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7 gennaio 2012

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Tettamanzi e Scola: due stili comunicativi, e due visuali di fede differenti


Due omelie, tenute nello stesso giorno, Festività dell’Epifania, pur in diverse circostanze, l'una dall’emerito arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, e l'altra dal suo successore, card. Angelo Scola.
Il confronto evidenzia due stili diversi di comunicazione della Parola di Dio, e soprattutto due differenti visuali di fede: più lineare l’omelia di Tettamanzi e particolarmente incarnata nella realtà dell’oggi, perciò più incisiva; più esegetica invece quella di Scola che non sa staccarsi da una religiosità dogmatica e fredda.
Nella parola di Tettamanzi senti vibrare il cuore, in quella di Scola si nota una cultura ingessata.
Può darsi che io sia vittima di forti pregiudizi: in ogni modo, le omelie di Scola non mi danno particolari emozioni.
Certo, ognuno ha il proprio stile di annunciare la Buona Novella, ma non è questo il vero problema: ciò che non sopporto è la paura di cogliere quella giusta provocazione profetica che è l’anima del messaggio evangelico. Paura o incapacità?
Per Tettamanzi prima viene Cristo, poi la Chiesa; per Scola prima c’è la Chiesa, e poi il Cristo. Mentre Tettamanzi l’ha esplicitamente riconosciuto, anche Scola parla del Cristo, ma è evidente che è il Cristo della Chiesa.
Non si tratta, dunque, solo di due stili differenti, ma di visuali differenti della fede cristiana.
Se mi sento più vicino al Cristo di Tettamanzi, anche se la mia fede si spinge ben oltre, non so se col tempo mi abituerò alla proposta di fede di Scola. Spero di no. La distanza è abissale.
  

«Alzati, città di Milano, rivestiti di luce»

Celebrato in Duomo il solenne Pontificale dell’Epifania presieduto dal Cardinale Dionigi Tettamanzi, alla presenza dell’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Angelo Scola

Solennità dell’Epifania
Omelia
Milano-Duomo, 6 gennaio 2012

“ALZATI E RIVESTITI DI LUCE”

Carissimi,
nella solennità dell’Epifania la Chiesa ci fa riascoltare l’annuncio del profeta Isaia a Gerusalemme: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (Isaia 60,1).

Rileviamo subito come la situazione di Gerusalemme negli anni del profeta assomigli molto ai nostri anni, che definiamo sempre più come un periodo di crisi.Allora la popolazione della Città Santa, composta soprattutto dalle classi sacerdotali in servizio al Tempio, era stata narcotizzata da un eccessivo ottimismo, frutto di un’interpretazione semplificata e falsa di quel messaggio di speranza che lo stesso profeta aveva insistentemente trasmesso durante l’esilio: «Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata» (Isaia 40, 2).
Tutti, terminato il duro periodo dell’esilio, si aspettavano di vivere una stagione di benessere e di gloria. I decenni della ricostruzione di Gerusalemme,però, videro una profonda crisi sociale ed economica: le promesse profetiche sembravano foglie secche portate via e disperse dal vento e, per questo, tardavano a compiersi.
L’intervento dei profeti era destinato a interpretare tale ritardo, a individuarne le cause profonde - quelle morali e religiose - e a rilanciare il motivo vero da cui potesse prendere vigore la speranza. In realtà, dicevano, sono i peccati degli uomini che possono ritardare la manifestazione della salvezza di Dio. Occorre, dunque, passare da una pratica religiosa ritualistica, esteriore e spersonalizzata a una vita di relazione veramente personale con tutti, in particolare con i più poveri. Solo in questo modo il fulgore della luce divina non incontrerà più ostacoli nel suo risplendere nei cuori e nei gesti della vita quotidiana.
Così, l’autentica speranza rinasce anzitutto dall’alto, dalla condiscendenza gratuita di Dio che manifesta il suo “amore eterno”, che mai si esaurisce e sempre fedele alla promessa rivolta ad Abramo, a Mosè e a Davide, a quanti vengono chiamati “servi del Signore”. E’ quindi la conversione degli uomini la condizione per il manifestarsi della salvezza di Dio. Si tratta di una conversione che consiste nel fuggire non più da Babilonia, la città che aveva schiacciato e distrutto Gerusalemme, ma dall’ingiustizia e dall’illegalità, che avevano trasformato persino la Città Santa, al dire di Geremia, in un «covo di ladri» (cfr Geremia 7,11). Per questo il profeta esorta la propria comunità a intraprendere un grande passaggio, a compiere un vero e proprio “esodo”, a dar vita a un rinnovamento profondo che faccia del popolo di Dio  una comunità di poveri e una comunità che vive un autentico culto spirituale, una comunità capace di esprimere una relazione nuova con gli stranieri e che rende ragione di una speranza rinnovata dal dono dello Spirito.
Così si affronta la crisi. Così si dà alla crisi una risposta vera ed efficace.

