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1 febbraio 2012

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Ciellini, siete ancora in tempo: abbandonate la nave che sta per affondare!


Da anni sto scrivendo per denunciare le porcate dei dirigenti di Comunione e Liberazione e gli intrallazzi, chiamateli come volete, per me sono di tipo mafioso, della Compagnia delle Opere. Da anni sto ripetendo che Cl + Cdo sono il cancro della Chiesa, quella autentica, del Cristo radicale.

Ora qualcuno se ne sta accorgendo, e alza la voce. Isolata, comunque. Non sempre nei dovuti modi. Con quella chiarezza espositiva che si richiederebbe per far capire alla gente comune il vero pericolo di alcuni Movimenti ecclesiali.

Partirei con ordine. Prima di tutto non si può non sottolineare, anche con forza, che nella Chiesa, tranne Cristo, tutto è relativo. Forse anche Cristo, se diamo alla parola relatività quel senso profondo di servizio o quel legame così stretto con l’Umanità da farsi tutt’uno con essa, anche nella precarietà più esistenziale.

Se tutto è relativo, tutto è legato al tempo, ad un determinato tempo. Non c’è nulla di eterno, di intoccabile nemmeno nella Chiesa. Anzi, proprio perché abbiamo una concezione dinamica della Storia, quella di Dio, dovremmo sapere che nulla è immobile, nulla è fisso, nulla è dogmaticamente eterno. Bravi nel dire a tutti che siamo qui di passaggio, e poi costruiamo cattedrali a-temporali. Facciamo delle strutture come degli idoli assoluti. 

Parliamo molto bene di Provvidenza divina, e poi noi credenti ci sostituiamo a Dio con i nostri parti, ordini - associazioni – movimenti, che, per garantirne la stabilità, attribuiamo a rivelazioni particolari. Ci crediamo uomini o donne della Provvidenza. Illuminati in modo speciale da Dio. 

Dunque, relatività, il che significa: oggi c’è bisogno di una struttura o di un mezzo? Benissimo, usiamoli per ciò che servono, ma alla causa vera, che è il bene dell’Umanità. Attenti, dunque: c’è il rischio che il mezzo diventi il fine, o che duri oltre il tempo relativo alla Causa. E tutti sanno quanto la struttura, anche senza arrivare a trasformarsi in un ideale, appesantisca il passo, imprigioni le buone intenzioni.

Se ogni struttura è relativa, significa che non è strettamente indispensabile. Facciamo un esempio concreto. I Movimenti ecclesiali in teoria possono essere mezzi preziosi per santificare e per santificarsi, ma non devono affatto sostituire il cammino di chi anche da solo è in ricerca della Verità. In altre parole, per essere bravi cristiani non è necessario far parte di un Movimento ecclesiale. Talora succede che, tanto più il Movimento si chiude, maggiormente rischia di non permettere ai propri adepti di camminare da soli, di maturare, di volare. Ecco perché, in pratica, considero questi Movimenti come se fossero delle stampelle per persone deboli, o paurose di fare a meno dei tutori, o anche per pigri o indolenti che trovano così, nel Movimento, quella sicurezza che garantisce quel minimo di sopravvivenza spirituale.

Personalmente non sopporterei di rimanere in un Movimento neppure per un minuto. Mi dà fastidio ogni cosa che sa di chiuso. Mi manca l’aria. Ho bisogno che le porte e le finestre siano aperte. Soffro ogni struttura, anche quella di una Chiesa che privilegia la religione all’Umanità.

A me sembra che oggi più che di strutture o di Movimenti ecclesiali (altra cosa sono gli Ordini o le Congregazioni religiose) la Chiesa abbia bisogno di spiriti liberi (o profeti) che diano una nuova spinta al Vangelo autentico di Cristo, che non chiede proselitismo e non vive di tutori, ma che si dia all’Umanità intera quella Coscienza che è consapevolezza dei suoi più profondi Valori. I Valori sono Valori, e basta. Ogni etichetta limiterebbe il loro profondo respiro. 

