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11 gennaio 2012

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Nessuno ci deve proibire di vedere lo spettacolo di Castellucci! Io lo consiglierei ai giovani!


Dico subito che non ho visto l’opera teatrale “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio”, di Romeo Castellucci. Ma non credo che l’abbiano vista neppure i suoi più accaniti detrattori. Dico anche che, oltre alle proteste dei cattolici più fondamentalisti fondate su una presunta blasfemia, non ho trovato articoli interessanti di approfondimento del tema che, già a prima vista, potrebbe risultare particolarmente interessante e stimolante. Del resto il titolo, per nulla accattivante ai fini commercialistici, dà una prima idea di qualcosa di filosofico, più che di teologico. Ma la teologia non esclude la filosofia.
Detto questo, non ci rimane che qualche intervista rilasciata dallo stesso regista, il quale lascia aperta ogni interpretazione, senza perciò obbligare lo spettatore ad un’univoca soluzione.
Non contesto perciò anche la possibilità di dissentire dall’opera teatrale, e le ragioni di dissenso possono essere diverse: dallo stile comunicativo alla crudezza di certi gesti. Il linguaggio d’espressione ha un suo stile, e lo stile non sempre rientra nei canoni della decenza formale. Essendoci di mezzo l’immagine del volto di Cristo, era istintivo che si colpisse la sensibilità religiosa di un certo mondo cattolico.
Ciò che non sopporto è l’intransigenza – sempre violenta, anche se apparentemente “civile” – di coloro che, contrari ad ogni tipo di attentato alla propria fede religiosa, hanno invitato a boicottare l’opera teatrale in questione. A parte il fatto che così, con simili proteste, non si fa che darne più pubblicità, non accetto che ancora oggi, nel duemila, non si rispetti il diritto d’espressione artistica, e tanto meno accetto che si impedisca di assistere a spettacoli che, nel bene o nel male, possono far riflettere.
Ed è qui che vorrei fare qualche ulteriore considerazione. Anzitutto, viviamo in un momento in cui ci vengono offerti ben pochi spettacoli veramente stimolanti. Basta aprire la tv, e che cosa vediamo? Chi contesta una tale povertà culturale? Mi chiedo: è più pericolosa una cultura vuota di valori o una cultura che stimoli a riflettere sui valori? Ben vengano allora spettacoli come quello di Castellucci se servissero ad approfondire la propria cultura o la propria fede religiosa. Sì, ben vengano! Anzi, direi di più: sono ancora pochi. Il credente di oggi è un cadavere ambulante, indifferente a tutto, oppure un settario che vive di rigurgiti di un passato ormai in coma.
La reazione incontrollata di questi dementi fondamentalisti cattolici che si stracciano le vesti appena si mette in discussione la loro fede cadaverica fa capire quanto la Chiesa, solo in parte per fortuna, sia ben lontana dal vero Volto di Dio o, meglio, fa capire che a deturparlo sia una deformazione religiosa che ha reso la religione una prigione di allocchi.
Ben vengano spettacoli che sappiano risvegliarci da un torpore che oggi soprattutto ha reso la Chiesa lontana dalla realtà esistenziale dell’essere umano o dall’umanità sofferente senza dover ricorrere ai sonniferi pestilenziali di una fede allucinogena.
Purtroppo succede che a insorgere o a farsi vivi in certe circostanze, quando cioè si cerca di mettere a nudo il vero volto di Cristo, siano i più scalmanati settari, lugubri spettri di un passato che ha ucciso Cristo nell’Umanità.
E gli altri credenti o cosiddetti cattolici del dissenso dove sono? Perché non si fanno sentire? Perché non alzano la loro voce di protesta contro quella parte di Chiesa mentecatta, piccola se volete, ma capace di mettere sotto ricatto la Chiesa ufficiale?
Ma vorrei andare oltre. Tutto il casino è venuto perché nell’opera di Castellucci l’immagine di Cristo sarebbe stata deturpata, quasi violentata da gesti blasfemi. Tutto qui? Che dire allora del vero Volto di Cristo che lungo i secoli è stato idolatrato, ovvero sostituito con un altro oggetto di potere, in funzione di una struttura religiosa disincarnata dalla Realtà umana? E chi ha fatto una simile operazione di tradimento, di inganno, di prostituzione? Chi? Come non riconoscerne la responsabilità in quella parte di Chiesa ufficiale che, a tutti i costi, ha privilegiato il sistema religione a tal punto da sfigurare il Cristo evangelico?
E il Cristo evangelico lo si tradisce anche rendendolo puro oggetto di idolatria, nelle sue presunte capacità taumaturgiche, ma sempre in vista di un falso benessere dell’uomo, o in vista di un premio eterno, al di là del nostro presente storico, per il quale il Cristo radicale, quello autentico, quello evangelico, si è incarnato, senza temere di farsi imbrattare anche della nostra merda di incontinenze quotidiane. Questo è il vero Cristo, tutto il resto è solo una icona di carta o di gesso, da idolatrare con i gusti erotici di una fede di gente che si crede casta e fedele.
Osceni sono quei cattolici che ogni giorno tradiscono il Cristo radicale, al di là di una immagine pittorica, anche se l’immagine pittorica da salvaguardare ad ogni costo rende bene l’idea di un cristianesimo fallimentare.
Forse non sono stato chiaro. Ciò che vorrei dire, in poche parole, è questo: stando al presente, la Chiesa ha tradito il vero Volto di Cristo, per cui sta imponendo ai suoi fedeli un’immagine falsa. Del resto il vero Dio è innominabile, non può essere raffigurabile: ogni tentativo sarebbe una storpiatura. Dovremmo distruggere queste immagini, riscoprire al di là di esse il Mistero divino che, essendo un Mistero, non può essere per nulla visibile. Ma il Figlio di Dio si è reso visibile in Gesù di Nazareth. La sua vera icona è l’Umanità sofferente. Abbiamo perciò il diritto e il dovere di stracciare quelle false immagini che non corrispondessero al Gesù autentico. E se è troppo bella l’immagine, troppo edulcorata, che odora di incenso idolatrico, allora andrebbe imbrattata, almeno se non altro darebbe così l’idea di un Cristo più umano, più nostro, più realista.
Il mio invito ad andare a vedere lo spettacolo di Castellucci non è rivolto solo ai non credenti, ma agli stessi cattolici che ora lo stanno contestando. Sono soprattutto costoro che avrebbero bisogno di odorare un po’ di quella caca che loro stessi defecano sul vero volto di Cristo.     