Una comunità di poveri

Nei periodi difficili e di passaggio a imperversare sono spesso l’egoismo e l’ingiustizia. Se durante l’esilio Israele era servo del Signore, ora, nel dopo-esilio, sembra che i servitori di Dio – coloro cioè che lo amano e sono giusti con il prossimo - siano emarginati da quegli altri israeliti che, nel frattempo, sono diventati potenti in Gerusalemme. E in un simile contesto la restaurazione promessa, ossia la rigenerazione morale e religiosa del popolo, si avvia sì, ma con grande difficoltà, trovando ostacolo nell’esperienza del peccato.
Eppure anche la situazione di indigenza materiale può sprigionare degli aspetti positivi. Questo accade quando c’è la consapevolezza che Dio sta vicino all’uomo dal cuore contrito e umile (cfr Isaia 57,15). Così il profeta rilegge il contenuto e il senso della propria vocazione nei termini di un’unzione dello Spirito per proclamare la buona novella ai poveri, ai cuori feriti, alle persone afflitte (cfr Isaia 61,1 3).
Al momento della nascita di Gesù la crisi spinge Israele a riscoprire le attese più profonde, quelle religiose: se da una parte la crisi smaschera la durezza di cuore di Erode e dei sacerdoti suoi alleati, dall’altra parte mette in luce la vitalità di una comunità rinnovata, proprio a partire dai Magi venuti dall’Oriente per adorare il Re dei Giudei e sua Madre (cfr Matteo 2,1-12).
E ciò è eloquente anche per noi nel momento di crisi e di travaglio che stiamo attraversando: è un periodo che deve essere valutato non solo in base al calo dei consumi e in forza esclusivamente della legge del mercato economico. In realtà, l’essere più poveri materialmente può divenire un’occasione - faticosa ma feconda - per riscoprire che cosa significhi diventare poveri nello spirito e per renderci operosamente attenti all’immensa schiera di poveri che noi stessi abbiamo creato a causa della nostra egoistica ricchezza.
In sintesi ci è chiesto di guardare alla condiscendenza di Dio nei riguardi di tutti: egli si è fatto uomo come noi per arricchirci della sua povertà. Come scrive sant’Ambrogio: “La vocazione simultanea tanto del povero quanto del ricco ci provoca in qualche modo a sentimenti di umiltà e di uguaglianza. L’identica grazia raggiunga l’uno e l’altro, perché anche il Signore divenne povero da ricco che era, per essere lo stesso Salvatore sia dei poveri sia dei ricchi” (cfr Vespri del lunedì prima dell’Epifania).

L’autentico culto spirituale
 
La vera povertà di spirito deve portare la nostra vita a diventare un “sacrificio spirituale” offerto a Dio giorno dopo giorno. Ma chi parla oggi di povertà di spirito? E lo stesso discorso sulla sobrietà non si limita forse a un problema di carenza di disponibilità di risorse economiche?
Abbiamo bisogno di scendere in profondità e di percepire come, senza la povertà di spirito, non sia possibile un vero culto gradito a Dio perché tale culto scaturisce da un cuore pronto a vivere con giustizia, disposto a porre alla base del proprio agire quotidiano la verità e il rispetto del diritto di tutti e di ciascuno, e dunque a vivere una relazione con gli altri intessuta di solidarietà e di dono di sé, di comunione e di condivisione.
Di questo culto spirituale sono a noi tutti testimoni i Magi. Amanti della verità, pur non conoscendo le Sacre Scritture di Israele, essi raggiungono la Città Santa. E qui trovano i capi dei sacerdoti e gli scribi di Gerusalemme, gente che conosce perfettamente le Scritture ma che non vede e non sa apprezzare lo sconvolgimento interiore che ha dato a questi “cercatori di Dio” la forza di abbandonare le loro lontane terre d’Oriente per mettersi alla ricerca di quel Re dei Giudei che la stella aveva loro annunciato.
Questo siamo portati a dire , con semplicità e coraggio evangelico ovvero che anche noi come cercatori e adoratori di Cristo non dobbiamo lasciarci impaurire se la cultura dominante non condivide i nostri valori morali e religiosi. Soprattutto, per difendere questi stessi valori non cerchiamo protezione presso i cosiddetti “potenti” di questo mondo. Se necessario, come i Magi, dobbiamo saper prendere un’altra strada per ritornare al nostro cuore, per ritrovare noi stessi, per onorare la nostra vera identità di persone e di figli di Dio.
In questi mesi sentiamo da più parti il grido di cristiani perseguitati in ragione della confessione della propria fede. Tuttavia, la persecuzione più subdola e imbarazzante è quella che può colpire il nostro mondo occidentale: una persecuzione che non sparge sangue, ma indurisce il cuore; non toglie la libertà con la forza, ma la fa tacere con i piaceri; non fa soffrire la fame, ma riempie il ventre di cibo procurato con l’ingiustizia e con la mancanza di condivisione.

