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31 gennaio 2012

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Milano, il Partito democratico si spacca sui fondi anticrisi alle coppie di fatto


Carissimo Giuliano Pisapia, continua per la tua strada, che è quella giusta. Non guardare ai cattolici fondamentalisti: sono costoro che dividono, e non tu. Ogni essere umano, indipendentemente dalla religione o da ideologie strutturali di potere, ha diritto ad essere assistito, perciò anche le coppie di fatto o di omosessuali. Ha ragione Stefano Boeri: “ridicola eredità di antichi pregiudizi”. “Avvenire” è di stampo vaticanista. Con tendenza ciellina!

da Il Fatto Quotidiano

Diritti | di Luigi Franco | 31 gennaio 2012

Milano, il Partito democratico si spacca
sui fondi anticrisi alle coppie di fatto

Dopo che Avvenire lo aveva bollato come 'incostituzionale', il provvedimento della giunta di Giuliano Pisapia ripropone antiche divisioni tra laici e cattolici all'interno del Pd meneghino. Boeri: "Ridicola eredità di antichi pregiudizi"

Per dirla con le parole di Stefano Boeri, la discussione sulle coppie di fatto ha scompaginato il Pd. Ancora una volta. Perché i fondi anticrisi che la giunta milanese ha deciso di assegnare anche a chi non è sposato, e magari convive con un partner dello stesso sesso, hanno riproposto nel capoluogo lombardo antiche divisioni. Che sotto l’ultimo governo Prodi mettevano a rischio la tenuta del centrosinistra quando il tema delle unioni civili si declinava in Pacs e Dico. E ora innescano la polemica all’interno della maggioranza arancione che da sette mesi è alla guida di Milano.

È bastato mettere sul piatto 4 milioni di euro per chi ha problemi di lavoro o di casa e destinarli anche a coppie non legate dal matrimonio per fare gridare parte del Pd locale alla “fuga in avanti”.
Lo hanno fatto per prime Carmela Rozza, capogruppo in Consiglio comunale, e Marilisa D’Amico, presidente della commissione Affari istituzionali di Palazzo Marino, che già venerdì hanno bollato il provvedimento come “inopportuno”. E subito sono partite le dispute interne al Pd. Eppure è solo il primo passo di un percorso che entro fine 2012 porterà all’istituzione del registro delle unioni civili, almeno questa la promessa dal sindaco Giuliano Pisapia. L’assessore alla Cultura Boeri ha parlato su Facebook di un partito “scompaginato da una discussione che invece avrebbe dovuto guidare” e colpevole di non avere ancora aperto “una grande pubblica riflessione sui temi – distinti eppure intrecciati – delle forme di coabitazione, dei servizi ai cittadini che scommettono su un destino comune e sullo statuto e i rituali del matrimonio”. Con la conseguenza che sulla questione rimangono nel Pd divisioni tra laici e cattolici che, secondo Boeri, “sono una ridicola eredità di antichi pregiudizi”.

I toni ha provato ad abbassarli il vice sindaco Maria Grazia Guida, cattolica e con una storia di impegno nella Casa della carità di don Virginio Colmegna: “Non è una iniziativa per le convivenze omosessuali – ha detto a Repubblica -. Abbiamo pensato solo a sostenere chi oggi ha bisogno”. E si è chiesta perché “un’amministrazione pubblica e laica dovrebbe discriminare alcuni soggetti fragili per le loro scelte di vita o d’amore”. Parole molto simili a quelle di Pisapia, che si è detto contrario a ogni discriminazione.

Ma contro la giunta è arrivata la sferzata di un altro cattolico del Pd, il vice presidente del Consiglio comunale Andrea Fanzago: “Discriminare sarebbe sbagliato, ma è altrettanto sbagliato dare in parti uguali tra diversi – ha detto -. Non possiamo far finta che certe situazioni siano paragonabili alla famiglia come intesa dalla Costituzione. Se si tratta di persone con problemi economici è giusto intervenire ma non come se fossero delle famiglie: sono cose completamente diverse, all’interno del bando bisognerà assolutamente differenziare i due casi”. Critiche a cui si sono aggiunte quelle del democratico Marco Cormio, presidente della commissione Politiche sociali, che in Aula ha commentato: “La giunta ha fatto bene a predisporre quel documento, ci mancherebbe, ma si è dimenticata di fare un passaggio in Consiglio comunale. C’è stata una mancanza di correttezza istituzionale, lo dico con la massima pacatezza”.