Vi invito anzitutto a rileggere una pagina del libro di Isaia. È il quarto canto del servo di Jahvè (Isaia 52,13-53,12).

Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui
- tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo -,
così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli”.

Ecco ora un articolo che ho preso dal sito krapp’s last post

Sul concetto di spiritualità.
Klp intervista Romeo Castellucci

LUNEDÌ 03 GENNAIO 2011 10:03 FRANCESCA LEONI


Una scena completamente bianca e asettica: un appartamento moderno e minimalista (anche se l'eccesso di bianco richiama un ospedale); a destra un letto e a sinistra un salotto.
Un signore anziano, avvolto in un accappatoio sempre rigorosamente bianco, guarda impassibile la tv. Entra il figlio, forse un single in carriera, che si ritrova a dover accudire il padre.
Il tutto sembrerebbe il ritratto di una realtà quotidiana, se dietro non aleggiasse la figura del Cristo dipinto da Antonello da Messina, sfondo scenico, immagine scelta soprattutto per il suo sguardo frontale. La figura sembra fissare il pubblico, interrogandolo su cosa accadrà. Uno sguardo, quello del Salvator Mundi (la cui tela originale è custodita alla National Gallery di Londra) che diventerà "una sorta di luce che illumina una serie di azioni umane, buone, cattive, schifose o innocenti".
Il quadro di apparente normalità, dove un figlio controlla le medicine del padre prima di uscire, cambia quando il padre inizia ad avere un attacco irrefrenabile di dissenteria. Inizia così un calvario per entrambi, con il figlio che tenta di ripulire lo sporco lasciato dal padre e con quest'ultimo umiliato dalla situazione.
L'impatto, oltre ad essere visivo, diventa anche olfattivo. Il pubblico non tarda a sentire l'odore degli escrementi, che lasciano macchie e tracce ovunque nonostante il tentativo del figlio di ripulire tutto, facendo attenzione a non sporcarsi la cravatta e gli abiti da lavoro.