Una relazione nuova con gli stranieri

C’è un terzo aspetto che la parola profetica, oggi riascoltata, mette in luce: quello delle nazioni che sono state sempre in opposizione a Israele e che ora, invece, diventano solidalmente partecipi della salvezza annunciata a Gerusalemme.
È vero che gli stranieri possono costituire una minaccia per quella fragile comunità che si raduna nel Tempio di Gerusalemme. Eppure la promessa divina è rivolta pure a loro e anche per loro vale l’annuncio di salvezza che li convoca a partecipare del benessere di Gerusalemme e a portare al tempio del Signore l’offerta sacra.
E così la separazione tra i Giudei e i gentili è destinata a tramontare nella pienezza dei tempi. Il nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo, come scrive l’apostolo Paolo, «ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tito 2,14), un popolo solo che proviene sia dalla discendenza di Abramo sia dalle genti di tutta la terra, un popolo unico che partecipa della gloria e della promessa di Israele e che nasce dalla pace stipulata nel sangue della Croce del Signore Gesù.

La speranza rinnovata dal dono dello Spirito

Da ultimo, il profeta Isaia invita i suoi contemporanei a superare ogni motivo di delusione e di sfiducia e ad aprire la propria attesa alle prospettive che giungono da Dio. Il profeta, convinto della venuta ormai prossima della salvezza e della giustizia di Dio, ci pone di fronte a un orientamento e a un traguardo escatologico: questo è dominato da Cristo Signore che riceve l’unzione dello Spirito per portare a tutti i poveri il Vangelo della misericordia. E’ questo vangelo della misericordia – un vangelo che si sprigiona sempre nuovo in ogni giorno e in ogni condizione della storia – che fa sbocciare in tutti noi una speranza affidabile e intramontabile: di essa dobbiamo essere testimoni convinti e gioiosi.
Sì, perché non c’è speranza senza gioia e non c’è gioia senza speranza. Si tratta di quel sentimento grandissimo sperimentato dai Magi al riapparire della stella che aveva fatto da guida al loro cammino. È la medesima gioia grandissima che deve abbracciare la nostra vita, quando decidiamo di donarla a Cristo Signore nella testimonianza della verità, della giustizia, della sobrietà e della solidarietà.
Sì, carissimi, la nostra Milano può e deve vivere questa testimonianza umana ed evangelica, nonostante le difficoltà di questo passaggio critico, anzi sentendosi da esso sfidata e incoraggiata: «Alzati, città di Milano, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te».
Amen.  
+ Dionigi card. Tettamanzi

Festa dei Popoli: “La famiglia migrante, protagonista della nuova evangelizzazione”.
Migliaia di fedeli hanno preso parte alla solenne celebrazione eucaristica con i migranti presieduta dall’Arcivescovo Scola

ARCIDIOCESI DI MILANO

SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE
Is 60,1-6; dal Salmo 71 (72); Tt 2,11 – 3,2; Mt 2,1-12

LA FAMIGLIA MIGRANTE PROTAGONISTA DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
“Giuseppe si alzò, nella notte, prese il Bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto” (Mt 2,14)

DUOMO DI MILANO, 6 GENNAIO 2012

OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA,
ARCIVESCOVO DI MILANO

1. «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (Prima Lettura, Is 60,1). La Prima Lettura, tratta dal cosiddetto Terzo Isaia, ci offre una fondamentale chiave per comprendere il mistero della Chiesa, chiamata ad accogliere la luce del Suo Signore per poi rifletterla a beneficio di tutta la variegata famiglia umana. La ragione dell’esistere della Chiesa sta quindi nel lasciar trasparire sul suo volto Cristo, Luce delle genti.
«I Magi, entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (Vangelo, Mt 2,11). I Magi rappresentano i diversi popoli della terra, le genti citate dal profeta Isaia che «cammineranno alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Prima Lettura, Is 60,3).