Se i Movimenti dessero una spinta alla Chiesa, fossero una voce profetica, sarebbero veramente “provvidenziali”. Invece non sono altro che mezzi comodi di cui si ha bisogno per proteggersi dalle innovazioni che potrebbero far paura alla Chiesa-strututra-religione. In questo senso, la Chiesa li ritiene “provvidenziali e doni preziosi”. Per forza!
Ma il discorso non finisce qui. Ciò che veramente è ripugnante, osceno, blasfemo, scandaloso è constatare la contraddizione di questi Movimenti che si appellano al Cristo e poi lo vendono al potere politico-economico. È sotto gli occhi di tutti: Comunione e Liberazione che scelta politica ha fatto ultimamente? È scesa in campo con il più porco tra gli uomini politici italiani! Come si può accettare una simile blasfemia?

Cazzo, come possono il cardinale Angelo Scola e don Juliàn Carròn alla domanda su Berlusconi, rispondere: “È presto per dare un giudizio complessivo. (Scola); “Non ho gli strumenti per dare un giudizio globale. Nella sua vicenda vedo aspetti positivi che hanno fatto bene all’Italia e aspetti negativi” (Carron)?

Lasciamo stare l’aspetto morale - collaborare con il più lurido coso dis-umano! -, ma che dire della scelta politica di Cl + Cdo di stare dalla parte di una destra distruttrice del valore della persona umana, di una destra che mette in primo piano l’avere, il mercato, di una destra che ha fatto di tutto per distruggere la giustizia, la libertà, la democrazia? Come può Dio lasciare ciechi i suoi discepoli che si credono “illuminati”? È mai possibile che non ci sia nessuno, tra i capi settari di Comunione e Liberazione, che abbia avuto un momento di ripensamento? Eppure è gente che prega tutti i giorni, che si nutre del Corpo di Cristo, che medita la Parola di Dio e i documenti del Papa. Eppure vi fanno parte cardinali, vescovi, preti e suore che potrebbero, dovrebbero vigilare perché il loro Movimento non finisca in qualche baratro. Ciechi anche loro? Sembrerebbe di sì! Così ciechi da giustificare, ancora oggi, la loro appartenenza a Comunione e liberazione.

È proprio vero: c’è cultura e cultura, e, come ho già più volte detto, l’intelligenza non sempre si identifica con la cultura. Non temo l’intelligenza quanto invece la cultura che sta all’infuori, in superficie, non coglie la Realtà. Ho l’impressione che i capi dei Movimenti siano abili sfruttatori della debole fede della gente, o siano presuntuosi di possedere qualche dote carismatica ma non si rendono che il loro carisma è privo di quella “intelligenza di fede” che è la Profezia.

Non importa essere cardinali o vescovi. È vero che per farsi nominare occorrono le lauree, ma a che servono se, gratta gratta, c’è un vuoto di Profezia.

Questa è il mio timore di oggi: una Chiesa dotta magari, ma poco “intelligente”, e per nulla profetica.       

NotaBene.
Ripeto una cosa già detta e ridetta altre volte. Non è conciliabile la spiritualità diocesana con la spiritualità di un Movimento ecclesiale. Per essere più chiaro: non è possibile che un prete diocesano appartenga a qualche Movimento. O si è preti diocesani o si è preti cielini, per fare un esempio a caso. Non capisco come si possa condurre una parrocchia con lo spirito (!) ciellino. È impossibile: a prevalere sarà il Movimento, e la parrocchia ne risentirà. Non parlo a vanvera, o per partito preso. Gli esempi sono tanti che convalidano le mie convinzioni. E non penso solo alla parte organizzativa di una parrocchia o alla presenza fisica del ministro di Cristo (un prete iscritto ad un Movimento lascia facilmente la parrocchia per seguire il Movimento), ma penso soprattutto alla visuale di fede che in ogni Movimento ha ristrettezze tali da compromettere seriamente quell’apertura pastorale che soprattutto oggi è richiesta per un cammino verso la maturità profetica.
   
