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18 dicembre 2011

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Lettera natalizia al cardinale


Vorrei rivolgermi alla Chiesa in genere, nei suoi cardinali o vescovi o preti o suore che la rappresentano. Tuttavia indirizzare questa lettera al cardinale di Milano mi permette di dare più concretezza e anche più passionalità alle mie parole.

La diocesi milanese è la mia: vi appartengo da quando sono nato, e soprattutto da quando sono diventato prete diocesano. Sono prete milanese, e me ne vanto, senza con questo sentirmi superiore agli altri preti diocesani o religiosi: anzi, guardo continuamente fuori, perché lo Spirito soffia dove vuole.

La diocesi milanese può anche spaventare proprio perché nel grosso la struttura soffoca lo Spirito, e la Profezia frena i suoi impulsi. Milano non ne è esente, pur nella sua secolare ricchezza ecclesiale: ricchezza di tradizioni, di grandi vescovi, di santi preti e suore, oltre ad una santità popolare che, nella sua umiltà, ovvero nella radicalità nella terra, è stata una fucina di vivacità sempre creativa.

Tutti guardano alla nostra diocesi, forse perché è una tra le più grandi, forse perché, pur senza volerlo, impone una certa soggezione: nel campo economico, politico, e anche in quello ecclesiale. Ed è per questo che la mia critica si fa ancor più acuta.

Non vorrei, eminenza, cadere nel solito qualunquismo, un po’ la caratteristica del clero lombardo, di criticare un po’ tutti e un po’ tutto. Lo sappiamo: i preti milanesi borbottano quando li si tocca sul vivo, e li si schioda dal loro individualismo, diciamo localismo. Non per nulla l’ideologia legista ha preso piede anche tra il clero milanese. I bei discorsi li accettano, ma che non scendano a disturbare la loro quiete, o quell’immobilismo pragmatistico di chi vive alla giornata, pur tra mille preoccupazioni o un indefesso lavoro pastorale, ma sempre nel cerchio chiuso di una pastorale “localicista”.

Eminenza, in occasione di questo Santo Natale vorrei lanciare qualche provocazione.

La crisi economica che ha investito anche l’Italia – a causa di una politica dissennata non solo mondiale, ma anche di un governo precedente che ha distrutto ogni valore democratico, con l’appoggio di una gerarchia miope e opportunista e di movimenti ecclesiali senza scrupoli – non può lasciarci indifferenti come cristiani, in particolare in questi giorni che paradossalmente, per il consumismo che li caratterizza, acuiscono ancor più il senso del precariato: si è costretti a ridurre il superfluo che consiste in regali, in cene, in viaggi, o in quel turismo esotico che da anni ha preso la testa degli italiani.

Eminenza, non è l’occasione “provvidenziale” perché il Natale torni ad essere “essenziale”? Non ho la presunzione di insegnarLe qualcosa, ma una domanda me la sto facendo: che cos’è il Cristianesimo? Dove sta il suo radicale messaggio? Lo so: non è una dottrina, ma una Persona, Gesù Cristo. A maggior ragione, Cristo è presente nella “sua” Chiesa? Se dovessi rispondere alla domanda a partire dalle feste religiose, mi sentirei in un grande imbarazzo, e questi giorni natalizi li vivrei nella solita angoscia “esistenziale” che va oltre la precarietà economica.

E allora… perché non dare un taglio netto al fogliame inutile, e potare la pianta per darle quella vitalità che prima o poi la renderà di nuovo “fruttuosa”?

Giorni fa ho ricevuto i soliti auguri da un monastero di clausura, e dentro ho trovato il solito bollettino postale per versare un contributo. Prima non ci avevo mai fatto caso. Stavolta mi ha preso una certa stizza. Come si può accostare gli auguri ad una richiesta di soldi? Non è blasfemo nei riguardi di un Mistero che dovrebbe metterci in crisi per quella Nascita che ha affascinato poeti, scrittori e artisti proprio per la sua povertà, nudità e essenzialità? E noi cristiani che cosa ne abbiamo fatto? Una ghiotta occasione per chiedere soldi. Certo, a fin di bene! Ma ciò giustifica la strumentalizzazione del Mistero? E che dire poi di noi preti che, proprio in occasione delle più grandi festività religiose, Natale e Pasqua, distribuiamo buste pro opere parrocchiali? Non è proprio possibile staccare i due momenti: quello delle offerte, pur necessarie per sostenere le spese anche solo ordinarie di una comunità efficiente, e quello del Mistero da santificare in tutta la sua purezza di fede? Non parlo poi dei vari banchetti che si allestiscono sui sagrati per vendere questo o quello. Non è più sopportabile! Conosco parrocchie, dove, tutte le domeniche, trovi un banco vendita davanti alla chiesa. Non si può dare un taglio?  

Eminenza, torniamo all’essenzialità! Con questo non intendo diminuire il valore della carità. A Natale ci si sente più buoni, e si è più disposti ad aiutare gli altri. Si augurano centri assistenziali: fa più colpo a Natale! Ma non si può cercare di equilibrare il tutto, nel rispetto del Mistero e nel dovere di aiutare il nostro prossimo? La carità non vive solo di Natale!

Lei conosce la polemica di questi giorni sull’Ici che la Chiesa non pagherebbe, per certi privilegi oggi non più accettabili, sui beni immobili a scopo di lucro, diciamo a scopo commerciale. Non è il caso di rifletterci seriamente, e decidersi una buona volta a dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio? Ma, soprattutto, non è il momento anche qui “provvidenziale” per purificare i nostri ambienti parrocchiali, restituendo loro quella finalità strettamente educativa, diciamo socio-educativa, che si è persa per tanti motivi, tra cui la poca affluenza, e che perciò ha indotto ad affittarli? E le tasse?

Non sarebbe il momento “provvidenziale” per invitare i preti a non eseguire i lavori in nero, e ad essere più onesti nei loro bilanci? Lo so: sull’Iva possiamo avere anche qualche riserva. È troppo gravosa, anche perché lo Stato usa strani modi per applicare le tasse: le aumenta in vista degli evasori, per cui gli onesti sono costretti a pagare il doppio. Ma questo non giustifica il nostro brutto vizio clericale di invitare la gente ad essere onesta, mentre noi preti razzoliamo male.

C’è di più, eminenza. Non è il caso di snellire un po’ gli apparati curiali? Non è il momento di verificare lo sciupio di carta stampata – manifesti, locandine, depliant, libretti – che arrivano nelle parrocchie in pacchi voluminosi da essere poi cestinati? A che serve questo dispendio di soldi? Questa è essenzialità, è povertà?

Da ultimo, anch’io faccio il mio esame di coscienza. I preti milanesi sono poveri o sono borghesi: non solo nell’animo, ma anche nella vita quotidiana, nelle loro scelte pastorali, nei loro riposi settimanali? Non sarebbe il caso di rivedere la storia poco chiara dell’otto per mille? I preti oggi non vivono il precariato come la nostra gente comune. Non soffrono la crisi. E neppure ci pensano. Neppure riducono il loro tenore di vita, se non altro per un certo pudore nei riguardi della propria comunità. Noi preti prendiamo troppo, sciupiamo troppo, evadiamo troppo! Quale testimonianza diamo?        

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