2. L’odierna liturgia eucaristica nella Festa dei Popoli è una felice conferma che la profezia di Isaia si è avverata. È un’occasione di intensa gioia per tutta la Chiesa ambrosiana e per il suo Arcivescovo il convenire in questo amato Duomo di migliaia di fedeli provenienti da Paesi appartenenti alle più svariate etnie. Ringrazio di cuore i cappellani che vi seguono con cura, coordinati dall’Ufficio di Pastorale dei Migranti.
La Santa Messa che stiamo celebrando ci indica con naturalezza le due direzioni del cammino di fede, che ogni comunità cristiana etnica deve perseguire con vigore e fedeltà. Anzitutto le diverse lingue, i diversi segni e i diversi gesti in cui si realizza la partecipazione attiva alla Santa Messa che stiamo celebrando ben esprimono l’impegno di valorizzare la tradizione e la cultura di ogni popolo qui rappresentato. Questa varietà di tradizioni è un’indubbia ricchezza che la Chiesa ambrosiana intende mettere a frutto. Nello stesso tempo l’azione eucaristica che stiamo celebrando mostra come i diversi elementi propri delle vostre tradizioni liturgiche si fondano nell’unica sinfonia di lode e di grazie per il sacrificio eucaristico di Gesù unico Signore e Salvatore. Emerge in tal modo, come importante direzione di cammino, la necessità che tutti i membri delle varie comunità etniche, con equilibrio ma con decisione, si impegnino ad inserirsi nella pastorale ordinaria della Chiesa ambrosiana. Ciò è decisivo per le seconde e terze generazioni. Invito pertanto le parrocchie, le comunità religiose e le aggregazioni di fedeli ad adoperarsi in questo senso. È evidente che la strada di una comunione sempre più effettiva tra fratelli cristiani di ogni lingua e nazione sta dando e darà un prezioso contributo a quell’integrazione che, se fatta con magnanimità ed equilibrio, contribuisce a formare la nuova, decisiva fisionomia di Milano e delle nostre terre.
L’interculturalità che si esprime in questa Santa Messa poggia su due imprescindibili pilastri: anzitutto una tradizione viva che non intende perdere nulla della sostanza e che, in secondo luogo, non teme di lasciarsi fecondare dal nuovo. La fede cattolica è il fattore che favorisce questa comunione rispettosa di ogni tradizione e apportatrice di novità. Ce lo domanda esplicitamente la festa di oggi. Epifania significa manifestazione. E tale manifestazione è universale, come ci ha ricordato san Paolo nell’Epistola: «È apparsa infatti la grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini» (Epistola, Tt 2,11).
Ci insegna in proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica (830-831): «La parola «cattolica» significa «universale» nel senso di «secondo la totalità» o «secondo l’integralità». La Chiesa è cattolica in un duplice senso. È cattolica perché […] in essa sussiste la pienezza del corpo di Cristo unito al suo Capo [… ]. Essa è cattolica perché è inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano».  3. Per il cristiano ogni uomo dovrebbe divenire un’occasione di Epifania, perché egli è chiamato a riconoscere la presenza di Dio in ogni singolo uomo. Per quelli che Dio ama, infatti, il mondo intero diventa degno di essere amato.
«Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Epistola, Tt 2,14). Noi che Gli apparteniamo siamo chiamati a lasciarci continuamente educare da questa preziosa comunione ecclesiale ad uno stile di vita sobrio, giusto, positivamente timorato di Dio («ci insegna a vivere con sobrietà, con giustizia e con pietà», Tt 2,12).

4. «Giuseppe si alzò, nella notte, prese il Bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto» (Mt 2,14). In questo versetto di Matteo, immediatamente successivo al brano del Vangelo di oggi si vede che Gesù, venuto per condividere in tutto la nostra condizione umana, non solo ha voluto nascere e crescere nell’alveo di una famiglia, come ogni uomo; ma ha scelto di passare anche dalla difficile situazione del rifugiato e del migrante, come tutti voi. La Chiesa di Milano ed il suo Arcivescovo vogliono esprimervi vicinanza e sostegno nelle non poche prove che vi angustiano soprattutto in questo difficile momento di travaglio per la nostra società.
Molto opportunamente il tema del Messaggio del Papa per l’ormai imminente Giornata del Migrante e del Rifugiato è: «La famiglia migrante, protagonista della nuova evangelizzazione». Sono certo che questa Giornata spalancherà tutti i nostri fratelli e sorelle delle diverse etnie che vivono a Milano e Diocesi a prendere parte all’importante evento del VII Incontro Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno 2012. Anzi, il vostro apporto potrà favorire l’armonia e la bellezza dell’evento. Voi che già vivete con noi, potrete rendere più facile e intensa l’accoglienza che vogliamo riservare a fratelli e sorelle che giungeranno a Milano da ogni dove.

5. Auguro a me e a tutti voi la disponibilità a lasciarci “scomodare”, come fecero i Magi, dal Bambino Gesù per poter, con l’aiuto della Madonnina che dall’alto di questo Duomo non cessa di proteggerci, nascere di nuovo, come Egli promise a Nicodemo. Amen

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