      

IL TABÙ DI CL NELLA CHIESA ITALIANA

di Franco Monaco

Ha ragione il card. Scola: non si vede perché chiedere conto a lui delle “marachelle di qualcuno di CL”. È semmai un problema che interpella collettivamente la Chiesa italiana. Quando, come fa da qualche tempo la Cei, si lamenta una (auto)estraneazione del cattolicesimo organizzato e militante dai processi politici, non si dovrebbe ignorare una vistosa eccezione: quella appunto di CL, un movimento ecclesiale che, se non vogliamo indulgere a ipocrite dissimulazioni giocando con le sigle, ha avuto un protagonismo politico di prima grandezza nel passato recente, con il suo sostegno organico all’avventura di Berlusconi. Mentre volge al termine tale lunga stagione e ci si interroga su come rimuovere le macerie di un panorama politico e morale devastato per avviare un’opera ricostruttiva, sarebbe bene tracciare un onesto bilancio di quell’investimento politico, sia da parte della stessa CL, sia da parte della comunità cristiana nel suo insieme.

Si tratta di ragionare sul rapporto tra Vangelo e potere, tra mezzi e fini e segnatamente sulla moralità dei mezzi, sul nesso tra spirito cristiano e opere umane. C’è una sorta di tabù, un nervo scoperto nella Chiesa italiana. Se ne  discorre in forma sussurrata, ma non se ne fa oggetto di aperta, franca discussione. Di recente un cenno lo ha fatto il card. Martini nella sua rubrica sul “Corriere della sera”: “quando nei movimenti prevalgono le dinamiche del potere e del profitto la Grazia può andare perduta e la Chiesa invece di arricchirsi di una nuova energia spirituale sperimenta emorragie debilitanti”. Essa sconta un’alterazione della immagine di sé e della propria missione evangelizzatrice anche presso  settori di opinione non prevenuti che, in perfetta buona fede, si domandano come sia possibile conciliare la declamazione dell’etica evangelica con pratiche decisamente mondane.

In verità Martini sollevò la questione già in anni lontani al Sinodo mondiale dei vescovi sul laicato del 1987. Egli segnalava il dovere da parte dei pastori di vigilare sui nuovi movimenti, esercitando il proprio autorevole discernimento su derive già allora visibilissime. Tre in particolare: metodi educativi non sempre rispettosi dell’autonomia personale; uno spirito particolaristico e divisivo che mina l’unità delle Chiese locali (diocesi e parrocchie); un certo machiavellismo, un rapporto disinvolto con il potere e con gli affari. Un discernimento responsabile, che sappia chiamare le cose con il loro nome, facendo opera di verità. Anche quando i movimenti si fanno potenti.

È difficile tacere l’imbarazzo con cui abbiamo assistito alla difesa dell’indifendibile da parte di uomini di CL operanti nella politica e nelle istituzioni (ovviamente il riferimento critico è ai responsabili adulti del movimento, non ai tanti giovani trasparenti e generosi): penso al sostegno a leggi dichiaratamente in contrasto con la giustizia e il bene comune in quanto ritagliate su interessi particolari e riconoscibilissimi; all’avallo a una deriva verso una concezione proprietaria dello Stato; al giustificazionismo verso il “mercato” dei parlamentari; ma penso anche ai comportamenti immorali e diseducativi del premier Berlusconi, per esorcizzare i quali ci si è appellati alla tesi della totale separatezza tra sfera pubblica e sfera privata degli uomini delle istituzioni. Si è reagito con fastidio a chi eccepiva, liquidando ogni giudizio morale come farisaico moralismo. Tesi capziose e comunque in contrasto con la più consolidata dottrina e predicazione cristiana.