I responsabili degli assessorati da cui arriveranno i fondi anticrisi, Pierfrancesco Majorino e Cristina Tajani, hanno difeso il loro operato. E se la giunta non fa passi indietro, non si placano nemmeno gli attacchi del Pdl. Riccardo De Corato ha chiesto a Pisapia il rispetto per quei cattolici che lo hanno votato come sindaco. E ha riproposto in Aula le argomentazioni del quotidiano Avvenire che in un editoriale ha definito il provvedimento incostituzionale. Accusa senza fondamento, hanno spiegato a ilfattoquotidiano.it due costituzionalisti di rilievo come Lorenza Carlassare e Valerio Onida. Dalle posizione del Pdl si è smarcato il leghista Matteo Salvini: “Vista l’evoluzione della società – ha commentato – riconoscere le coppie di fatto non mi crea problemi. Le coppie gay, però, sono un altro paio di maniche. Perché una famiglia, con o senza matrimonio, è basata sull’unione tra un uomo e una donna”.

Leggere anche qui
da Avvenire

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Politiche per la famiglia e situazioni di fatto

Scivolone ideologico nella Milano di Pisapia

Nessuna sorpresa, ma non per questo meno sconcerto. La decisione della giunta di Milano di modificare il regolamento del "Fondo anticrisi" del Comune – destinando il sostegno per l’affitto o l’acquisto della casa anche alle coppie di fatto, etero e omosessuali – è una scelta che non stupisce. Perché già annunciata, nelle sue linee di principio, fin dalla campagna elettorale del sindaco Giuliano Pisapia, che ha ribadito più volte anche di voler istituire il cosiddetto "registro delle unioni civili".

In attesa di quell’atto, peraltro privo di qualsiasi valore giuridico, la giunta comunale ha pensato bene (anzi male) di agire facendo leva sulla definizione di "famiglia anagrafica", così come ridisegnata dalla legge del 1989. Questa prevede – al solo fine, amministrativo, di "fotografare" le situazioni di fatto – che siano registrate sullo stesso stato di famiglia «l’insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozioni, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti...». Un vincolo affettivo semplicemente dichiarato dai soggetti conviventi all’atto della registrazione in Comune. Senza che vi sia né alcun controllo da parte dell’ufficiale dell’anagrafe (e, d’altronde, come sarebbe possibile?) né per ciò stesso alcuna certificazione ufficiale da parte dell’ente pubblico, che non sia la mera presa d’atto di un’auto-dichiarazione.

Ciò che sconcerta, allora, è che il sindaco di Milano, che è avvocato e uomo di legge, scelga con questo atto di ribaltare le fonti del diritto, anteponendo una legge di regolazione amministrativa addirittura alla Costituzione. Che all’articolo 29 è inequivocabile nel riconoscere «i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E all’articolo 31 impegna la Repubblica ad agevolare «con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose». Porre sullo stesso piano coppie che – sposandosi civilmente o religiosamente – assumono un preciso impegno pubblico e persone che – per scelta, o per impossibilità – non rendono vincolanti i propri legami "affettivi", significa violare la lettera e lo spirito della nostra Carta fondamentale. Perché delle due l’una: se il riferimento degli (ovviamente positivi) aiuti economici è la singola persona, conta solo il suo stato patrimoniale. Se invece si intende assumere la famiglia come soggetto, allora occorre necessariamente riferirsi alla definizione scolpita nella Costituzione e sempre ribadita dalla Consulta. Per rispetto della verità, anzitutto. E per perseguire davvero il bene comune. È importante tutelare comunque i figli, al di là delle "scelte" dei genitori. Ma è necessario al tempo stesso evitare riconoscimenti impropri e dare chiara e incontestabile priorità alla famiglia fondata sul matrimonio. Che non è favorita dalla Costituzione per "ideologia", ma perché orientata a garantire quei rilevanti beni sociali che sono la stabilità delle relazioni fondamentali e la creazione di un ambiente più accogliente per i figli.

Il provvedimento presentato dalla giunta milanese si annuncia, in modo radicale e stridente, di segno opposto. Se dovesse essere davvero così, una simile scelta si rivelerebbe – essa sì – una pura affermazione ideologica. Nel ricordare – e ribadire – le giuste priorità nell’utilizzo delle risorse pubbliche non c’è alcun intento discriminatorio. Perché qui non ci sono discriminazioni da sanare, ma condizioni e scelte oggettivamente diverse. La peggiore ingiustizia, lo insegnava anche don Lorenzo Milani, è trattare in maniera uguale situazioni differenti.

Francesco Riccardi

 

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