Le reazioni degli spettatori sono diverse, da chi si copre il naso con qualche indumento a chi non riesce a trattenere il sorriso, ma sono davvero in pochi a rimanere indifferenti. In questo crudele girotondo vitale si ha la percezione di partecipare ad un momento di vita vera, nella sua crudeltà e debolezza, nel disagio e malessere profondo che vi sono rappresentati.

Poi il figlio esce di scena e il padre, sdraiato sul letto bianco, si cosparge letteralmente del liquido marrone. In altre versioni era lo stesso Romeo Castellucci, mente e regia di quest'ultimo conturbante lavoro, a salire sul palco versando il liquido sul vecchio e assumendo, secondo alcune interpretazioni, il ruolo del figlio.

Da qui in avanti, dopo l'uscita di scena degli attori (Sergio Scarlatella e Gianni Plazzi, presenze storiche del teatro della Socìetas Raffaello Sanzio), lo spettacolo prende un'altra direzione, calcando l'atmosfera surreale grazie anche alle musiche di Scott Gibbons.
Il volto di Cristo, che fino ad allora aveva solo osservato, inizia a colare liquido marrone come fosse sangue, e ad autodistruggersi, per poi lasciar spazio alla scritta "You're not my sheperd" ("Non sei il mio pastore"). L’umiliazione della quotidianità, assunta dal figlio di Dio, viene in questo modo riscattata?
 
Non è di certo l'unica domanda che i cinquanta minuti di spettacolo pongono. Molteplici le interpretazioni: politica, esistenziale, psicologica, analitica... Come ha dichiarato Castellucci stesso, "l’utilizzo di elementi semplici, consoni alla quotidianità di tutti, apre le porte alla libera interpretazione dello spettatore, che può incarnarli con il proprio vissuto". Non è la denuncia sociale, comunque, ciò su cui vuol portare l'attenzione il regista, né servire al pubblico una semplice provocazione. Nelle intenzioni, semmai, offrire "un uomo messo a nudo davanti ad altri uomini, i quali, a loro volta, sono messi a nudo da quell'uomo".
L'artista, come altri grandi prima di lui, si confronta con un'icona della storia dell'uomo, oltre che delle religioni. Del resto il suo lavoro già in passato ha richiamato tematiche spirituali, e così proseguirà. "Sul concetto di Volto nel figlio di Dio" è infatti parte di un’opera più ampia, "J. (di Jesus)".

Anzitutto un giudizio positivo: è di un frate domenicano francese, frère Thierry Hubert. Riporto prima il testo originale in lingua francese, poi la sua traduzione in italiano.

Quelques éléments pour une lecture théologique du «Sur le concept du Visage du Fils de Dieu» de Roméo Castellucci.

Fr. Thierry Hubert, op
 
Est-on sûr d’avoir vu la création de Roméo Castellucci ou même d’avoir lu la Bible si l’on tient la première comme un objet de blasphème contre la seconde et plus précisément la figure même du Fils de Dieu ? Pas sûr, tant la proposition du metteur en scène italien peut au contraire se lire aux yeux d’un croyant comme une profonde méditation sur la révélation chrétienne. L’on peut donc regretter amèrement ce qui se voit, s’entend et se lit aujourd’hui contre ce spectacle. Roméo Castellucci s’est nourri de gestes de la tradition chrétienne dont il s’est déjà expliqué à Avignon lors du dernier festival (1). Que ces éléments de la Tradition échappe aux croyants qui se disent pudiquement conservateurs n’a rien d’étonnant. Mais que ces mêmes croyants n’aient pas au moins la Bible pour entrer dans l’intelligence du spectacle, voilà qui est plutôt dérangeant!
 
Retour à la pièce en 3 actes dans une perspective religieuse (2). Un fils d’une trentaine d’années va prendre soin avec compassion, tendresse et dévouement de son père malade, victime de crise de dysenterie. La scène se répète et se répète encore, mettant le spectateur dans la gène. Au fond de la scène, pendant tout le spectacle, une toile présente le magnifique visage du Christ de Messina que le fils viendra embrasser à la fin de cette première partie. Et là est la clé de la lecture religieuse. Dans ce baiser, le fils s’identifie au Christ, Fils unique de Dieu. Dans le vieil homme malade, on reconnaît alors l’humanité meurtrie par le péché, qui, merdouillant, n’arrive plus à marcher, ni à se tenir
debout.
 