Né si possono sottacere le decine di indagini giudiziarie che hanno investito il mondo che gravita intorno a Formigoni, l’uomo politico più in vista e più organico a CL. Ben oltre i profili giudiziari e il mantra garantista, vi sono accertati profili politici e soprattutto morali. Alludo esplicitamente a uomini di CL implicati in oscure vicende che riguardano la sanità, i lavori pubblici, da ultimo la bancarotta e i fondi neri del San Raffaele. Non proprio semplici marachelle.

Al fondo del machiavellismo, forse, non sta solo la debolezza degli uomini, la loro natura ferita dal peccato, ma anche un’idea del cristianesimo e della Chiesa e del loro rapporto con la società sulla quale meriterebbe riflettere con umiltà ma anche con coraggio e con franchezza.
(da “Repubblica” edizione di Milano 30.1.2012)

 La scelta religiosa
di Comunione e Liberazione

di Giovanni Colombo (da “Il Margine” febbraio 2012)

“Non è povera voce di un uomo che non c’è, la nostra voce canta con un perché”. La voce dei diecimila presenti risuonò commossa nel Duomo di Milano il 24 febbraio 2005, a conclusione dei funerali di don Luigi Giussani (di seguito: il Gius), fondatore di Comunione e Liberazione, celebrati dall’allora Cardinal Joseph Ratzinger. Ora, a sette anni di distanza, mentre sta per iniziare il processo di beatificazione del prete carismatico, la voce che risuona pubblicamente è quella delle due guide spirituali attualmente più importanti per il  movimento: il Cardinale Angelo Scola, neo-arcivescovo di Milano – va da sé  che il Cardinale, cresciuto col Gius e per questo motivo ordinato prete lontano dalla diocesi di Milano, ritornatovi da sommo pastore, oggi rappresenta ben più di Cl –, e don Juliàn Carròn, il prete spagnolo di 62 anni successore del Gius. Entrambi, nell’arco di un mese, sono stati intervistati dal Corriere della Sera (Scola il 23 dicembre, Carròn il 16 gennaio) e nelle due interviste, raccolte dallo stesso giornalista, Aldo Cazzullo, hanno ripetuto le medesime affermazioni. Segno di una strategia concordata? Credo di sì, la loro voce canta con un perché.

Cl come l’Ac?

Sia Scola sia Carròn spingono per un chiaro riposizionamento del movimento. Cl è educazione (Scola: “Credo che Cl sia un fenomeno educativo ecclesiale formidabile, in cui ha primaria importanza la trasmissione tra le generazioni  di una modalità persuasiva  e vitale di essere cristiani”; Carròn: “Siamo una realtà educativa, con tantissimi ragazzi che, affascinati dall’incontro cristiano, hanno scelto di rischiare…”) che non deve essere mischiata con la politica (Scola: “Gli uomini che si sono giocati in politica  portano lì la loro faccia e su questa base sono stati e saranno valutati dai cittadini.”; Carròn: “Non esistono candidati di Cl, non esistono politici di Cl. Questa cosa, prima si chiarisce, meglio è.”). Queste parole son musica per le mie orecchie. Sento quarant’anni dopo quelle distinzioni introdotte nella Chiesa italiana post-conciliare dall’Azione Cattolica ai tempi del nuovo Statuto del 1969 e della cosiddetta scelta religiosa (o educativa, tutti e due i termini erano usati dai dirigenti di allora per spiegare la svolta epocale). Ma non fu proprio l’accesa contrarietà a quelle scelte da parte del Gius il motivo principale della ferma decisione del Card. Colombo di sancire nel 1971 la fine del percorso unitario dell’associazionismo cattolico ambrosiano, fine che portò alla nascita ufficiale di Comunione e Liberazione? Carròn era allora un seminarista spagnolo che non aveva ancora incontrato il movimento e quindi non può ricordare quei tempi. Ma chi come me è intorno alla cinquantina ed è cresciuto nella diocesi di Milano non può dimenticare cosa ne seguì, la dura, rovente contrapposizione tra Cl e Ac protrattasi per un ventennio e (soc)chiusa per sfinimento reciproco: le parole di fuoco che volarono durante le assemblee ecclesiali, le liste divise nelle scuole e nelle università, i furibondi attacchi del giornale fondamentalista Il Sabato (dove scrivevano, tra gli altri, la penna delicata di Alessandro Sallusti e il futuro spione Renato Farina alias Betulla mentre Maurizio Lupi era l’addetto al marketing) alla presidenza Monticone e alla memoria del professor Giuseppe Lazzati, che innestò anche un processo davanti il tribunale ecclesiastico di Milano, le critiche feroci alla Presidenza della Cei per l’impostazione data ai convegni ecclesiali di Roma e di Loreto. E ora che succede? Cl sta diventando come l’Ac? E  quarant’anni dopo sarà di nuovo un Cardinale di Milano a sanare la frattura del 1971 e a promuovere la riunificazione del laicato cattolico? Chissà cosa si sta decidendo lassù nelle alte sfere del cattolicesimo italiano, intanto, a me che son quaggiù nella bruma padana, par di capir questo: Cl sta tentando di staccarsi da Cl. Non è la prima volta. E già successo esattamente vent’anni fa, con la chiusura del Movimento popolare.

