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22 gennaio 2012

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Una brutta storia sintomatica di una società che ha perso il senso del dovere


Secondo il cliché ormai collaudato da anni - stile prettamente italiano - di fare di ogni tragedia una telenovela, riproposta su ogni tv fino ad esaurimento delle notizie pruriginose, pronti poi a cambiare appena un altro avvenimento tira di più, anche la vicenda della nave da crociere Costa Concordia ha subìto la stessa sorte, tanto più che con il tempo assumeva risvolti sempre più grotteschi prestandosi a mille supposizioni, dettate dall’amore per il gossip più che dall’amore per la verità. La cosa davvero irritante è sentir parlare gente che, pur qualificata in certi campi, si permette di entrare in argomenti di cui non conosce nulla o ben poco, o solo per sentito dire. Già confondere capitano per comandante, fa capire con quale leggerezza si parli di marina ecc. Anche questa triste vicenda ha denudato un certo giornalismo nostrano che definire superficiale sarebbe un complimento: le solite inchieste, le solite domande, le solite invadenze scriteriate di giornalisti e giornaliste che fanno a gara nel portarsi a casa più notizie tanto per stendere un articolo o per improvvisare un servizio. La serietà, diciamo meglio la capacità professionale non è la qualità tipica del giornalismo italiano, che ama invece la mediocrità, l’improvvisazione, l’incompetenza.  

Torniamo alla vicenda in questione. Non mi sentirei di parlare di tragicommedia, perché nel nostro caso non c’è il lieto fine se non per quanti sono riusciti a mettersi in salvo (a quale prezzo?). Ci sono dei morti, c’è una nave che sta per affondare con il rischio di procurare danni incalcolabili per l’ambiente. E c’è il gesto di viltà di responsabili – in primis, il comandante – che hanno tradito la loro missione, lasciando la nave, con tutto il carico umano, in balìa di se stessa.

Non mi soffermo sulle illegalità d’ogni tipo che in simili emergenze vengono a galla, dimenticando che esse fanno parte ormai di tutta una serie di consuetudini che si sono create negli anni, sotto gli occhi di tutti, comprese le autorità competenti che, poi, messe alle strette, si difendono come se non sapessero nulla. Puntare ora il dito contro queste anomalie, mi sembrerebbe una ipocrisia, visto che nessuno le ha mai contestate. Non parlerei neppure della galanteria verso le donne del comandante: anche qui tutti sanno il fascino della “divisa”! Vorrei invece fare qualche mia annotazione, evitando di cadere nel solito cliché. Ormai si è detto di tutto e di più, ma ben pochi hanno almeno tentato di allargare il discorso, al di là della vigliaccheria dell’equipaggio.

Dopo la prima stizza per il comportamento del comandante e degli ufficiali che ha messo in cattiva luce il nostro Paese, già martoriato da anni a causa delle brutte immagini di Berlusconi e della Lega, mi è poi venuto quasi spontaneo pensare più in generale, ponendomi una domanda: è rimasto ancora qualcosa del senso del dovere che, in bene e in male, aveva sostenuto nel passato un popolo, anche e soprattutto nelle circostanze più drammatiche? Secondo me sta qui il vero punto interrogativo, su cui riflettere.

A me sembra che il comportamento dell’equipaggio della Costa Concordia sia emblematico di un sistema di vita che purtroppo da tempo ormai ha svuotato il senso del proprio dovere, in quanto dovere legato alla coscienza dell’essere umano e alla propria responsabilità nel campo sociale, politico e religioso. Un tempo si era eroi nel proprio dovere di tutti i giorni. Senza dirsi eroi. Senza pretendere di essere chiamati eroi. Eroico casomai poteva essere quel gesto straordinario di chi andava oltre l’ordinario. E quel gesto veniva di proposito enfatizzato, ingigantito, quasi miticizzato per dare ancora più entusiasmo al proprio vivere di dovere quotidiano, per superare il senso di noia, di assuefazione, di stanchezza secondo l’espressione di san Paolo nella sua prima lettera ai Corinti (15,31): “Quotidie morior”, che potremmo tradurre non solo: “ogni giorno io vado incontro alla morte”, ma anche così: “la vita quotidiana è come una morte”. Del resto le biografie dei santi, ricche di gesti eroici, avevano anche questo scopo: ridarci la carica, toglierci dal “quotidie morior”. In questo senso la viltà del comandante Schettino e dei suoi ufficiali ci ha tolto anche quel senso di eroismo, talora l’ultima spiaggia in una società alla deriva. Abituati ormai da anni ad essere martoriati da losche figure di politici che di eroico avevano solo la conquista del proibito illegale e immorale, eravamo alla ricerca di un riscatto. Riscatto come individui, e come nazione. Di nuovo, di colpo, siamo rimasti sospesi nel vuoto.

Ma ciò che mi ha frastornato, quasi umiliato, non solo come cittadino italiano, ma soprattutto come educatore, è stato il tradimento di quella fedeltà al proprio dovere professionale, che è anzitutto un dovere di coscienza che, con fatica, si cerca di inculcare nei ragazzi di oggi. Questi ragazzi che cosa hanno pensato di tutta la brutta faccenda della nave Costa Concordia? Sì, senz’altro, non è tutta brutta. Adesso sta venendo a galla il grande corale impegno altruistico di tante persone (non tutto il personale dell’equipaggio ha seguito l’esempio del comandante!), ma non possiamo negare che ci troviamo di fronte ad un sintomo grave di malattia che da anni sta mettendo in serio pericolo la vita di una nazione. Da anni i nostri ragazzi sono stati svuotati, dal di dentro, del senso del dovere. Lo vorrei ripetere fino alla noia. Da anni partiti politici che ben conosciamo hanno seminato ideologie di un falso benessere, ideologie razziste, ideologie di comodo, ideologie dell’apparenza, dell’utile fine a stesso. Un’Italia a cui è stato tolto il senso del dovere civico. Un’Italia fondata sul proprio interesse. E poi ci lamentiamo perché questi nostri ragazzi fuggano dal loro dovere quotidiano? Messi alle strette, preferiscono evadere, rifugiarsi nelle droghe d’ogni tipo, le peggiori delle quali sono: l’indifferenza, il menefreghismo, l’apatia, l’abulia. E smettiamola di enfatizzare il volontariato, soprattutto quello delle emergenze occasionali.

Ora viviamo in uno stato di ordinaria emergenza. Qui sta il nostro dovere quotidiano. Il che significa che non basta più il solito tran tran, le solite cose da fare, talora ripetitive e annoiate, ma ci vuole “un di più” in amore, in entusiasmo, in convinzioni. Il senso del dovere è insito nella propria coscienza, nel proprio essere. Il di più sta nell’entusiasmo, nel tirar fuori una carica maggiore, nel dare più convinzione al proprio agire. Non confondiamo le cose. Non chiamerei il di più un atto eroico. Il nostro compito di educatori sta nel ricaricare la molla che si è esaurita. Ben vengano anche esempi che trascinano, gesti di alta qualità, proposte di ideali forti. Ma questo non deve assolutamente creare l’idea di un eccesso di zelo, di una mania di fare l’eroe. I giovani sono già eroi per la loro stessa natura: sono portati ad eccedere nell’entusiasmo, nella dedizione, nell’amore. Ma bisogna stimolarli. Comportamenti come quello di Schettino sono vere mazzate, anche se purtroppo ho una brutta sensazione, e cioè che neppure certe vigliaccate riescano a scuotere questi ragazzi dalla loro indifferenza.  

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