Dans la figure du fils, on reconnaît au travers de ses tentatives de laver et de purifier son père malade, la longue histoire des prophètes de la Bible, d’Isaïe à Osée, de Jérémie à Ezéchiel, tentant de relever de ses égarements le peuple d’Israël pêcheur (3). Saint Paul reprendra aussi cette image fragile de notre propre humanité perdue dans tous les sens, lorsqu’il exhortera la communauté d’Ephèse «à se dépouiller du vieil homme» pour «revêtir l’homme nouveau» (Ep 4, 22-24). Cet Homme nouveau est préfiguré par le fils dans la pièce de Castellucci. Saint Paul l’appellera également le «nouvel Adam» (1Co 15,45) et il sera pour lui «le Christ, qui vient récapituler toute chose» (Ep 1,10). Par le baiser avec le Christ de Messina, c’est «le souffle», le pneuma, «l’Esprit» du Christ qui se donne au fils du père malade. De telle sorte que ce fils reproduit littéralement l’image du Fils de Dieu. Là encore, la thématique paulinienne se déploie. Dans la lettre aux Romains, Paul développe le projet de Dieu qui en envoyant son Fils, désire reproduire chez ceux qu’il a prédestinés «l'image de son Fils, afin qu'il soit l'aîné d'une multitude de frères» (Rm 8,29). Ce fils compatissant aux souffrances de son père devient un fils dans le Fils. Et de tels fils, l’Eglise en fait naître presque tous les jours, en tout cas, à chaque fois qu’elle baptise!
 
Dans le second tableau – que Roméo Castellucci a renoncé à présenter à Paris –, des enfants, assis dos au public, sortaient de leur sac ce qui pouvait s’apparenter à des grenades. Celles-ci, lancées contre le visage du Christ, semblaient - au moins de manière auditive - exploser. C’est un peu foncer tête baissée que de ne voir ici qu’un blasphème. Ces enfants étaient pour moi la figure paradoxale de l’humanité renouvelée par les eaux du baptême. On pourrait dire plus simplement des nouveaux baptisés! Cyrille de Jérusalem les appellera les «néophytes», c’est-à-dire littéralement «les jeunes plantes». Mais ce nouveau peuple, formés de nouvelles pousses, bute devant la question du mal. En quoi le passage de Jésus, Fils de Dieu, a modifié substantiellement le problème du mal? Il semblerait que rien n’ait changé. Et comme un cri lancé contre Dieu, comme le cri violent de Job en butte au non-sens du mal et dont Dieu dira à la fin qu’il fut le seul à avoir bien parlé (Jb 42), comme le cri du psalmiste devant la souffrance, la prière chrétienne peut aller jusque-là. Pour que Dieu transforme ce lieu de mort en Vie éternelle.
 
Enfin, la dernière scène met très en avant, selon moi la figure du Serviteur Souffrant du livre d’Isaïe que les premières communautés chrétiennes vont associer au Crucifié. Il n'avait plus figure humaine, et son apparence n'était plus celle d'un homme (Is 52,14). On peut songer aussi aux versets du psaume 21. Jésus sur la Croix en dira les premiers mots «Mon Dieu, mon Dieu, pourquoi, m’as-tu abandonné?». «Raillé par les gens, rejeté par le peuple», le Serviteur souffrant demeure vivant. La peinture du Christ de Messina réapparait alors même qu’on ait pu croire à son éviction. Son silence aimant va jusque-là aussi. La phrase du psaume 22 «le Seigneur est mon berger» apparaît en anglais avec la negation «not» qui clignote, laissant le spectateur dans une indécision. Mais c’est désormais pourtant à lui de répondre: ce Christ, «de condition divine, qui ne retint pas jalousement son rang d’égal à Dieu mais qui s’anéantit» (Ph 2,6), ce Christ, relevé de la mort, figure du serviteur, sera-t-il aujourd’hui encore son berger?
 