Il popolo canta la sua liberazione

Ve lo ricordate l’Emmepì, e la canzone – inno di Claudio Chieffo, “Il cantastorie ha cominciato a raccontare, il tessitore ha cominciato a dipanare … il popolo canta la sua liberazione…”?    
Fin dall’ inizio Cl si impone per la sua proposta fin troppo integrale, che non accetta  le distinzioni conciliari tra fede e impegno politico. Da questo punto di vita il Gius ripropone, anzi indurisce lo schema tradizionale della cristianità lombarda. Non a caso, il giorno successivo alla sua morte, La Croix che è il giornale ufficiale della Chiesa cattolica in Francia, come lo è Avvenire in Italia scrisse che “incarnò l’integralismo”. Per Cl esperienza ecclesiale e esperienza sociale e politica sono le due facce della medesima medaglia. Da una parte il libretto delle ore jaca book, dall’altra i volantinaggi davanti alle scuole. Da una parte la scuola di comunità, dall’altra la CUSL (Cooperativa Universitaria Studio e Lavoro). Se sei di Cl, sei sempre di Cl, nessun indebolimento dell’identità è ammesso. Ho fatto il liceo a Desio, nella patria del Gius, compagno di classe per cinque anni del nipote del Gius, e lì nessuno mi ha mai detto: non esistono candidati di Cl, perché l’impostazione era esattamente quella contraria: votalo perché è del movimento. Così è sempre successo, prima, nelle scuole, e poi, dal novembre 1975, con la nascita del Movimento Popolare, in politica. Mp non si è mai presentato formalmente come Cl, ma nessun ciellino ha mai fatto esperienza politica fuori da Mp. E non conosco nessun militante ciellino che abbia votato candidati diversi da quelli sponsorizzati da Mp. 
Il leader politico indiscusso  è sempre stato lui, il barbuto di bella presenza che vien da Lecco, Roberto Formigoni, il novello Parsifal – “Parsifal, Parsifal non ti fermare, non fermarti alla corte delle anime nane…”, parole e testo del solito Chieffo -. Aspetta fino al 1984 a scendere direttamente in campo ma quando lo fa è subito boom.Viene eletto al Parlamento  Europeo con il record delle preferenze. Nel 1987 entra anche nel Parlamento italiano. Nel 1989 bissa il successo alle Europee. Ovunque si candidi sono tonnellate di preferenze. In effetti il Movimento dà il meglio di sé durante le campagne elettorali trasformandosi in una straordinaria macchina da guerra. Il meccanismo delle preferenze multiple permette di eleggere i ciellini doc e di volta in volta i candidati giudicati affini. Il tutto è perfettamente oliato. A mia memoria, si inceppa solo una volta, nelle elezioni politiche del 1987, nel collegio Milano Pavia. Per sostenere Franco Piga, potente andreottiano, ex Presidente della Consob, restano esclusi i doc Alberto Garocchio e Vincenzino La Russa (fratello maggiore del più famoso Ignazio). Poco male: si rimedia alle successive elezioni amministrative sistemando i due a  Palazzo Marino. 
Mp, che fin dal suo inizio piazza uomini da tutte le parti (ad esempio, nelle elezioni politiche del 1976, elegge in Parlamento, collegio Genova Savona Imperia La Spezia, tale Marco Mazarino De Petro… chi è costui? Lo ritroviamo trent’anni più tardi condannato  per le  tangenti degli affari petroliferi “Oil for food” con Saddam), cresce prepotentemente negli anni Ottanta scegliendo come nume tutelare Giulio Andreotti e alleandosi con i pezzi più compromessi della Dc. Poi, con lo scoppio di Tangentopoli, la triste fine. A Milano i candidati eletti alle Regionali - Antonio Simone, Luigi Martinelli, Vigilio Sironi vanno tutte e tre in galera e vengono condannati; a Roma finisce davanti ai giudici il gruppo della Cascina, guidato da Marco Bucarelli e dal prete milanese don Giacomo Tantardini e  legato a doppio filo con lo squalo Sbardella. Cl allora  decide di staccarsi da Cl. Il presidente del Mp in quel momento è Giancarlo Cesana, il laico più importante nella gerarchia ecclesiale ciellina, attuale presidente della Fondazione Policlinico di Milano. Cesana, nel dicembre 93, chiama i giornalisti e  dichiara ufficialmente chiusa l’esperienza. La presenza si riorganizza, sul versante sociale e economico, attraverso la Compagnia delle Opere e, sul versante politico, direttamente attorno a  Formigoni.

