Prendere la Bellezza e proibirla agli altri è forse il peccato più grosso. Parlerei di ingiustizia, proprio perché la Terra non è di nessuno, ed è di tutti. Così si deve dire della Bellezza. Direi di più. Se mi tolgono il diritto al possesso di un pezzo di terra, soffro proprio perché è un mio diritto. Ma se mi tolgono anche il diritto a contemplare il Bello, allora soffro ancora di più, perché senza la Bellezza non si può vivere. A meno che vivere non significhi altro che riempirsi il tubo digerente.

E, soprattutto oggi, in un contesto sociale dove predomina la cultura del dio avere, soffro nel constatare gente che, quando sente questi discorsi che sto facendo sulla Bellezza, volta via la testa, dicendo: Ti ascolteremo un’altra volta! Quando si perde il gusto della Bellezza, si è perso tutto. Tutto il Creato vive di Bellezza, mentre l’uomo moderno vive di tecnicismo privo di Bellezza. Ecco perché oggi tutto sembra brutto: la fede, la religione, la politica. Tutto brutto! Il brutto è di casa, se la casa è una reggia dove tutto splende, ma il riflesso è solo un mondo di cose apparentemente belle, ma senz’anima.

La Bellezza della Natura è la Natura in sé. La Natura non ha bisogno di cure estetiche. Si impone da sola. Tutto è Bello nel Creato. Una Bellezza che sta soprattutto nel piccolo.

So che parlare della destinazione dei beni della Terra potrebbe far sorridere coloro che risiedono in una città, dove al massimo puoi trovare un metro di terra di destinazione pubblica in cui, per fortuna, far crescere un po’ d’erba e qualche fiore. È rimasto ancora qualche vecchio cortile, ma… fino a quando? Ma è proprio pensando ai cittadini che vorrei battere il chiodo sulla destinazione universale della Bellezza della Terra. Tutti hanno diritto a contemplare il Bello, ancora di più coloro che sono costretti a vivere in condomini di una città dove respiri solo cemento e asfalto. Un cittadino sogna di poter uscire e passeggiare in mezzo ai campi o ai boschi di una zona collinare. Ma se poi gli è proibito di contemplare la Natura, che cosa gli rimane?

La Bellezza, già l’ho detto ma serve ripeterlo, è di tutti: non è in vendita. È a disposizione di ciascuno, perché la Bellezza per sua stessa natura è fatta per essere contemplata, ammirata, gustata. E se possiamo parlare di un diritto in più, è per coloro che vivono in ambienti dove la Bellezza è del tutto scomparsa, tranne naturalmente dal cuore della gente. Ma anche nel cuore della gente la Bellezza fatica a respirare quando si vive in un contesto ambientale dove lo stress è terrificante dal mattino alla sera; dove più che i sorrisi sul volto della gente vedi tensione, preoccupazione, fretta. Se non puoi parlare con qualcuno, non ti rimane che guardare il cielo, quando riesci a vederlo, o, in lontananza, la cima di un monte, in una giornata di vento. E ti sembra di rivivere, pensando che il mondo non è poi tutto uno stress. Ma in città ti proibiscono di vedere anche il cielo o la vetta di una montagna, a meno che non abiti all’ultimo piano di un grattacielo. Ti chiudono ogni visuale, in nome del diritto universale alla... casa. Ma di quale casa si tratta? Quattro mura in una specie di labirinto a spirale! E tu la chiami casa?

Ma non tutti sono sfortunati: c’è chi può e acquista una villa in campagna o in montagna, e qui può godersi il... paradiso. E se lo tiene così caro che diventa geloso che altri se lo godano. I poveri cristi o hanno un pezzetto di terra da coltivare, ma non è suo, o (non penso solo all’Italia!) vivono in baracche dove la terra è solo una fogna. E qui parlare della Bellezza del Creato è una bestemmia!

E succede che i ricchi, gli straricchi, non solo rubano agli altri il diritto ad un pezzetto di Terra, ma neppure loro si godono ciò che hanno, il di più che hanno, perché sono sempre in viaggio a contemplare bellezze esotiche a cui possono accedere solo gli aventi i meno diritti. Questo è il mondo creato da Dio? Un mondo in cui i ricchi si prendono più terre possibili, si comprano perfino la Bellezza, vietandone l’accesso, il godimento degli occhi a coloro che, già sfortunati perché onesti, vorrebbero almeno nutrirsi l’anima di un dono che Dio ha messo in questo mondo perché fosse di tutti!

Utopista? Sì, lo sono. E lo sono anche perché forse non vorrei aprire del tutto gli occhi: i poveri di oggi corrono un pericolo, un forte pericolo - è la società imbevuta di avere che provoca continuamente -, ed è il rischio di cadere nella tentazione di desiderare la Bellezza con la stessa avidità del ricco che può comperarla e proibirla agli altri. Anche dalla gente comune sento spesso dire: Che bello! Quanto costa? Se potessi... Povera Bellezza, sei proprio in un giro di mercato che non risparmia proprio niente e nessuno!