(1) Cf. livret-programme «Sur le concept du Visage du Fils de Dieu», Festival d’Avignon 2011, p. 4.
(2) Sur le plan proprement humain, il y aurait aussi d’intéressants développements. Par exemple, le corps d’un homme qui tombe en ruine, voilà qui n’est pas très commercial, même au spectacle! Castellucci ose nous confronter à cette réalité que les milieux en soins palliatifs connaissent bien, mais que nous feignons d’ignorer.
(3) L’auteur de la lettre aux hébreux, à la fin du 1° siècle, débutera sa lettre par ses lignes: souvent dans le passé, Dieu a parlé à nos pères par les prophètes sous des formes fragmentaires et varies; mais, dans les derniers temps, dans ces jours où nous sommes, il nous a parlé par ce Fils qu'il a établi héritier de toutes choses et par qui il a créé les mondes.


Dal sito
http://www.tfpblog.net/2012/01/10/il-teologo-francese-p-hubert-thierry-in-favore-dello-spettacolo-di-castellucci/

Il teologo francese P. Hubert Thierry in favore dello spettacolo di Castellucci

January 10, 2012 in Andrée Ruth Shammah, romeo castellucci, teatro franco parenti

Alcuni elementi per una lettura teologica di “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” di Romeo Castellucci.

Si è proprio sicuri di avere visto l’opera di Romeo Castellucci, o di avere letto la Bibbia, se si prende la prima come un oggetto di blasfemia contro la seconda e più precisamente contro la figura stessa del Figlio di Dio? Non è certo, tanto la proposta del regista italiano può al contrario venire letta dagli occhi di un credente come una meditazione profonda sulla rivelazione cristiana. Si può quindi compiangere amaramente ciò che si vede, si sente e si legge oggi contro questo spettacolo. Romeo Castellucci si è nutrito delle gesta della tradizione cristiana, come ha già spiegato durante lo scorso Festival d’Avignon (1). Che questi elementi della Tradizione sfuggano a certi credenti che si definiscono pudicamente conservatori non ha niente di sorprendente. Ma che gli stessi credenti non considerino almeno la Bibbia per entrare nell’intelligenza dello spettacolo, ecco: questo è piuttosto disturbante! Rivisitiamo dunque questo dramma in 3 atti dal punto di vista religioso (2).
Un figlio sulla trentina si prende cura con compassione, tenerezza e dedizione del padre malato, vittima di un attacco di dissenteria. La scena si ripete continuamente, mettendo lo spettatore in imbarazzo. Sul retro del palco, per tutto lo spettacolo, un fondale rappresenta il magnifico volto di Cristo di Antonello da Messina che il figlio bacerà alla fine di questa prima parte. Qui si trova la chiave della lettura religiosa. In questo bacio, il figlio si identifica con Cristo, unigenito Figlio di Dio. Nel vecchio malato, si riconosce allora l’umanità ferita dal peccato, che, immerdandosi, non è più in grado di camminare o stare in piedi.