Roberto, uno di noi

Roberto e i suoi amici (questa è la formula inizialmente adottata che si è poi trasformata in una sigla, Rete Italia) scelgono Forza Italia e ottengono da Silvio la guida della Regione Lombardia.  Roberto, uno di noi (questo è lo slogan dell’ultima campagna elettorale) attira come il miele tutte le presenze cielline di tutti i settori della vita civile e economica. Vengono anche da fuori: da Rimini giunge Nicola Sanese, già deputato per cinque legislature,  a cui viene affidato il ruolo strategico di  segretario generale della Regione, e da Cesena Romano Colozzi, a cui tocca il posto altrettanto cruciale di assessore al bilancio. A questo mondo così compatto che assomiglia quasi a una setta si agganciano anti altri soggetti economici e imprenditori, specie nel settore doro della sanità. Due nomi per tutti: il San Raffaele di don Verzè che in questi anni si è avvalso ampiamente dei servigi di  Pierangelo Daccò,  amico di barca di Roberto, finito in carcere nell’inchiesta sulla bancarotta dell’ospedale -  e quello del nuovo acquirente del San Raffaele, Giuseppe Rotelli, che,  regnante Roberto, espande notevolmente i volumi del suo gruppo ospedaliero San Donato: possiede 17 ospedali in Lombardia e 1 in Emilia, e con il San Raffaele diventerà il primo operatore privato italiano nel settore della sanità. Arrivano pure frotte di faccendieri e affaristi e malavitosi. Negli ultimi 10 anni è un ‘escalation’ di inchieste giudiziarie: nell’ultima, che ha portato all’arresto di Massimo Ponzoni, ex assessore regionale pupillo del Presidente, e di Antonino Brambilla, ciellino della prima ora, vicepresidente della Provincia di Monza (Brambilla è la terza volta che va in prigione negli ultimi vent’anni e sempre per gli stessi motivi!), compaiono addirittura i voti e le pressioni dell’‘ndrangheta. Ma Roberto non fa un plissé. Continua a negare l’esistenza di una questione morale. Denuncia un complotto della sinistra. Insiste a battere il mea culpa sul petto degli altri (voi di sinistra avete Penati!). Non smette di coltivare sogni di gloria (vuole le primarie nel Pdl per battere Alfano e succedere a Silvio). Cambia a ripetizione giacche e scarpe. Fa la diva pazzerella. A 65 anni è uno spot vivente allo jogging e alle creme antirughe. Da Parsifal a Dorian Gray, chi l’avrebbe mai detto?
    
