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5 febbraio 2012

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Oltre le “battute” di Martone e di Monti…


Michel Martone, viceministro del Lavoro, il 24 gennaio scorso, durante un convegno sull'apprendistato organizzato dalla Regione Lazio, ha detto: «Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato». Ultimamente, il 1 febbraio, il Presidente del Consiglio, Mario Monti, intervistato a Canale5 Matrix ha detto: «Tutte le cose che stiamo cercando di fare sono operazioni di creazione di consapevolezza, perché il mondo non è più quello che era dieci anni fa. I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia, un posto fisso per tutta la vita. È più bello cambiare, avere delle sfide, purché siano in condizioni accettabili. E questo vuol dire che bisogna tutelare un po' meno chi oggi è ipertutelato e tutelare un po' di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci''.

Anzitutto, bisogna avere la correttezza di riportare le parole esattamente così come sono state dette, senza togliere nulla, neppure una sfumatura, per non far dire a chi le ha pronunciate né più né meno di quanto ha detto o intendeva dire. Ed è fuorviante riportarle estrapolandole dal loro contesto. Ma, soprattutto qui in Italia, vige il brutto vezzo di farne subito delle battute su cui giocarci sopra, con tutta quella fantasia da strapazzo che è tipica dei mass media italiani, da cui poi deriva per istinto, da parte del popolo bue, una reazione emotiva a catena incontrollata.

«Una frase come quella, presa fuori dal contesto - spiega Monti 48 ore di distanza -, può prestarsi a un equivoco». Poi la precisazione: «Se intendiamo per fisso un posto che ha una stabilità e tutele, certo è un valore positivo. La mia frase serviva a dire che i giovani devono abituarsi all'idea di non avere un posto fisso per tutta la vita, come capitava alla mia generazione o a quelle precedenti, un posto stabile presso un unico datore di lavoro o con la stessa sede per tutta la vita o quasi». Meglio invece «abituarsi a cambiare spesso luogo o tipo di lavoro e Paese. Questo - sottolinea il capo del governo - non è da guardare con spavento, come una cosa negativa. Gli italiani e i giovani hanno in genere troppa diffidenza verso la mobilità e il cambiamento».

Certo, ci sono battute e battute: di persone intelligenti, e di persone idiote. Non c’è bisogno di fare degli esempi. Fino a qualche mese fa c’era un Presidente del Consiglio che usciva con battute senza senso. Lì, il contesto non c’era neppure: la battuta era una barzelletta, talora indecente, sempre comunque fuori posto. Perché Berlusconi le diceva? Per far ridere (e ridevano i soliti coglioni o le solite baldracche), o per deviare l’attenzione da problemi seri. Non è da escludere che la sua nulla intelligenza non gli permettesse di fare di meglio.

Non penso che sia il caso degli esempi sopra citati. Se vi siete accorti: basta un parola detta dal nuovo Governo a scatenare reazioni immediate, eppure mi sembra di cogliere, tra la gente comune e tra gli stessi politici anche avversari, che, dopo anni e anni di disfacimento democratico, stia per succedere il miracolo tanto atteso. Si intravede uno spiraglio di speranza: qualcosa di nuovo all’orizzonte. Lo si percepisce, pur tra amarezze e delusioni, che però hanno le loro radici lontane, e che tuttora resistono.

Se le battute di Berlusconi o della Lega non erano solo battute, ma rivelavano una concezione deprimente della Politica (P maiuscola!), le battute, diciamo così, di Monti o degli attuali ministri e sottoministri, sono di tutt’altro tenore. È chiaro che bisognerebbe interpretarle alla luce di una nuova Politica, ma siccome noi italiani siamo ancora dentro quella vecchia, non riusciamo ancora a recuperare la nostra capacità critica, logorata da anni e anni da un mal governo, onde cogliere il senso del nuovo.

So di deludere qualcuno, forse più di uno, ma non per questo nascondo ciò che penso: è arrivato il momento della sfida o della scommessa. Non si può più continuare a pretendere di ripristinare il vecchio sistema, di far funzionare qualcosa di logoro per paura che ci tolgano anche quel minimo che ci siamo guadagnato sudando sette camicie. Sì, ho detto sfida: o la va o la spacca. Non si può più tergiversare, o vivere di paure. Se la nave sta per affondare, ed è così purtroppo anche se chiudiamo gli occhi di fronte all’evidenza, affidiamoci all’unico governo attualmente possibile - non importa se non è il nostro ideale - che ci potrà traghettare fuori dalla tempesta. Monti lo vedo come l’unico in grado di poterci salvare. Non riuscirà? Non poniamoci per il momento la domanda, altrimenti non ci resta che spararci.

Le barzellette di Berlusconi o le battute fuori senno dei leghisti ci coprivano di vergogna, oggi alcuni giudizi di alcuni rappresentanti dell’attuale governo possono anche farci incazzare, ma aiutano a riflettere, a ripensare un po’ tutto il nostro mondo esistenziale, a farci riprendere se non altro un po’ di capacità critica. Volere o no, siamo giunti al punto di non ritorno. Non ci è lecito né fermarci né tornare indietro. Oltre il baratro che cosa c’è? Ed è qui che si gioca il nostro futuro, il futuro degli italiani, il domani dei nostri ragazzi.

Personalmente non mi sono scandalizzato di certe affermazioni di Monti e di Martone. Ci ho visto invece delle verità che si ha paura a dire, soprattutto in questo particolare momento di emergenza. L’emergenza, non dimentichiamolo, può farci così paura da renderci ancora più ciechi e da bloccarci ad un immobilismo senza via d’uscita. Bisogna osare, osare di più, certamente puntando al meglio che di per sé non significa “un di più” di cose che ci mancano: non ci rendiamo ancora conto che ciò che veramente ci manca è la capacità critica di cogliere l’essenziale, ed è qui che ha buon gioco la crisi finanziaria.

Non credo neppure io che l’attuale governo ci traghetti verso un mondo migliore inteso secondo quell’Utopia che potrebbe ribaltare l’attuale cultura socio-politica e di conseguenza lo stile della nostra vita. Per il fatto che sostengo Monti e company ciò non significa che tradisca i miei ideali. Tutt’altro. Ma vorrei che anche le poche o tante intuizioni di un governo tecnico servano a rompere quella struttura mentale o quel modus vivendi che da anni non ha permesso di compiere il salto di qualità. Che ci sia un certo infantilismo nei giovani è vero, che ci sia in loro quasi una pigrizia tale da rallentare un certo percorso professionale è vero, che ci sia una concezione meccanicistica del lavoro è vero, che ci sia una tale rigidità da scambiare la sicurezza di un lavoro con l’assoluta immobilità del posto è vero. Che significa allora monotonia? Che significa mobilità? “Il lavoro sicuro dà una paga sicura”. Tutto qui? Siamo forse ingranaggi di una stessa macchina dall’inizio fino alla fine del nostro percorso lavorativo? Ma che vita è mai questa? Quanto tempo perso da parte di giovani fannulloni! Quanta noia e insoddisfazione per un posto di lavoro che mi dà solo una paga, ma che mi distrugge interiormente! Ci pensiamo a queste cose?

No, non mi aspetto da questo governo che cambi lo stile della nostra vita. Ma mi chiedo se oggi possa esistere un governo che possa darci la possibilità di realizzare i nostri sogni. Come d’altronde è possibile se il popolo è ancora fermo ad una cultura socio-politica legata al tubo digerente o a sognare un mondo fasullo, fondato sul superfluo e sull’inutile?

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