Attraverso i suoi tentativi di lavare e purificare il padre malato, nella figura del figlio si riconosce l’intera storia dei profeti della Bibbia, da Isaia a Osea, da Geremia a Ezechiele, che tentano di riportare sulla retta via il popolo peccatore di Israele (3). Anche San Paolo riprenderà questa immagine fragile della nostra umanità dispersa in tutte le direzioni, esortando la comunità di Efeso a “spogliarsi del vecchio uomo” per “vestire l’uomo nuovo” (Ef 4, 22-24). Questo uomo nuovo è prefigurato dal figlio nella pièce di Castellucci. San Paolo lo ha anche chiamato il “nuovo Adamo” (1 Cor 15, 45) e sarà per lui “il Cristo, che viene per ricapitolare tutte le cose” (Ef 1,10). Attraverso il bacio con il Cristo di Antonello da Messina, è “’alito”, il pneuma, “lo Spirito” di Cristo che viene dato al figlio di questo padre malato. In modo tale che questo figlio riproduca letteralmente l’immagine del Figlio di Dio – e di nuovo la tematica Paolina trova il suo svolgimento.
Nella lettera ai Romani, Paolo sviluppa il progetto di Dio che, mandando il suo Figlio, desidera riprodurre in coloro che ha predestinati “l’immagine di suo Figlio, affinché egli sia il primogenito di molti fratelli” (Romani 8, 29). La compassione di questo figlio per le sofferenze di suo padre diviene così un figlio nel Figlio. E di tali figli la Chiesa ne fa nascere quasi ogni giorno, ad ogni modo, ogni volta che battezza!
Nel secondo quadro - che Romeo Castellucci non ha presentato a Parigi - alcuni bambini seduti di spalle al pubblico, estraevano dal loro zaino qualcosa di simile a delle bombe a mano. Queste, lanciate contro il volto di Cristo, sembravano esplodere - almeno dal punto di vista uditivo. Non vederci che del blasfemo è un po’ come gettarvisi a testa bassa. Questi bambini erano per me la figura paradossale dell’umanità rigenerata dalle acque del battesimo.
Più semplicemente si potrebbero dire dei neo-battezzati! Cirillo di Gerusalemme li chiamerà i “neofiti”, vale a dire, letteralmente “le piante giovani.” Ma questo nuovo popolo, formato da nuovi germogli, si scontra con la questione del male. In cosa il passaggio di Gesù, Figlio di Dio, ha modificato sostanzialmente il problema del male? Si direbbe in nessun modo.
E come un grido lanciato contro Dio, come il grido violento di Giobbe sottoposto al non-senso del male di cui Dio dirà infine che è stato l’unico ad aver ben parlato (Giobbe 42), come il grido del Salmista di fronte alla sofferenza, la preghiera cristiana può arrivare a tanto. Affinché Dio trasformi questo luogo di morte in Vita eterna.
Per finire, l’ultima scena rende molto presente, secondo me, la figura del Servo Sofferente
del Libro di Isaia che le prime comunità cristiane associeranno al Crocifisso. Non aveva più sembianze umane, e il suo aspetto non era più quello di un uomo (Isaia 52,14). Vengono in mente anche i versetti del Salmo 21. Gesù sulla Croce ne pronuncierà le prime parole “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. “Infamato dalle genti, respinto dal popolo“, il Servo sofferente resta vivo. Il dipinto del Cristo di Antonello da Messina riappare proprio quando avremmo potuto credere alla sua esclusione. Il suo silenzio  amorevole può giungere tanto lontano. Le parole del Salmo 22 “Il Signore è il mio pastore” appaiono in inglese con la negazione “non” lampeggiante, lasciando lo spettatore nell’decisione. Tuttavia, tocca a lui ormai rispondere: questo Cristo “di condizione divina, che non ha mantenuto gelosamente il suo rango di pari a Dio ma si è annientato”(Fil 2,6), questo Cristo, risorto dalla morte, immagine del servo, sarà ancora oggi il suo pastore?
P. Hubert Thierry

