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20 maggio 2012

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Prime comunioni, cresime e… altro


Lo so che siamo sempre tentati di tornare ai tempi passati (senz’altro più di cinquant’anni fa), quando certi eventi per un cristiano avevano un senso profondamente religioso, in un “contesto di fede” che aiutava a cogliere la Grazia del Sacramento.

Forse - qualcuno dirà - non c’era d’altro che permetteva alla comunità di sentirsi anche semplicemente come tale: l’esistenza era fatta di stenti economici e di umiliazioni sociali, e si sentiva il bisogno di momenti particolari che, oltre ad una maggiore solidarietà umana,  davano una certa carica interiore. Non possiamo negare che la fede, anche con il rischio di farci sopportare passivamente le ingiustizie di regime, era talora l’unica forza che ci permetteva di sopravvivere, sperando in un mondo migliore.

Poi, con il boom economico che di pari passo ha ribaltato la miseria precedente creando quell’illusione di ben-essere che in realtà portava un mal-essere con il sopravvento di un avere smodato, anche la fede ha subìto le conseguenze, trasformandosi in una pratica rituale sempre più stanca e remissiva, fino a estinguersi lasciando tuttavia qualche rimasuglio di tipo sacramentario. I riti, si sa, si svuotano, ma rimangono, oppure subiscono trasformazioni, ma sempre mantenendo la veste del rito. Il rito fa parte di ogni religione, e anche della società civile che, pur dissacrata, ha bisogno di riti, “religiosi” o laici poco importa. La Lega è l’ultimo significativo esempio. 

Sembra che oggi la pastorale sia solo preoccupata di spostare le date delle prime comunioni e delle cresime, con l’intento di recuperare l’antico “sensus fidei”. Tentativi sopra tentativi, ma senza l’effetto sperato. Non entro qui nel merito della utilità pastorale di questi sforzi, talora senza cervello, per ridare ai sacramenti la loro efficacia evangelica. Forse bisognerebbe con coraggio chiedersi che cosa sia rimasto del Vangelo autentico nella Chiesa di oggi e nella sua impostazione religiosa, a iniziare dalle nostre comunità cristiane. Si fanno anche lodevoli piani pastorali, che rimangono però solo sulla carta. Tutto pro forma! Si vorrebbe tamponare falle che invece meriterebbero ben altri interventi.

Ad esempio, perché non ri-vedere tutto il castello sacramentario che - non è solo una mia impressione - sembra costruito sul vuoto? Che valore teologico hanno i Sacramenti? Ci si ostina a presentarli ancora oggi nella loro inefficacia umana, proprio perché si vorrebbero ancora oggi disincarnati dall’Umanità. E la catechesi continua in questa linea fallimentare. I catechismi risentono di tutto questo. Non si vuole uscire dal vicolo cieco, e quel che è veramente deleterio è che a pagarla sono proprio i ragazzi e i giovani, che, quando vengono a catechismo, subiscono l’ora in attesa della data della prima comunione e della cresima. E tutti si lamentano, e poi tutti tacciono, il giorno seguente a quella specie di recezione sacramentaria che ha creato negli educatori preoccupazioni di tipo disciplinare e nei genitori preoccupazioni di orario per evitare che i numerosi hobby subissero contrattempi.

Credo che la comunità cristiana in quanto tale non è fatta di soli preti o suore o catechiste, ma anche di famiglie che, venendo meno al senso profondamente religioso, riescono sempre a condizionare la stessa pastorale. Sì, questi genitori hanno il potere di ricattare la comunità di fede, in particolare nei suoi aspetti straordinari, quando cioè non possono fare a meno di porsi il problema di una ricorrenza sacramentaria per i loro figli. Parlo dei sacramenti della cosiddetta iniziazione cristiana: battesimo, comunione e cresima.

Per me il problema non è tanto il soggetto ricevente, ovvero il bambino, ma il problema sono soprattutto i genitori. I ragazzi in quale primario contesto vivono ogni giorno? Non è quello familiare? È dunque la famiglia la prima scuola di fede per i credenti, così come la famiglia è la prima scuola di vita per i cittadini. Non si scappa. Ma i genitori di oggi non fanno altro che scaricare sugli altri le varie responsabilità: questo succede a scuola, e questo succede in parrocchia. Normalmente - ci sono lodevoli eccezioni - i genitori si vedono all’inizio dell’anno catechistico, poi spariscono, e si fanno vivi all’approssimarsi della prima comunione o della cresima. Normalmente per avanzare pretese, talora assurde. E ricattano. E si è quasi costretti ad accettare questi ricatti “pro bono pacis”, ovvero per il quieto vivere, altrimenti…

Anch’io sono giunto a pensare: a che serve poi prendersela, se poi nulla cambia? Si rischia di avere il mal di fegato, ma a che pro? Tuttavia, ecco il mio cruccio: è giusto sempre tacere, lasciando che una comunità di anno in anno perda il “sensus fidei”, riducendosi ogniqualvolta a dover subire sempre peggiori ricatti?

Cavoli! Queste ricorrenze sacramentarie che cosa sono diventate?

Io distinguerei due fasi: una fase apparentemente religiosa, ed una fase prettamente laica. Ho detto “apparentemente” religiosa: sì, perché anche questa fase di religioso ha ben poco, se non nella sua formalità rituale che consiste talora in una pura cerimonia di parata. E poi, subito dopo, ecco la fase laica: nuovo vestitino di cerimonia per la festa, un clima che sembra stridere con tutto ciò che, poco prima, è avvenuto in chiesa.

Certo, non mi tolgo le mie responsabilità di prete, di educatore, di catechista. Anche noi preti ci lasciamo prendere dall’andazzo dei tempi, facciamo ben poco o nulla per contrastare una “laicizzazione” che ha contaminato anche gli aspetti più religiosi. Abbiamo quasi abdicato alla nostra missione, che non consiste nel comandare o nell’imporre un passo univoco alla pastorale, ma nel proporre ideali che aiutano a uscire da una visuale strettamente formale o tradizionalista. Occorre aprire nuovi orizzonti, prima che inventare nuovi metodi pastorali. Via libera ai laici, certamente. Ma non è rischioso lasciare loro maggiori spazi di apostolato senza prima, da parte della Chiesa profetica, educarli ad una maggiore maturità di fede? Altrimenti si rimane sempre nel circolo vizioso: cambia solo chi tiene le redini, ma la pastorale è sempre nel pantano. Non se ne esce se non con un salto di qualità.

Arrivano le prime comunioni, arrivano le cresime, e si rinnova il solito rito, più profano che sacro. Ci si lamenta anche, ma per poco, in attesa dell’anno prossimo: tutto come prima, in più un deterioramento dovuto al tempo che passa nell’inerzia di una pastorale che non si sblocca dal solito ritualismo, e dal solito pragmatismo, con il rischio che del Mistero di Dio resterà solo un’ombra per coprire il nostro vuoto interiore.

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