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21 maggio 2012

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IN RICORDO DI FALCONE E BORSELLINO. LONTANO DALLA RETORICA DI STATO


da Cado in piedi

IN RICORDO DI FALCONE E BORSELLINO.
LONTANO DALLA RETORICA DI STATO
di Roberto Scarpinato - 21 Maggio 2012

"La narrazione pubblica offre una visione semplificata della vicenda di Falcone e Borsellino. Si divide nettamente in bene e in male, dimenticandosi dei colletti bianchi e che il vero cuore di tenebra del Potere si annida nelle istituzioni e nella politica"

Riporto anche qui un'intervista rilasciata ad Affaritaliania cura di Lorenzo Lamperti.

"Il rischio è che i giovani credano davvero che la mafia siano solo Riina e Provenzano". Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Caltanissetta, ha fatto parte del pool antimafia insieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E li ricorda, a vent'anni di distanza dalle stragi di Capaci e via d'Amelio, in un'intervista ad Affaritaliani.it: "La narrazione pubblica offre una visione semplificata della loro vicenda. Si divide nettamente in bene e in male, dimenticandosi dei colletti bianchi e che il vero cuore di tenebra del Potere si annida nelle istituzioni e nella politica".

Il magistrato dice di provare "disagio nei confronti della retorica di Stato" e non vede ancora la voglia di svelare i segreti della trattativa con la mafia da parte di chi sa: "E sono in tanti". "Falcone e Borsellino rappresentavano forse per la prima volta uno Stato credibile. A venti anni di distanza, ci sono più strumenti per combattere l'ala militare di Cosa Nostra, ma nel contrasto dei rapporti tra mafia e politica sono stati fatti passi indietro. E se una volta ci si scandalizzava se qualcuno veniva fotografato a un matrimonio mafioso, oggi c'è gente condannata che sta tranquillamente al suo posto in Parlamento".

Procuratore Scarpinato, nella prefazione al libro "Le ultime parole di Falcone e Borsellino" lei parla di "disagio" di fronte alla retorica di Stato in occasioni delle celebrazioni commemorative dei due magistrati. Ci può spiegare meglio questa sensazione?

Il disagio nasce dal fatto che, come ho scritto in questa prefazione, i protocolli della comunicazione pubblica richiedono che il discorso sia epurato da riferimenti a vicende sconvenienti o controverse. Il limite di questa forma di comunicazione è che si offre alla memoria collettiva una storia estremamente semplificata priva delle chiavi di lettura necessarie per comprendere le ragioni complesse sottostanti alla questione mafiosa e le cause della sua irredimibilità a distanza di 150 anni dall'Unità d'Italia.

Quindi si offre questa versione semplificata della storia di Falcone e Borsellino?

Nella narrazione pubblica sembrerebbe che tutto si risolva in uno scontro tra Falcone e Borsellino da una parte, simboli dello Stato legalitario, ed ex contadini semianalfabeti come Riina e Provenzano dall'altra, che nell'immaginario comune vengono identificati come i "portatori del male della mafia". Se questi fossero i termini della storia verrebbe da chiedersi come mai lo Stato italiano non sia ancora riuscito a debellare la mafia. A vent'anni dalle stragi credo sia venuto il momento di confrontarci con quelle parti rimosse della storia che chiamano in causa le responsabilità non solo penali, ma anche politiche e morali di significativi segmenti della classe dirigente.

Che cosa manca nel racconto di questa storia "semplificata"?

L'esito dei processi di questi ultimi venti anni dimostra come questa vicenda non sia spiegabile se si lascia nel fuori scena il coprotagonismo di personaggi che hanno svolto ruoli importanti e che appartengono al mondo dei "colletti bianchi" che hanno frequentato le stesse nostre scuole, i nostri salotti e talvolta anche le stesse chiese. Un popolo sterminato di "colletti bianchi" che hanno ricoperto ruoli organici all'interno di Cosa Nostra. I processi hanno dimostrato quanto spesso i capi mafia siano medici, architetti, ingegneri, liberi professionisti, persone insomma dotate di un alto grado di scolarizzazione. Sono state accertate responsabilità penali di ex presidenti del Consiglio, di uomini ai vertici dei servizi segreti, di persone a capo della polizia di Palermo e altri personaggi di ai piani alti della piramide sociale. Questa parte della storia viene rimossa e così non si comprendono momenti essenziali della vicenda di Falcone e Borsellino.

Quali sono gli ostacoli incontrati da Falcone e Borsellino durante la loro esperienza da magistrati?