1 Cf il libretto-programma di sala “Sul concetto di Volto nel Figlio di Dio” Festival d’Avignon 2011, p. 4.
2 Da un punto di vista strettamente umano, sarebbero possibili anche degli sviluppi interessanti. Per esempio, il corpo di un uomo che sta cadendo a pezzi che cade in rovina, non è granché commerciale, anche in teatro! Osa Castellucci osa confrontarci con questa realtà ben familiare in ambiti di cure paliative, ma che noi fingiamo di ignorare.
3 L’autore della Lettera agli Ebrei, alla fine del secolo primo, inizia la sua epistole con le parole i versi: “Spesso in passato, Dio ha parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti in maniere frammentarie e vaghe/molteplici. Ma, negli ultimi tempi, ai giorni nostri, ci ha parlato per mezzo di suo Figlio abbiamo parlato per mezzo di suo Figlio che ha stabilito come  erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha creato i mondi”.

Tra le voci dissidenti, riporto due articoli di Francesco Colafemmina, che comunque non appartiene alla categoria dei cattolici ottusi fondamentalisti. Non condivido la sua esplicita e dura presa di posizione contro l’opera di Castellucci, ma la rispetto. 

da Fides et forma
giovedì 5 gennaio 2012

SE UN DOMENICANO DIFENDE
LO SPETTACOLO BLASFEMO DI CASTELLUCCI

di Francesco Colafemmina

Sta suscitando polemiche e indignazione la tourné italiana dello spettacolo di Romeo Castellucci dal titolo "Sul concetto del volto del Figlio di Dio". Lo spettacolo sarà messo in scena al teatro Parenti di Milano il prossimo  24 gennaio. Dopo le vivaci reazioni di numerosi cattolici francesi che hanno accolto gli sfigati spettatori dell'opera con lanci di uova e olio da motore, è adesso l'Italia che lentamente comincia ad agitarsi per una pièce nella quale il volto di Cristo viene preso a sassate...
Personalmente avrei qualcosa da dire sull'opera in sé, sulle sperimentazioni coprofiliache di certo teatro contemporaneo. Ma preferisco tacere perché non è la "libertà" dell'artista che m'interessa criticare. Oggi è talmente sovrabbondante da esser divenuta banale, scontata, provinciale e persino pacchiana.
M'interessa invece esaminare un breve commento teologico, a supporto dell'opera in questione, realizzato da un frate domenicano francese, tal frère Thierry Hubert.
Il testo del dotto predicatore esordisce così: "Si è sicuri d'aver visto la creazione di Romeo Castellucci o di aver letto la Bibbia se si considera allo stesso tempo la sua prima come un atto blasfemo contro la Bibbia stessa e più precisamente contro la figura del Figlio di Dio? No di certo, dato che la proposta del regista italiano può essere letta al contrario con gli occhi di un credente come una profonda meditazione sulla rivelazione cristiana".

Sì, lapidando e coprendo di cacca metaforica (Castellucci ci tiene a precisare che cacca non è ma inchiostro nero) la grande immagine del Cristo di Antonello da Messina che incombe sulla scena. Ma andiamo avanti. Sentite il delirio di codesto epigono di San Tommaso e San Pio V: "Romeo Castellucci si è nutrito dei gesti della tradizione cristiana come ha egli stesso già spiegato ad Avignone durante l'ultimo festival. Che tali elementi della Tradizione sfuggano ai credenti che si dicono pudicamente conservatori non è cosa di cui meravigliarsi. Ma che questi stessi credenti non si servano come minimo  di una Bibbia per entrare nella comprensione dello spettacolo, ecco che ciò è piuttosto inquietante!"

La dotta disamina teologica ve la risparmio: tende a vedere in estrema sintesi nel volto del Cristo lapidato e occultato dagli escrementi (o inchiostro che sia) una metafora del peccato e dell'umiliazione di Cristo. Il punto è che l'opera è meramente scatologica - come afferma lo stesso Castellucci
- non si apre ad alcuna prospettiva di redenzione e salvezza. Il Cristo gnostico, tanto caro all'arte contemporanea, è un masochista, è specchio di una decadenza, di una umiliazione, di una consunzione della quale ci si compiace perché non si vede altra via d'uscita.
Lo afferma il regista stesso in una voltairiana missiva rivolta ai suoi detrattori: "Questo spettacolo è una riflessione sul decadimento della bellezza, sul mistero della fine. Gli escrementi di cui si sporca il vecchio padre incontinente non sono altro che la metafora del martirio umano come condizione ultima e reale."Condizione ultima: la decomposizione è il destino dell'uomo, persino di quel Cristo che ha annunciato di aver vinto la morte. La realtà umana è un carcere di materia putrescente, escrementizia. Questo è il senso dell'opera di Castellucci, che di spirituale ha ben poco, al massimo il tipico contorsionismo esistenzialista del teatro d'avanguardia. La sua opera d'altronde non la ritiene blasfema perché l'immagine di Cristo che vi assiste inerte è quella di un grande sapiente e non del Redentore.
Dunque, in conclusione, che un artista che si dice pudicamente d'avanguardia ami crogiolarsi nella sua ignoranza della teologia cattolica e nei suoi onanismi gnostici non è cosa di cui meravigliarsi. Ma che un domenicano stenti a capire che non solo è blasfemo usare Cristo per una pièce disgustosa, ma è anti-teologico, anzi diabolico, appiccicare un valore spirituale ad un'opera materialista, beh, questo sì che è davvero inquietante...

