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27 gennaio 2012

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Preti… in perenne crociera


Non era con l’amante, ma con i suoi parenti, perciò nulla di scandaloso, tranne che… avrebbe detto una bugia ai suoi parrocchiani, e cioè che sarebbe andato a fare una settimana di esercizi spirituali. Il che non sta bene: così non si fa che convalidare certe dicerie che circolano ancora oggi tra coloro che nutrono poca simpatria verso il nostro mondo ecclesiastico. Un tempo, tra i comunisti, si diceva apertamente: “Il prete è andato a donne!”. E poi, le bugie hanno sempre le gambe corte, soprattutto in un mondo globalizzato come l’attuale: se tu vai in capo al mondo, puoi trovarci uno che ti conosce. Noi preti, poi, siamo conosciuti più di quanto noi conosciamo. Meglio allora dire la verità.

Ma perché quel prete ha nascosto di fare una crociera? Da questa domanda vorrei partire per stendere qualche mia riflessione.

Anzitutto, in questi momenti di grave crisi economica in cui tanta “nostra” gente si lamenta perché fa fatica ad arrivare a fine mese, sapere che noi preti ce la spassiamo bene e neppure rinunciamo al superfluo, non è certamente una bella testimonianza di solidarietà. Da qui le bugie e i sotterfugi! Se per i cristiani, come ha detto Bagnasco, non pagare le tasse è un peccato ancora più grave, così direi per le bugie dei preti che, dietro la scusa della religione e di Dio, nascondono tutte quelle pretese che poi magari vietano ai loro parrocchiani. Come non ricordare le parole di Cristo contro gli scribi e i farisei: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”? (Matteo 23,4)

Predichiamo di essere vicini alla nostra gente, e poi succede che siamo sempre in giro (“ego sum via” andrebbe scritto sulla targhetta delle case canoniche), giustificandoci dietro l’alibi del pellegrinaggio o di un giusto meritato riposo. Non parliamo poi delle belle omelie che facciamo sulla sobrietà, sulla povertà e sulla essenzialità. Predichiamo bene, e poi razzoliamo male!

Noi preti ci diciamo stanchi, e ci concediamo perciò momenti di riposo. A parte il fatto che talora la nostra stanchezza è frutto di un attivismo esasperato ed esasperante, rimane il dubbio se sia opportuno o no prenderci giorni di vacanza quando la nostra gente è stressata da lavori che è costretta a fare, mentre noi preti abbiamo fatto liberamente - così si spera -  delle scelte per una vocazione che di per sé non è un contratto di lavoro, a ore determinate, e con ferie prestabilite. C’è stato chi ha scritto che un vero ministro di Cristo deve farsi mangiare dalla gente. E, soprattutto nei momenti di crisi spirituale, la gente ha sempre fame.

C’è lavoro e lavoro, e questo è vero. Anche gli intellettuali lavorano. Anche i preti lavorano, se per lavoro intendiamo un impegno che richiede non solo un certo sforzo fisico, ma anche di tipo più spirituale. Ma questo fa parte della nostra missione che, ripeto, non è condizionata sui ritmi imposti alla gente che è costretta a lavorare per vivere.

Prima parlavo di sobrietà, di povertà, di essenzialità. Tre parole che dovrebbero qualificare lo stile di ogni ministro di Cristo. Se poi aggiungiamo bellezza, allora capiamo perché la nostra vita di preti non è poi così affascinante, quando vengono meno le tre virtù caratteristiche di ogni vocazione evangelicamente “bella”, se è vero che Vangelo significa Buona o Bella Notizia.

Non mi scandalizzo se un prete va in crociera, mi scandalizzo invece quando constato tra il clero quel borghesismo che fa a pugni ogni giorno con il Vangelo di Cristo. Almeno qui da noi, clero ambrosiano, noto con amarezza e talora con una certa stizza una incoerenza tale da convincermi che le mie teorie sul cristianesimo radicale siano ancora troppo soffici, e che andrebbe ridata alla Chiesa una vera svolta a iniziare dal clero, per non parlare poi della gerarchia ufficiale che di esempi ne dà ben pochi. Ogni giorno uno scandalo nuovo. E gli scandali che escono in superficie sono sempre al di sotto della realtà! E poi, nelle sue prolusioni solenni, il cardinale di turno, oggi si chiama Bagnasco, ha la spudoratezza di tessere una relazione esemplare sulla situazione drammatica del nostro Paese, dimenticando però che i primi a fare l’esame di coscienza dovrebbero essere loro, i responsabili di una Chiesa che, per il fatto di essere fondata sulla roccia, se ne approfitta per mettere alla prova la pazienza di Dio. La roccia garantisce il futuro della Chiesa del Cristo radicale, ma la stessa roccia con la sua durezza ferirà a morte la chiesa-struttura-religione, quella chiesa che i fondamentalisti beceri e ottusi vorrebbero difendere a tutti i costi, tirando fuori il peggio dell’Umanità.

Siamo più concreti. Metterei in discussione anche le settimane di esercizi spirituali, i pellegrinaggi, certi incontri di preghiera o di approfondimento, quando si potrebbe pregare anche nei posti meno costosi, organizzare corsi di studio in luoghi più vicini. Certo, pregare in mezzo alla natura è bello, ma la natura è anche qui da noi. Non a Milano, o nelle città, ma non penso che la maggior parte del clero svolga le mansioni pastorali nei centri urbani. Del resto sono stato anch’io a Sesto, e, pur sognando la ridente Brianza, non per questo tutte le settimane tornavo alle mie origini. Mi piaceva stare a Sesto, amavo il mio posto di lavoro.

Mi ricordo che la gente di un piccolo paese, quando venne a sapere che il suo parroco andava a pregare in Africa, commentò: Non è necessario andare in Africa, Dio è anche qui! E la stessa popolazione dava questo giudizio: Abbiamo un parroco “a tempo perso”!

Qui non vorrei allargare troppo il discorso, ma questo “bruttissimo” giudizio non colpisce solo il clero ambrosiano che evade dalla propria parrocchia in nome di questo o di quello, ma soprattutto quei preti che, tradendo la loro spiritualità diocesana, non so in nome di quale gratificazione teologica, fanno parte di qualche Movimento ecclesiale che impone le sue leggi, i suoi ritmi, i suoi impegni talora e spesso in contrasto con i ritmi di una parrocchia. Mi fermo a questo, perché se dovessi toccare poi la visuale di fede di questi Movimenti, allora sarei ancora più duro nei miei giudizi. Un prete diocesano non può essere contemporaneamente ciellino, o focolarino, o dell’Opus Dei ecc. È assurdo!

Noi preti ambrosiani dobbiamo tornare, dunque, ad una pastorale diocesana, ma con la fedeltà al proprio posto di lavoro, che significa: amo anzitutto la mia gente, e poi tutto il resto, supposto che ci sia un piccolo angolo per il resto. Questo non significa chiusura, campanilismo, o animo leghista. Tutt’altro! Si ama il proprio posto di lavoro, ma con il respiro dell’Umanità. Il mio paese non ha barriere, non ha steccati, non ha confini. Se anche andassi fuori, lontano, non per questo aprirei la mia mente. In ogni luogo dove vado, poterei il mio piccolo gretto mondo. Quando si esce di casa, a beneficiarne dovrebbe essere anzitutto la casa. Ma non sempre è così. Talora la casa soffre per l’assenza dei genitori!
   

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