Regnavit a ligno

Credo che non serva aspettare altri interventi della magistratura per capire che il mondo politico formigoniano ha ormai preso una deriva che ripropone, in grande, tutte le caratteristiche negative dell’ultima fase di vita del Movimento popolare. Quindi si può ben capire la strategia preoccupata delle guide spirituali del movimento. Cl riuscirà a staccarsi  di nuovo  da Cl? Forse sì, forse no. Questa volta la metastasi è molto più estesa che vent’anni fa e minaccia l’intero organismo. L’esito felice non è per nulla garantito. Del resto chi conosce la storia della Chiesa sa che è già successo in passato che movimenti di origine religiosa, diventati fiorentissimi, siano decaduti travolti da eccesso di potere e di ricchezza. A Milano c’è il precedente famoso dell’Ordine degli Umiliati. Quindi molto, quasi tutto dipenderà dalla volontà dei dirigenti (il movimento ha sempre avuto un’organizzazione piramidale).
L’exit strategy non può non prevedere, innanzitutto, un minimo di critica e di autocritica sul recente passato. Invece nelle due interviste le risposte alla domande di attualità sono sconfortanti, così mosce che neanche il miglior Forlani sarebbe riuscito a dir meglio. Berlusconi? Scola: “È presto per dare un giudizio complessivo. La mia attenzione è puntata sul compito della Chiesa  e degli uomini di Chiesa quindi su ciò che mi riguarda personalmente su quello che la grande tradizione chiama il bonum ecclesiae…”; Carròn: “Non ho gli strumenti per dare un giudizio globale. Nella sua vicenda vedo aspetti positivi che hanno fatto bene all’Italia e aspetti negativi”. Il San Raffaele? Scola: “Mi mancano troppi elementi per formulare un giudizio che ora si baserebbe solo su quanto apprendo dai media.”; Carròn: “Lo vedo dall’esterno. Non conosco la vicenda giudiziaria. Ma ricordiamoci che si tratta di una grandissima istituzione.“
Se l’approccio resta questo, alla camomilla, dubito che l’operazione salvataggio riesca. Se invece le autorità del movimento intendono fare quel che dicono e riconcentrarsi finalmente sull’essenziale, si apre un altro scenario: revisione dell’ impianto educativo, introduzione di  alcune sacrosante distinzioni quella ad esempio tra peccato e reato – , modifiche del linguaggio, rinuncia a una serie di ricchezze, richiesta di comportamenti coerenti. La scelta religiosa, quando è fatta fino in fondo, è rigenerativa. Ma è scelta a caro prezzo, “spezza le veni nelle mani, mischia il sangue col sudore se ne rimane” (questo non è Chieffo, è Fossati ne La costruzione di un amore). Arrivato a questo punto della mia vita, stagionato da un trentennio di esperienza sul campo, esito addirittura a consigliarla, visto che essa, a differenza  di quanto hanno continuato a pensare i suoi detrattori, inchioda a criteri di vita molto esigenti, quasi impossibili. Nelle scelte mondane il credente dovrà correre il proprio rischio senza utilizzare la Chiesa. Dovrà tener conto del criterio di affinità: sarà suo quello che è affine o più affine (il comparativo dice meno del semplice positivo) alla logica del Vangelo. Dovrà  ricordarsi in ogni istante che ci sono soggetti più biblici di altri: i poveri, i malriusciti, gli affamati, i puri di cuore, i perseguitati, tutti soggetti delle beatitudini. E soprattutto dovrà accettare la verità più dura di tutte: che il fatto cristiano incontra solo tangenzialmente e per pochi istanti il successo di questo mondo. Regnavit a ligno, non dai bordi di uno yacht.

Giovanni Colombo
Milano

 

 

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