Definitemi pure savonaroliano o torquemadesco ma più che prendermela con un povero miserabile di artista me la prenderei con certi preti come il domenicano in questione. Preti che, a dirla tutta,  meriterebbero solo dei sonori calci nel sedere.

da Fides et forma

lunedì 9 gennaio 2012

UN VESCOVO ITALIANO PARLA
DELLO SPETTACOLO BLASFEMO:
POSITIVAMENTE E IN UN'OMELIA

di Francesco Colafemmina

Chi l'ha detto che la Chiesa Cattolica Italiana è muta dinanzi allo spettacolo blasfemo di Castellucci che sarà a breve messo in scena a Milano? Tutti i Vescovi tacciono, anche il Cardinal Scola. Forse temono che un loro intervento possa dispiacere all'establishment e trasformarsi in una ritorsione su ICI e 8 x mille. Ma in realtà un Vescovo che parla dello spettacolo c'è già. E' l'Arcivescovo di Oristano, Monsignor Ignazio Sanna detto anche "il distruttore" per via della demolizione dell'antico altare della Cattedrale di Oristano.

Il problema è che Sanna non parla per condannare l'uso blasfemo dell'immagine di Cristo all'interno dell'opera di Castellucci. Al contrario cita estratti della pièce all'interno di una sua omelia, parificandoli ad altri brani scritturali. Leggete per credere:

"Con la sapienza di Giobbe, alla fine del viaggio tra le consolazioni di Dio e le tribolazioni del mondo, il cristiano nutre la speranza che i suoi occhi contempleranno Dio “non da straniero” (Gb19, 27). Egli è e resta in questo mondo un cercatore di Dio, un mendicante del Cielo, sulle cui labbra risuonerà sempre la struggente invocazione del Salmista: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 27,8s). Anche se gli attori dello spettacolo Sul concetto di volto nel Figlio di Dio rivolgono all’immagine maestosa del Cristo di Antonello da Messina la domanda accorata: “perché ci hai abbandonato?”, il regista dell’opera ribadisce che “noi siamo nutriti dell’immagine di Cristo”. In realtà, il volto del Signore, riscoperto da S. Agostino come bellezza sempre nuova e sempre antica, mai uguale eppur sempre lo stesso, veglia su ogni stagione del cuore. “La sua grazia rimane per sempre, la sua fedeltà è fondata nei cieli” (Sal 88, 3)." (Omelia per la commemorazione dei defunti - Cimitero di Oristano - 2 Novembre 2011).

L'omelia è scaricabile per intero qui dal sito personale dell'Arcivescovo (ignaziosanna.com tipo ladygaga.com o ligabue.com). Nessuna blasfemia, dunque, ma un'opera teatrale ricca di messaggi cristiani. Avete capito bene: mentre voi fedeli cercate di difendere il volto di Cristo dalle pietre e dai liquami, un Vescovo innalza ad opera di alto valore teologico proprio quella stessa rappresentazione teatrale. Più in dettaglio Sanna prendeva spunto da un'intervista a Castellucci pubblicata su Repubblica del 1 novembre 2011  con il seguente titolo enfatico: "Rischiamo la vita ma non cederemo agli oscurantisti". Se ne deduce che Sanna legge "La Repubblica" e non vuol cedere neppure lui agli "oscurantisti".

Se questo è lo stato della Chiesa Italiana credo sarebbe più opportuno protestare contro questi nostri pavidi e colpevoli vescovi, complici di un pensiero anticristiano e gnostico, piuttosto che prendersela con un regista che almeno ha la coerenza di non dirsi cattolico. Castellucci ha infatti già scoperto le carte anni fa. Nel volume di Chinzari-Ruffini dal titolo “Nuova scena italiana: il teatro dell’ultima generazione” edito da Castelvecchi nel 2000, a p.105 si parla di un’altra rappresentazione teatrale del regista dal titolo particolarmente evocativo “Lucifero, quanto più una parola è vecchia, tanto più va a fondo”. Castellucci citato nel testo afferma: “Lucifero è l’artista, nel senso di colui che assume su di sé il peso del poter solo ridire, riprodurre. E’ una figura molto ambigua, che non incarna solo il male, perché il male è anche Dio, che è bene e male, tant’è che in alcune tradizioni è Lucifero il primo martire”. Più chiaro di così!

Infine, ecco le reazioni degli ultra tradizionalisti cattolici. Questi sono la vergogna della vera Chiesa di Cristo! 

 

 

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