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19 febbraio 2012

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Siamo un Paese veramente strano, più unico che raro


 

Sempre a dire: Che Paese è mai il nostro?
E giù a stendere mille ragioni o a trovare mille scuse
per ripetere che siamo un Paese veramente strano
o… più unico che raro!

D’altronde ai giornalisti e ai telecronisti
bisogna pur dare qualcosa perché dicano qualcosa,
almeno un pretesto: a loro basta poco per improvvisare
tutta una serie di interviste e di articoli.

Se non arriva “provvidenziale” una bella nevicata
che mette in ginocchio ad esempio la città di Roma,
la neve in sé non dice proprio nulla,
- eppure gli antichi dicevano che
“sotto la neve c’è il pane!” -
ma è Alemanno a far notizia con le sue beghe da bar,
ed è solo questo che conta alla banda stonata
dei mass media che come tromboni a tutto fiato
snocciolano polemiche create ad hoc.

Scioltasi quella infarinatura che ha imbiancato
anche la Basilica di San Pietro
tanto da far esclamare a Benedetto XVI
- Oh, quanto è bella Roma! -
neppure la rinuncia imposta dal governo
alla candidatura alle Olimpiadi del 2020
ha retto al post orgasmo mediatico dell’emergenza neve.

Un vigile a Milano è stato ucciso,
ed è diventato un eroe per l’intero Paese,
- ci vuole poco ad essere eroe dopo il gesto di Schettino! –,
e un altro vigile ha ucciso, sempre a Milano,
ma la gente non ha reagito con la stessa intensità;
ma qualcuno si sta chiedendo:
qual è la funzione del vigile, uccidere o farsi uccidere?
Non è che il caso vuole che ci si trovi
in certe situazioni in cui si rimane vittima
di qualcosa di non controllato?
E allora perché parlare di eroismo (primo caso)
o parlare di un atto di legittima difesa (secondo caso)?

Sì, un Paese strano, più unico che raro, il nostro:
scioperi di camionisti o di indignados paralizzano l’Italia,
poi tutto passa sotto silenzio.
Domanda: che cosa hanno ottenuto?
Risposta: prima una forte incazzatura,
e poi il menefreghismo del Paese!

E il menefreghismo del Paese lo si tocca
appena il potere mediatico – adesso Berlusconi non c’è più! –
impone i soliti appuntamenti di droga di massa:
il Festival di Sanremo è un esempio,
ma che è capitato nel momento giusto.

Nell’emergenza economica e strutturale del Paese che frana
ecco riemergere la passione per qualcosa che eccita,
che si chiami Celentano o la Belèn non importa,
è sempre questione di pelle, e solo di pelle:
Celentano per un verso, e la Belèn per l’altro.
Là dove non arriva Celentano, arriva la Belèn,
e il gioco mediatico ha ottenuto ciò che voleva ottenere:
ovvero altro rincoglionimento del Paese!

Passato il Festival, tutto tornerà come prima:
il nostro Paese, più unico che raro,
s’immergerà nei suoi problemi più reali,
ma sempre con lo spirito a fior di pelle del Festival.

D’altronde, se dobbiamo parlare di canzonette
- non andrei oltre la parola “canzonetta” -
non siamo molto lontano da ciò che esse esprimono,
ovvero un povero mondo trito e ritrito nel solito giro di parole
da cui i sentimenti faticano ad uscire
neppure con un ritmo musicale raffinato.
Si sa: le canzonette esprimono molto bene un paese!

Non riesco a capire una cosa:
perché non si accettano i propri limiti?
Ad esempio: se uno è un bravo cantante,
perché per forza deve sentirsi anche un predicatore? 
Se una è una brava nuotatrice,
perché per forza deve fare la modella o fare l’opinionista?
Senza togliere nulla agli sportivi o ai cantanti
del loro essere persone “intelligenti”, bravi anche in altri campi
- non è comunque detto che lo siano! -
perché quel “per forza”?

Ciò che non sopporto è quel dar peso al proprio pensiero
in forza delle proprie doti nel campo artistico o sportivo.

Anche Celentano può esprimere un’idea politica o religiosa,
ma il fatto di essere Celentano bravo cantante
non aggiunge nulla al suo pensiero.
Le sue idee non valgono di più perché è un famoso cantante.

Certo, ci sono stati, e ci sono tuttora, geni poliedrici,
ma si sono imposti per il loro genio di fondo,
senza doversi sentire per forza un grande filosofo
per il fatto di essere un grande artista o un grande poeta.

Oggi ho l’impressione che, in forza di una dote professionale,
che va riconosciuta quando merita di essere riconosciuta,
ci si improvvisi filosofi o poeti o altro.

E la gente talora abbocca:
ultimo caso è quello di Silvio Berlusconi
che in forza della sua grande capacità manageriale
ha preteso di fare il politico.

Una triste storia che ha gettato il nostro Paese nel baratro!

Non ci rendiamo conto di quanto sia deleterio
lo scambio dei ruoli, a seconda delle opportunità:
ci si butta in politica per difendere interessi personali
- questo capitava e tuttora capita anche nei nostri piccoli paesi -,
togliendo perciò ad altri, migliori di noi, la possibilità
di esprimere le loro doti.

Strano questo nostro Paese, più unico che raro:
eppure siamo un popolo di imprevedibili risorse,
ma ci manca la cosa essenziale:

la consapevolezza del Genio che possediamo.

Forse mancano le condizioni perché il Genio si esprima,
e le condizioni sono anche quelle legate alla Storia
che per farsi Umanità in cammino non ama
né potere né strutture né avere,
ma quella libertà di spirito che sembra invece favorita
durante le dittature o durante le crisi economico-sociali,
in forza di quella propria capacità di reagire nei momenti difficili.

Il problema per noi italiani è un altro:
ci manca l’auto-coscienza o quella presa di coscienza
del nostro essere genio italiano.

Il potere ha imparato l’arte di fregarci,
facendoci credere di essere cittadini sovrani,
quando in realtà non siamo altro che pecorume.

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