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2 gennaio 2012

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Per il nuovo anno: quale augurio? La “filosofia della sufficienza”!


All’inizio di un anno nuovo, si fanno gli auguri, i soliti:
che l’anno nuovo sia migliore!

Nessuno vorrebbe che:
succedessero altre disgrazie,
venisse a mancare un’altra persona cara,
ci fosse un’ulteriore recessione…

Ci si augura “un di più” in felicità.
E poi succede che la felicità, anche “con il di più”,
ci lascia sempre insoddisfatti.

“Quel di più” ha la capacità di renderci sereni?
Probabilmente no, ma noi non ci rassegniamo
a vivere senza “quel di più”,
anzi si vive di desideri “di un di più sempre di più”,
creando uno squilibrio tale tra la realtà e il desiderio
da procurare gravi forme di stress e talora di vera pazzia.

Oggi non siamo contenti,
non tanto perché possediamo poco,
ma perché non conosciamo il limite
oltre il quale si verifica lo squilibrio mentale.

Noi occidentali dovremmo riscoprire
“la filosofia della sufficienza”,
ovvero quel saper vivere di ciò che basta
perché si mantenga l’equilibrio tra il corpo e lo spirito.

In fondo, siamo stati noi cristiani
a separare l’anima dal corpo,
ad avere cioè della vita una visione dualistica,
in nome di quel principio secondo cui
ogni realtà è composta di bene e di male,
per cui siamo stati educati secondo il criterio
che il corpo è tutto il male e l’anima è tutto il bene.

Tutti sanno a quali pericoli possa condurre
una tale visione della vita,
ovvero alla rivincita del corpo sull’anima
appena l’anima soffre perché separata dal corpo.

E i primi a pagarla sono proprio i credenti
che hanno lasciato il corpo nelle mani della società,
per poi riprenderselo, di nascosto e con inganno,
quando il regno di Dio ha bisogno della società dell’avere
per imporre le proprie regole dis-incarnate.

Strano, no?
I primi a venir meno alla “filosofia della sufficienza”
sono proprio quei cristiani che
a parole parlano di un regno spirituale,
ma in pratica non sono mai sazi dei beni di questa terra.

Osservate le strutture della Chiesa!
Sembrano che vogliano competere
ma nell’arte dell’abbondanza:
il tutto - naturalmente secondo loro –
per gli interessi dell’anima,
di un’anima che, chissà perché, parla male del corpo,
ma poi se ne impossessa in modo diabolico.

A me sembra che i più squilibrati
siano proprio i credenti che non sono mai riusciti
a vivere la “filosofia della sufficienza”:
pretendono di far convivere due eccessi,
quello di un corpo smodato
e quello di un’anima assetata di soddisfazioni spirituali
- ci sono anche orgasmi mistici! -.

Volete il solito esempio?
Dire vaticano sarebbe facile e anche comodo,
un capro espiatorio che può coprire
ben altre magagne nella Chiesa.

Vorrei puntare ancora il dito contro i Movimenti ecclesiali,
i veri modelli di squilibrio osceno e blasfemo.
Perché non presentano pubblicamente i loro bilanci?
In nome dell’anima o di uno pseudo-dio
giustificano ogni sotterfugio, e sporchi affari,
arrivando al punto di sovvertire
gli stessi diritti di quella giustizia sociale
che non dovrebbe avere privilegi
solo perché si pretende di far valere i diritti
di una Chiesa che predica bene e poi razzola male.

E che dire dei santuari, alla Padre Pio tanto per intenderci,
che sovrabbondano di ogni ben di dio,
distribuendo in compenso grazie simoniache?

Se entrate in questi luoghi di culto,
luccicanti d’oro e circondati da sacro mercato,
oltre l’acre e allucinogeno incenso,
sentirete l’odore dello sterco del demonio.

Lì distribuiscono il perdono per i peccati, ma al solito prezzo:
un’offerta di denaro, in nero naturalmente,
secondo il detto evangelico opportunamente parafrasato:
“date a dio ciò che è di dio,
noi non siamo di questo mondo”.

Perché dovrei insistere sul dovere educativo della sufficienza,
quando noi educatori, credenti o non credenti,
siamo i primi veri squilibrati, tesi tra
l’avere sempre più abbondante
e i nostri sogni di felicità,
incapaci ormai di offrire ai più giovani un mondo diverso?

“Filosofia della sufficienza”:
ovvero capire che, per vivere bene,
basta ciò che basta!

Ciò che ho detto non è farina del mio sacco.
Se lo pensate, vi sbagliate di grosso.
Perché non andate a rileggere la pagina di Matteo,
là dove, al capitolo 6, 19-34, Gesù insiste
con quel verbo scandito come un martello pneumatico:
“non preoccupatevi”… ?

Gesù alludeva soprattutto ai beni di questa terra,
al loro accumulo – da qui la parola capitalismo –
a quell’eccesso di precauzioni per il domani
che però fa star male l’oggi.

“Non preoccupatevi del domani
– è ancora Cristo che parla –
perché il domani si preoccuperà di se stesso”.

Forse ai giovani bisognerebbe fare un discorso un po’ diverso:
loro bruciano l’oggi senza pensare al domani,
e lo bruciano nell’effimero, nel superfluo,
nella sbornia di apparenze che durano finché durano,
purché diano quella soddisfazione momentanea
che li possa distrarre dal presente.

Ma quale esempio hanno questi giovani
da una società di ingordi adulti a cui sembra che
manchi ad ogni istante la terra sotto i piedi?

Questi adulti vogliono, vogliono, vogliono,
non si accontentano mai di volere,
e, quando effettivamente la terra manca loro sotto i piedi,
allora tutti i grandi valori saltano di colpo:
il bene comune diventa il lusso di chi sta bene:
- la giustizia garantisca anzitutto i diritti personali!

Sembra che un popolo intero si risvegli,
riprenda coscienza civile, lotti per la giustizia,
ma è solo un’apparenza:
quel popolo è un insieme di pretese individuali,
tanto individuali che basta poco perché svanisca
l’apparenza di essere popolo.

I lavoratori si scannano tra di loro,
fanno intese anche con i padroni purché
il posto di lavoro sia garantito anche a rischio della salute,
mettendo in pericolo anche l’ambiente.

Stiamo perdendo – l’abbiamo persa da tempo! –
la giusta misura delle cose,
o quell’equilibrio di cui parlavo all’inizio,
per cui ci stiamo auto-distruggendo da soli,
in nome di un avere che ci porterà all’inferno.

Ci vogliono anche i soldi,
ci vuole anche un posto di lavoro,
ci vuole anche una casa,
ma ci vuole anzitutto quel senso del limite,
o quella capacità di valutare la relatività di ogni cosa.

Ci manca la saggezza,
ci manca la filosofia della sufficienza,
ci manca l’equilibrio tra avere ed essere,
e tale mancanza non fa che produrre infelicità,
non fa che aggravare la crisi,
non fa che scavare la nostra fossa.

Perché non ci chiediamo:
ciò che oggi ci viene a mancare sotto in piedi
e di cui sentiamo quasi una crisi di astinenza
che cos’è: un bene essenziale
o non è forse un accumulo di superfluo?

- Faccio fatica ad arrivare alla fine del mese!

Hai ragione!
Prova anzitutto a eliminare il tuo superfluo,
e poi ti accorgerai che magari
farai fatica ad arrivare alla fine dell’anno!

Nel frattempo però impareremo
la filosofia della sufficienza,
e il mondo intero potrà cambiare,
se tutti quanti diventeremo più saggi!

 
 

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