È proprio il caso di dire: Beati i puri di cuore perché vedranno... la Bellezza di Dio!

Prima di concludere, vorrei proporvi una pagina interessante: si tratta di un dialogo che ho trovato nel film “I cento passi”, diretto da Marco Tullio Giordana, film pregevole che ricorda e omaggia l’operato di Giuseppe Impastato, militante comunista siciliano della generazione del ‘68, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978.

Guardando dall’alto d’una collina di Cinisi, giù verso il mare lontano e verso l’aeroporto di Punta Raisi, il protagonista vede i luoghi fisici in cui la mafia prospera e uccide, e insieme vede un luogo dell'anima che finisce per renderla possibile. A tutto ci si abitua, dice a Salvo, suo compagno d’impegno civile e umano. Per quanto la cupidigia possa depredare, l'omertà favorire, la rassegnazione consentire, la paura subire, con il tempo tutto appare normale, addirittura naturale. Palazzacci orribili sorgono nel mezzo di periferie squallide e vuote? Ebbene, pian piano uomini e donne li abitano, mettono tendine alle finestre, e lo stupore eventuale s'attenua, stinge verso il grigio neutro dell'abitudine. Poi, a un certo punto, ogni cosa sembra dover essere così, da sempre e per sempre. Ecco perché bisognerebbe - ecco il punto - insegnare la bellezza, a quegli uomini e a quelle donne: perché lo stupore resti ben vivo, perché nell'abitudine non ne vada dissipata la forza.

Ascoltiamo prima il dialogo, poi faremo un commento. Il dialogo avviene tra Giuseppe Impastato e l’amico Salvo.

Giuseppe:
- Sai cosa penso? Quest’aeroporto in fondo non è brutto, anzi...

Salvo:
- Ma che cosa dici?

Giuseppe:
- Visto così dall’alto... uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo, e invece non è così. In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte, poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere: fanno ‘ste case schifose con le finestre in alluminio, i muri di mattoni finti... mi stai seguendo?
 
Salvo:
- Eh, ti sto seguendo.
 
Giuseppe:
- i balconcini, la gente ci va ad abitare e ci mette le tendine, i gerani, la televisione... tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste. Nessuno si ricorda più di come era prima. Non ci vuole niente a distruggere la bellezza.

Salvo:
- T’ho capito, e allora?

Giuseppe:
- e allora, allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ‘ste fesserie bisognerebbe ricordare alla gente che cosa è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla.

Salvo:
- la bellezza?

Giuseppe:
- la bellezza. È importante la bellezza, da quella scende tutto il resto.

Vorrei leggervi ora un commento che mi pare interessante. L’ho trovato su un sito.
«Giuseppe Impastato sembra abbandonarsi ad una visione romantica della bellezza: bellezza come natura, origine, assoluto, mistero, come esperienza impenetrabile all’analisi: bellezza come fonte primaria da cui “scende tutto il resto”. Egli appare guidato da un sentimento interiore, pur conservando una sottile e tenace vena politica. Accanto a questa visione classica della bellezza (classica perché la storia dell’estetica almeno fino al romanticismo si è rapportata fondamentalmente all’imitazione della natura ponendo in secondo piano i rapporti di classe) si definisce - attraverso tutta una serie di osservazioni sull’intervento umano nella natura, dall’aeroporto ai gerani sulle finestre - un ritratto della falsa coscienza, in particolare di un orizzonte estetico inculcato e inautentico: “tutte le cose - dice Giuseppe all’amico -, anche le peggiori, una volta fatte, poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere”.
Segue la frase culminante del discorso: “Bisognerebbe ricordare alla gente che cosa è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla”. Un’indicazione che mi sembra molto importante, ma su cui la critica d’oggi spesso getta la spugna.
Che non venga sviluppato un discorso estetico dalle classi dominanti, trovo che sia logico: il potere impone la sua estetica, la inietta abusando della buona fede della gente con false illusioni, ha i mezzi per farlo, non ha bisogno di argomentarla, di giustificarla, anzi, evita di farlo in modo che alla fine la gente si abitui all’idea che “tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste”. Che il discorso estetico venga meno alle classi subalterne è invece da spiegare solo come un atto di abdicazione, di accettazione. Le classi subalterne per salvaguardare e diffondere la loro estetica non dispongono dei mezzi potenti delle classi dominanti e non possono permettersi di confidare solo sulla potenza della bellezza (“uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo, e invece non è così”), hanno bisogno di tessere un discorso, di produrre una visione estetica esplicita, di conquistarsi una voce, un vocabolario, per “ricordare alla gente che cosa è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla”, appunto».

 

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