Falcone e Borsellino, come Costa e Chinnici prima di loro, furono costretti a misurarsi non solo con i progetti di morte orditi ai loro danni da personaggi come Riina e Provenzano, ma anche con una serie di ostacoli frapposti al loro operare da un mondo di potenti che vedevano i loro interessi messi in pericolo quando il pool antimafia iniziò ad elevare il livello delle indagini. Nel novembre 1984 vengono arrestati Vito Ciancimino e i cugini Salvo che rientravano nella categoria degli intoccabili. In quel momento è come se il pool avesse valicato un invisibile confine. Nell'ordinanza - sentenza del maxiprocesso il pool preannuncia che farà largo uso del reato concorso esterno in associazione mafiosa, del quale si parla molto nell'ultimo periodo, nel settore delle infiltrazioni della mafia nelle istituzioni. A quel punto comincia una campagna di delegittimazione che non avrà fine e che tenta di squalificare i magistrati del pool dipingendoli come strumenti di manovre politiche occulte o come arrivisti colti da una sfrenata ambizione personale. Tenta di renderli demonizzarli agli occhi di una società civile che invece comincia a identificarsi in uno Stato che per la prima volta si presentava con i volti di uomini credibili.

Lo Stato quindi non era considerato credibile?

Veniva identificato in personaggi come Lima, Ciancimino e molti altri. E poi si arriva all'operazione Meli, una sapiente regia che fa sì che Falcone non riesca a diventare capo dell'ufficio istruzione di Palermo. Il pool antimafia viene disarticolato e Falcone si trasferisce alla Procura di Palermo, dove viene emarginato e non gli viene permesso di svolgere indagini sui livelli superiori della mafia. Anche Borsellino è costretto a confrontarsi con una realtà che lo sgomenta subito dopo la strage di Capaci. Le ultime indagini hanno tratteggiato dei profili inquietanti, come la sparizione dell'agenda rossa di Borsellino, quella dove annotava fatti che erano talmente riservati che riteneva di non poterli annotare nella sua agenda ufficiale. Altro fatto inquietante è l'introduzione di falsi collaboratori di giustizia nel processo per la strage di via D'Amelio che hanno depistato pe anni le indagini. Si tratta di spiragli che dietro i soliti volti di Riina e Provenzano lasciano intravedere i contorni di un potere occulto protagonista di quello che Giovanni Falcone definiva il "gioco grande". Quel gioco grande che nella retorica ufficiale continua a rimanere nel fuori scena.

Qual è il rischio maggiore che composta questa omissione?

Il rischio è quello di non assolvere ai nostri doveri di staffetta culturale con le generazioni più giovani. Non possiamo raccontare ai giovani che la storia della mafia sia solo una storia di estorsioni e traffico di stupefacenti. Dobbiamo spiegare loro che sì, questo è un aspetto importante, ma c'è anche l'altra faccia del problema mafioso, quello dove si annida il cuore di tenebra.

Rispetto a venti anni fa lo Stato ha la voglia, e la forza, per andare a scalfire quel cuore di tenebra?

Io posso parlare della magistratura, e debbo dire che in magistratura ci sono persone che mandano avanti il lavoro di Falcone e Borsellino. C'è una generazione di magistrati che ha dimostrato con i fatti di non fermarsi davanti a nulla e di esercitare il suo dovere indagando in tutte le direzioni per accertare la verità. Quello che fa riflettere è che credo siano in tanti che conoscono la verità sulle stragi del 92-93. E quando accade che un segreto sia condiviso tra tante persone e che duri per tanto tempo la lezione della storia induce a pensare che dietro ci sia il Potere, quello con la P maiuscola. Potere del quale quello mafioso è soltanto una parte e una declinazione.

Quando scatta l'allarme rosso su Falcone e Borsellino, si decide che sono troppo pericolosi e che bisogna eliminarli?

Questa è una storia molto complicata. Quello che succede nel 1992 che ha radici in tempi lontani. Un sistema di potere crolla, quello della Prima Repubblica, e a quel punto si mette in moto una macchina che mira a raggiungere degli effetti ben precisi e nell'ottica di questa strategia vengono pensate le stragi. Se c'è un momento che segna la rottura degli argini è il gennaio del 1992, quando la Cassazione conferma la sentenza del maxiprocesso. In quel momento Cosa Nostra decide di lanciarsi nell'avventura stragista.

Torniamo alla credibilità. Rispetto a venti anni fa lo Stato italiano è più o meno credibile?

Restando sul terreno della mafia, senza dubbio sono stati fatti enormi progressi nella lotta all'ala militare e sui patrimoni mafiosi. Non mi pare, invece, che analoghi progressi siano stati fatti sul versante del contrasto ai rapporti tra mafia e politica. Anzi, se venti, trent'anni fa faceva scandalo pubblico un uomo politico che partecipava a matrimoni di mafiosi, oggi ci troviamo in una realtà in cui persone condannate in primo e secondo grado vengono portate in Parlamento. Ci troviamo di fronte a persone delle quali viene richiesta la cattura da parte della magistratura e che vengono lasciati nei posti di governo in cui si trovano.

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