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22 febbraio 2012

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TEOLOGO AUSTRIACO: I DIVORZIATI RISPOSATI HANNO DIRITTO ALLA COMUNIONE


Da ADISTA Notizie n. 7 - 2012

TEOLOGO AUSTRIACO:
I DIVORZIATI RISPOSATI
HANNO DIRITTO ALLA COMUNIONE

36552. SALISBURGO-ADISTA. Una «rivalutazione teologica» dei divorziati risposati e un nuovo modo di interagire con essi da parte della Chiesa: lo ha chiesto il teologo tedesco Eberhard Schockenhoff, docente di Teologia morale presso l’Università di Friburgo,  in occasione di una giornata di studio dell’Azione cattolica austriaca (Kao) svoltasi a Salisburgo il primo febbraio scorso. La Chiesa, ha detto il teologo, deve sottolineare la propria disponibilità alla riconciliazione nello spirito delle fonti bibliche e della prassi della Chiesa primitiva, distaccandosi da un atteggiamento di  «condanna morale» che provoca negli interessati «un sentimento di dolorosa esclusione».

«I separati, i divorziati e coloro che si sono risposati non stanno ai margini della Chiesa, ma appartengono ad essa come molti altri cristiani manchevoli o che hanno sbagliato», ha detto Schockenhoff, che negli ultimi anni si è occupato molto del problema tanto da dedicare ad esso un libro il cui titolo è stato ripreso come tema della giornata di studio: “Opportunità di riconciliazione? La Chiesa e i divorziati risposati”. La sua è una proposta radicale: la Chiesa può e deve concedere la comunione ai divorziati risposati. In primo luogo, si tratta di un’«emergenza pastorale»: il numero di questi cattolici, attualmente esclusi dalla vita sacramentale, va aumentando e la problematica legata alla loro partecipazione alla vita ecclesiale non può essere ulteriormente rimandata (v. nostra inchiesta sul numero blu del 18/2). In secondo luogo, non c’è nessun motivo – tanto nelle Scritture quanto nella prassi della Chiesa delle origini – che ostacoli questo passo.

Il riferimento alle parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio davanti a Dio, afferma il teologo, non può essere semplicemente equiparato ad una norma canonica, mentre nel vangelo di Matteo e Marco e nei testi di san Paolo vi sarebbero «tendenze controcorrente» e «circostanze eccezionali» nelle quali il divorzio poteva essere tollerato. E se l’indissolubilità del matrimonio resta «l’unico metro di giudizio valido», questo però non significa, argomenta Schockenhoff, che da un punto di vista biblico non possano esserci «situazioni di emergenza» in deroga a questo standard. Questa «flessibilità nel rigore» ha caratterizzato anche la prassi dei primi secoli della Chiesa.

Posizioni simili erano state espresse, afferma il teologo tedesco, persino da Joseph Ratzinger che, in un saggio del 1972, scrisse che al di sotto o all’interno del magistero classico «c’è sempre stata, nella pastorale concreta, una prassi più elastica che non è mai stata considerata del tutto conforme alla vera fede della Chiesa, ma che non è mai stata assolutamente esclusa»; un’ammissione regolata ai sacramenti delle persone interessate, affermava Ratzinger, «è pienamente in linea con la tradizione della Chiesa».

A favore dell’ammissione ai sacramenti, sostiene Schockenhoff, parla inoltre il fatto che anche in una nuova unione civile possono essere presenti «tutti gli elementi che, secondo la Chiesa, sono costitutivi del matrimonio»: la fedeltà, la volontà di dedizione totale al partner, l’apertura ai figli, ecc.  Di conseguenza, un secondo matrimonio non riconosciuto dal diritto canonico potrebbe non essere più considerato un non-matrimonio o un concubinato. Anche il discorso corrente di un «adulterio continuo» o di «stato di peccato grave» è, alla luce di queste considerazioni, «totalmente inaccettabile».

Da questa rivalutazione teologica di un nuovo matrimonio civile, ha ancora affermato il teologo di Friburgo, deriva «in modo vincolante il fatto che i divorziati risposati non siano esclusi dalla comunione permanentemente o fino alla morte del proprio primo partner»; «in segno di rispetto per il giudizio di coscienza formulato dalle persone interessate» la Chiesa deve quindi invitare i divorziati risposati a partecipare alla vita comunitaria e alla comunione eucaristica. Solo così, infatti, essa può offrire un’autentica «opportunità di riconciliazione». Un passo del genere, «pronunciato dalla chiesa pubblicamente», rappresenterebbe la correzione di una «deriva catastrofica»: quella, cioè, di una chiesa spietata e disinteressata a questa categoria di persone.

Altra situazione, altro dolore

Allo stato attuale, nemmeno le coppie regolarmente sposate ma appartenenti a diverse confessioni religiose possono partecipare all’Eucaristia insieme, e ciò è fonte di grande dolore, come è emerso nel corso di un incontro ecumenico dal titolo “Ecumenismo – Incontro di appartenenti a diverse tradizioni e confessioni cristiane”, svoltosi  presso la Facoltà di Teologia cattolica di Innsbruck dal 13 al 15 febbraio. Una situazione, quella delle coppie di diversa confessione, molto diffusa in Austria, come ha sottolineato la sovrintendente evangelica luterana Louise Müller, che ha spiegato come in alcune aree del Tirolo vi sia fino al 95% di coppie interconfessionali; di qui la necessità di individuare soluzioni comuni.

Di questo sono ben consapevoli i vescovi, ha affermato in un’intervista alla Kathpress il vescovo di Innsbruck mons. Manfred Scheuer, responsabile delle questioni ecumeniche per la Conferenza episcopale austriaca, facendo riferimento al «Direttorio ecumenico» del Vaticano del 1993, che sancisce che i non cattolici possano in singoli casi essere ammessi ai sacramenti della Chiesa cattolica. Anche il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, ha ammesso che l’attuale situazione è «molto difficile e non soddisfacente», poiché «le convinzioni di fondo delle diverse Chiese rimbalzano qui sulle persone concrete»; la situazione di queste coppie, ha detto, «è sempre stata per me un motivo per impegnarmi nell’ecumenismo»; «c’è bisogno, in definitiva, di soluzioni a portata di mano». Per Elisabeth e Klemens Betz di Arge Ökumene (comunità di coppie e famiglie appartenenti a confessioni religiose diverse), l’«esperienza comune di una cena eucaristica comune» può essere «segno di riconciliazione» e rendere le Chiese più vicine. Bisogna parlare, hanno detto, della sofferenza delle coppie interconfessionali, e del bisogno di una prassi che discenda da norme ben chiare e che non dipenda dall’apertura o meno dei singoli preti, che trasformerebbe la condivisione dell’Eucaristia in una sorta di «contrabbando». (ludovica eugenio)

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